Professor Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo: leadership visionaria e generosa

EMF - Executive Master in Finance Leader Series

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Le difficoltà che periodicamente si presentano nell’economia, a livello di corporate e financial institution ma anche a livello di Nazioni, possono essere meglio affrontate da leader visionari e generosi. Questa lezione generale è stata illustrata facendo riferimento a due case study, il Banco Ambrosiano e la caduta del muro di Berlino, al fine di trarre lezioni che interpretando la storia forniscono insegnamenti per comprendere il presente e plasmare il futuro, dal Professor Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo, all’aula di partecipanti di EMF - Executive Master in Finance di SDA Bocconi, diretto da Andrea Beltratti, EMF Academic Director e Alessia Bezzecchi, EMF Program Director in occasione della Opening Ceremony della ottava edizione con la Classe EMF 2024 che ha avuto il privilegio di assistere all’intervista nell’esclusiva location delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo.

 

La crisi del Banco Ambrosiano. “Un forte momento di discontinuità nella storia economica italiana è rappresentato dalla crisi del Banco Ambrosiano, che tu hai osservato da vicino diventandone poi motore di risoluzione. Come è nata quella crisi?” chiede il Professor Beltratti. “Per comprendere la crisi del Banco Ambrosiano e valutare il modo in cui è stata risolta occorre ricordare anzitutto la situazione complessiva del sistema bancario italiano all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Il sistema era caratterizzato da un’assoluta prevalenza di banche pubbliche e dalla conseguente interferenza del potere politico nelle nomine, se non anche nella gestione, delle stesse. Si dava per scontata la proprietà pubblica delle banche perché si riteneva che il sistema creditizio avesse natura di servizio pubblico, e non fosse quindi gestibile nell’ottica dell’attività imprenditoriale. Io ho sempre contrastato tale interpretazione condividendo la linea e il pensiero di due grandi figure istituzionali dell’epoca, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, che erano impegnati a promuovere un cambiamento importante nella disciplina degli intermediari finanziari. Va altresì ricordato che il sistema bancario italiano era chiuso in sé stesso, con marginali presenze all’estero. Anche la Vigilanza era del tutto nazionale, affidata alla Banca d’Italia, che regolava e controllava, in modo dettagliato, lo sviluppo di tutte le banche. Persino l’apertura di nuovi sportelli. L’immagine della “foresta pietrificata” evocava la situazione di paralisi di un sistema bloccato, che sembrava incapace di cambiare e modernizzarsi”.

 

La regia del salvataggio e l’intervento del sistema bancario. “Per risolvere la crisi del Banco Ambrosiano il Governatore Ciampi e il Ministro Andreatta sondarono, in primo luogo, ma senza successo, la disponibilità a intervenire di due delle maggiori banche del Paese – il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana. Riuscirono alla fine a coinvolgere in un progetto di salvataggio – non salvataggio del Banco Ambrosiano, che fu dichiarato fallito, ma dell’azienda bancaria – sette istituti bancari, di cui quattro privati e tre pubblici. Grandi furono i rischi che si assunsero sia i protagonisti dell’operazione, sia Andreatta e Ciampi, che ne furono i registi, nel contesto di un acceso dibattito che coinvolse l’opinione pubblica e le forze politiche di quel momento storico. Anche il più importante partito di governo era diviso sulle soluzioni da adottare. Andreatta e Ciampi sapevano che se l’operazione non avesse avuto successo, i costi personali e professionali sarebbero stati per loro molto elevati. Ma il dovere di tutelare i risparmiatori, i clienti e persino gli azionisti del Banco Ambrosiano, tutti incolpevoli delle malefatte di Calvi, li rese disponibili ad affrontare tali rischi. Per una ragione di responsabilità morale fu intrapresa una strada di cui si conosceva l’alta alea di rischio”.

 

La scelta sofferta. L’Academic Director di EMF chiede al Professor Bazoli come sia maturata la scelta di accettare la richiesta di diventare presidente del Nuovo Banco Ambrosiano. “Sinceramente, in modo tormentato” risponde il Professore “La banca non faceva parte dei miei programmi di lavoro. Accettai di assumere la guida del Nuovo Banco Ambrosiano in un momento in cui ero impegnato nell’esercizio dell’attività forense nello studio della mia famiglia e in quella di docente all’Università Cattolica di Milano. Il prezzo di quella decisione fu la rinuncia a entrambe le attività. Sciolsi in modo positivo, dopo 48 ore, la riserva che avevo espresso in un primo momento per non sottrarmi a un compito civico cui mi chiamavano persone di grande autorevolezza. Scattò in me una reazione di sfida quando Andreatta mi disse di prendere atto con dispiacere che non mi sentivo di affrontare un compito così difficile e rischioso. Ciampi, dal canto suo, alla mia obiezione di avere una formazione giuridica e non economica, replicò di essere laureato in lettere antiche: una laurea che non sembrava essere sulla carta il miglior biglietto da visita per il mondo bancario e istituzionale, ma che non lo aveva affatto danneggiato nell’espletamento dei suoi compiti. Devo ammettere che in effetti la mia formazione giuridica mi ha aiutato, in alcune circostanze cruciali, a risolvere situazioni di emergenza, soprattutto nei rapporti con i soci.

 

Azionisti, depositanti, dipendenti. “Quali sono state le principali azioni compiute nel Nuovo Banco Ambrosiano?” “L’obiettivo immediato è stato il salvataggio della struttura aziendale. E’ stato tenuto presente l’interesse di tutti gli stakeholder rilevanti. E’ stato totalmente salvaguardato il valore dei depositi. Nessun dipendente ha perso il posto di lavoro, grazie sia al ricollocamento di una parte del personale del Banco presso le sette banche della cordata di salvataggio, sia al rapido rilancio industriale che ha consentito il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma ha avuto un grande significato e un’importanza decisiva anche il fatto che, nonostante l’azzeramento del valore dei titoli, gli azionisti del Banco non sono stati dimenticati, ma in qualche modo sono stati favoriti mediante l’assegnazione gratuita di warrant convertibili in azioni della nuova entità bancaria”.

 

La globalizzazione non regolata. “Sei recentemente tornato negli Stati Uniti, tenendo una lezione alla New York University, a cinque anni di distanza da una analoga esperienza presso la Columbia University. In queste lezioni hai affrontato temi del tutto diversi, che fanno riferimento alle tensioni geo-politiche e alla situazione internazionale. Quale era stata la tesi da te sostenuta presso la Columbia University?” chiede l’Academic Director del Master. “Avevo parlato della grande occasione persa dagli Stati Uniti nel 1989 dopo la caduta del Muro di Berlino, cioè alla fine della “Guerra Fredda” che aveva diviso il mondo per più di trent’anni tra i due blocchi contrapposti dell’Unione Sovietica e del mondo occidentale. La sconfitta del sistema comunista non fu l’esito di un conflitto militare, ma di un confronto tra modelli sociali ed economici che si rivelò insostenibile per il blocco orientale. In quel momento gli Stati Uniti dominavano infatti l’economia mondiale, mentre le condizioni di vita negli Stati dell’Unione Sovietica si erano molto deteriorate. La Cina, dal canto suo, era ancora una potenza marginale sulla scena economica e politica internazionale. L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, avrebbe dovuto in quel cruciale momento storico aiutare le economie orientali a risollevarsi, con una sorta di riedizione del Piano Marshall creato per aiutare l’Europa del dopoguerra, condizionando gli aiuti a quelle riforme politiche e sociali, coerenti con i principi democratici, che Michail Gorbacev, Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991, aveva tentato negli ultimi anni di introdurre in Russia. Ma alla leadership americana dell’epoca mancò una visione strategica lungimirante. Prevalse una linea dettata più da Wall Street che da Capitol Hill, cioè da interessi e obiettivi di ordine economico e finanziario.

 

 

Finanza e management. “Invece di essere strumentale e votata al bene comune, la finanza ha assunto un ruolo di comando, modificando il sistema di governance per dare sempre maggiore potere ai vertici operativi di corporate e financial institutions. Gli Stati Uniti decisero di aprire i mercati a tutte le aziende del mondo, senza porre condizioni, ritenendo che questo li avrebbe avvantaggiati grazie a una maggiore domanda di beni di consumo prodotti negli USA. Ma questo, come ben sappiamo, non successe. Al contrario, i produttori cinesi divennero via via più competitivi, rafforzando l’economia cinese e indebolendo molti settori produttivi in tutti i paesi occidentali. In definitiva, il processo di globalizzazione non regolata ha permesso al Governo cinese di continuare a gestire la popolazione senza dover concedere alcuna riforma in senso democratico. Questo è all’origine di molti dei problemi attuali e di un processo di decadenza dell’Occidente”.

 

Le lezioni dei case study i rischi futuri. “Quali sono le principali lezioni che possiamo trarre da questi affascinanti case study?” “Mi piace richiamare l’attenzione soprattutto sull’importanza del fatto che le scelte di ordine imprenditoriale e politico non siano dettate da una visione di breve periodo. Le banche che si rifiutarono di intervenire nell’operazione Ambrosiano temendo che potesse erodere i loro margini di profitto dimostrarono non solo di tenere in scarsa considerazione gli interessi collettivi, ma anche di essere prigioniere di una visione di corto orizzonte temporale. La stessa cosa si può dire dei leader politici che all’inizio del Novecento ebbero l’occasione di varare un nuovo ordine del mondo, che avrebbe rafforzato la democrazia. Non lo fecero, perseguendo invece obiettivi di breve periodo”.

“In questo quadro, quali sono gli elementi che la preoccupano di più?” è l’ultima di una fitta serie di domande che i partecipanti all’Executive Master in Finance – interessati, dopo aver conosciuto la persona oltre al professionista che ha segnato decenni della storia economica e bancaria italiana – hanno posto al Presidente Bazoli sugli argomenti più disparati riguardanti il mondo di oggi e di domani. “Il tema di maggiore preoccupazione è quello della tenuta della democrazia, il bene supremo che mi sembra a rischio persino in Occidente. In secondo luogo considero gravissima la minaccia ambientale, nel quadro sempre più incalzante del cambiamento climatico. Terzo, ma non in ordine di importanza, il rischio della mancanza di una tempestiva regolamentazione dell’intelligenza artificiale, per le drammatiche implicazioni umane e sociali che ne deriverebbero”.

 

I consigli per i partecipanti di Executive Master in Finance. “Quali consigli vuoi dare ai nostri partecipanti?” “E’ importante imparare a valutare con la massima possibile obiettività gli uomini, collaboratori e competitori, perché anche nell’agire economico non si può prescindere dai rapporti personali. Non bisogna temere le capacità e le competenze altrui. E’ meglio infatti trovarsi a operare con persone preparate e capaci, anche se dissenzienti, piuttosto che con persone consentanee ma di scarso spessore. Alla fine occorre essere consapevoli che la responsabilità delle scelte è sempre ed esclusivamente personale. Io non ho mai preso una decisione importante senza aver acquisito più opinioni, ma nel momento finale della decisione non c’è scampo: si è soli. Soli con la propria coscienza”.

 

SDA Bocconi School of Management

 

 

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