Spilimbergo: politiche economiche e consenso popolare tra "responsiveness" e "responsibility"

Full-Time MBA: "Populism and the Economy"

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Milano, 14 novembre 2019
Populism and the Economy? La nuova puntata della serie aggiunge un punto interrogativo al titolo. Dopo avere constatato, alla luce dell’esperienza dell’Est Europa, che le crisi economiche non sono una causa sufficiente all’affermazione dei populismi, la lezione tenuta agli studenti del Full-Time MBA da Antonio Spilimbergo, economista del FMI, sembra spezzare anche l’altro nesso: l’osservazione del fenomeno a livello globale ci dice che le crisi non sono nemmeno una causa necessaria.

Il dato ci dà una conferma irrevocabile, quella della natura “liquida” del populismo: una thin ideology in grado di combinarsi “adattivamente” con diverse condizioni socio-economiche e con posizioni politiche anche opposte tra loro. Storicamente – afferma Spilimbergo – il populismo ha saputo essere protezionista o liberista in economia; di destra o di sinistra, secondo le categorie politiche tradizionali; legato o meno a figure carismatiche o autoritarie; spesso, ma non sempre, nazionalista e xenofobo. E non si può nemmeno dire che tutte le politiche economiche dei governi populisti siano state fallimentari.

L’America Latina è un osservatorio perfetto per cogliere le molte anime del fenomeno. “È interessante per molte ragioni”, sottolinea l’economista: “lì il populismo ha avuto molte sfaccettature, è durato a lungo ed è stato studiato in modo approfondito”. Nel populismo latinoamericano si possono distinguere tre ondate: la prima, dagli anni ‘30 agli anni ‘60, caratterizzata dall’americanismo (rifiuto delle categorie destra/sinistra), dall’identificazione di un’élite collusa con le potenze straniere e da un dirigismo dello Stato di sapore corporativista in economia. La sua espressione più celebre è sicuramente il Peronismo. La seconda ondata, quella di Menem e Fujimori tra gli altri, che prese il via con i disastri economici degli anni ‘90, ebbe come bersaglio l’incompetenza dei leader nazionali e fu scandita da una serie di riforme di forte orientamento neoliberista. Infine la terza ondata, sopraggiunta negli anni 2000 con Chavez, Correa e Ortega, proprio in reazione alle precedenti politiche neoliberiste, riprese le posizioni dell’americanismo, del socialismo e dell’anti-imperialismo e riportò lo Stato al centro della vita economica.

Che cosa hanno in comune questi tipi di populismo al potere? Sicuramente, sostiene Spilimbergo, “hanno bisogno del conflitto per legittimarsi e danno sempre la colpa dei fallimenti alle “élite” (teoria del complotto)”. Non sono contro la democrazia, perché per definizione vivono del consenso popolare. Ma sono contro la democrazia liberale: “I populisti disabilitano i sistemi di checks-and-balances (entrando spesso in conflitto con la magistratura e la stampa) e tendono a ‘occupare’ lo Stato”. Un altro fattore “genetico” del populismo è l’essere “preoccupato più della responsiveness a breve termine verso l’elettorato che della responsibility a lungo termine”.

Sono costanti che si rintracciano anche nelle loro diverse politiche economiche. C’è “una tendenza a concentrarsi esclusivamente sugli effetti economici immediati ignorando i vincoli di bilancio e a perseguire politiche a tema unico, senza nessuna strategia globale”. In particolare è nella terza ondata del populismo, più duratura delle precedenti, che si osservano le convergenze delle politiche economiche populiste: “in tutti i paesi si registra un progressivo e inesorabile indebolimento delle istituzioni, del sistema dei property rights e della libertà d’impresa”. Inoltre secondo Spilimbergo “il populismo può avere effetti a lungo termine e cambiare l’agenda politica ed economica anche quando non è al potere”. E di conseguenza conclude: “C’è molta ricerca sulle cause ma meno sugli effetti economici del populismo. È una lacuna da colmare”.

 

SDA Bocconi School of Management

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