Questa settimana su #ValorePubblico scrive come host blogger la collega Valeria Tozzi, che torna sull’efficacia del nostro SSN, con una chiave di lettura diversa. In molti – a partire da Mario Monti sul Corriere della Sera – hanno denunciato le conseguenze dell’ipo-finanziamento di questi anni. Ma il problema non è solo lì. Secondo Valeria Tozzi, abbiamo bisogno di ripensare il nostro sistema di offerta di salute in maniera più coerente con le specificità italiane, tra cui un commercio estero in mano a una fitta rete di PMI che impatta sul nostro profilo di rischio sanitario.

Il Nord Italia focolaio europeo: perché non deve sorprendere

Molti si arrovellano per trovare risposta alla domanda “Perché proprio l’Italia nell’occhio del ciclone Covid 19”? Domanda intrigante e complessa rispetto alla quale servono certamente conoscenze, osservazioni prolungate e più discipline al lavoro per rintracciare una risposta almeno verosimile. Sollecitata dalle piste di ragionamento degli epidemiologi e degli esperti di prevenzione, mi sembra utile collegare alcune rilevazioni provenienti dall’ Annuario Statistico Commercio Estero e Attività Internazionali delle Imprese (Istat, 2019) con la mappa di diffusione del virus.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte – le regioni maggiormente flagellate sin dalla prima ora – sono quelle in cui insiste un tessuto imprenditoriale a grande vocazione internazionale. In generale, nel nostro Paese le vendite sui mercati esteri risultano concentrate territorialmente nel Centro – Nord da dove proviene oltre l’80% delle esportazioni nazionali (2018). Sgranando la fotografia, si osserva che la quota della Lombardia è pari al 27,4%, quella del Veneto e dell’Emilia-Romagna al 13,7% e subito dopo troviamo quella del Piemonte al 10,4%. Altro elemento che appare interessante è la dimensione degli operatori: questo circuito economico è largamente popolato da “microesportatori”: 77.445 operatori hanno un fatturato all’esportazione che non supera i 75 mila euro (con un contributo al valore complessivo delle esportazioni pari allo 0,3%); di contro, 4.651 operatori appartengono alle classi di fatturato esportato superiori a 15 milioni di euro (realizzando il 72,1% delle vendite complessive realizzate dagli operatori sui mercati esteri). Questi dati sembrano suggerire un’ipotesi: questo prezioso modello di impresa ci ha esposti (e ci espone) a rischi sanitari maggiori rispetti agli altri Paesi?

4.651 operatori realizzano il 72,1% delle vendite complessive realizzate dagli operatori sui mercati esteri: questo prezioso modello di impresa ci ha esposti (e ci espone) a rischi sanitari maggiori rispetti agli altri Paesi?

Investire di più in salute per adattare il nostro SSN alle specificità italiane

Probabilmente questa situazione emergenziale può essere l’occasione per una rinnovata consapevolezza delle relazioni tra l’intero sistema di tutela della salute e circuiti economici di produzione. Il nostro Paese ha un patrimonio imprenditoriale straordinario, di grande contributo all’economia generale ma fragile. Forse è arrivata l’ora di mettere a fuoco il contributo che il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in prima battuta, e in generale tutto il settore sanitario offrono alla tutela non solo della salute delle persone ma anche dell’economia del Paese: un SSN robusto può proteggere questo tessuto economico fatto di piccole imprese che per farsi conoscere e vendere i propri prodotti all’estero attiva una molteplicità di scambi e contatti che si muovono spesso sulle gambe delle persone. Sebbene di questi tempi appaia evidente il sotto finanziamento del SSN, alcune evidenze ci aiutano a comprendere meglio cosa il sistema di tutela della salute stia facendo con le poche risorse messe a disposizione: dal 2010 al 2017 la spesa sanitaria totale rapportata in percentuale al PIL è rimasta al palo (-0,1) in un Paese che con questa misura corre sempre il rischio dei numeri relativi. Inoltre, abbiamo una spesa sanitaria pubblica pro capite di 1.900 euro, a fronte dei 2.993 euro della Francia e 3.443 euro della Germania (fonte: Rapporto OASI 2019, Cergas Bocconi). Il dibattito che scaturirà a conclusione dell’emergenza che stiamo vivendo non potrà esimersi da riflessioni su cosa abbiamo imparato da questa situazione e su come ripensare il nostro modello di tutela della salute proprio rispetto alle specificità del nostro Paese. E tra esse non possiamo dimenticarci il nostro profilo demografico: noi italiani stiamo diventando sempre più anziani (con una aspettativa di vita alla nascita di 83 anni, dopo Giappone, Svizzera e Spagna) e, quindi, anche con una salute sempre più fragile, come accade a chi è più avanti con l’età. Il nostro SSN – che ha per DNA una missione universalistica – era in sofferenza già prima del Covid19 nel dare risposta a una domanda di servizi sempre più ampia e complessa proveniente dai pazienti anziani. La nostra aspettativa di vita ci racconta di una popolazione che sopravvive sempre più e che viene mantenuta il più possibile in salute anche grazie al nostro SSN. Dopo l’emergenza, saranno proprio questi casi a dover essere ripresi in mano adesso che il sistema di offerta delle cure è concentrato sul virus. Possiamo permetterci questo disinvestimento in salute?

La spesa in salute è un investimento anche per il nostro tessuto produttivo

La situazione emergenziale che ha travolto la nostra sanità (non solo pubblica) sta mettendo in luce una straordinaria capacità di risposta in condizioni di risorse davvero scarse e stiamo iniziando a intravedere le conseguenze economiche che il blocco di molti dei circuiti produttivi sta avendo sulla società, le persone e le istituzioni. Questa dura lezione dovrebbe aiutarci a cambiare i codici, i linguaggi e le forme di rappresentazione della nostra sanità sempre legati alla metrica della spesa e non a quella dell’investimento.  

Questa dura lezione dovrebbe aiutarci a cambiare i codici, i linguaggi e le forme di rappresentazione della nostra sanità sempre legati alla metrica della spesa e non a quella dell’investimento.

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