Cronicità e qualità della vita, nuove risposte per il Sistema Sanitario Italiano

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Il paese invecchia e la medicina avanza. La combinazione dei due fattori ha un risultato ben preciso che si chiama «cronicità», un fenomeno in netta espansione per il quale il sistema sanitario sta cercando soluzioni nuove, come indica il Piano Nazionale della Cronicità appena varato. SDA Bocconi dà il suo contributo a questa ricerca con il MiMS Case Competition, un progetto nato all’interno del Master in Management per la Sanità, con la partecipazione della Fondazione Pfizer. L’obiettivo è quello di formulare proposte concrete e innovative per la gestione delle patologie croniche all’interno di alcune regioni. Abbiamo chiesto a Valeria Tozzi, Direttore MiMS, di raccontarci come nasce e si sviluppa questa iniziativa.

Alla luce del trend demografico del Paese, la gestione delle patologie croniche è forse la sfida principale per il nostro sistema sanitario nel futuro prossimo. Ci può inquadrare la situazione anche alla luce del nuovo Piano nazionale della cronicità?
Il primo elemento da considerare è quello demografico. L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno di grande rilievo. Per dare alcune cifre: gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%). Ciò genera una serie di problemi: in campo sanitario appare urgente la gestione delle patologie connesse all’invecchiamento che spesso sono molteplici al crescere dell’età e che si associano alla disabilità
Altra priorità, collegata all’invecchiamento, è la gestione della casistica cronica che parimenti assilla l’agenda politica e la scelta dei manager della sanità: Oggi quasi il 40% degli italiani ha almeno una patologia cronica (diabete, scompenso cardiaco, problematiche respiratorie, ecc.) e circa il 20% ne ha almeno due. Su questo, naturalmente, l’invecchiamento della popolazione ha un impatto importante. Oltre alla terapia, appare cruciale il follow up per rallentare l’evoluzione della malattia e preservare adeguati standard di vita: un paziente diabetico ben controllato e assistito non ricorre al Pronto Soccorso e riesce ad avere una vita del tutto normale. Inoltre, l’innovazione medico-scientifica ha reso possibile fortunatamente la cura, se non la guarigione, di molte malattie, si pensi per esempio ai traguardi nella cura del cancro o di alcune patologie neurologiche. Spesso le nuove terapie hanno di fatto cronicizzato alcune malattie che pur non potendo essere curate definitivamente, vengono in qualche modo “stabilizzate”.
Sono tutte sfide che si pongono al sistema sanitario in modo viepiù pressante e che vengono intercettate anche dal recente Piano delle cronicità, al quale le Regioni si rifanno organizzando i loro servizi che sono spesso molto molto differenti.

Il Piano delle cronicità è un elemento di innovazione significativo?
Il Piano fa un’operazione importante: segnala che il modello di organizzazione dei servizi deve essere diverso a seconda della patologia. È un grande passo in avanti rispetto al passato perché le precedenti politiche per la cronicità hanno considerato esclusivamente patologie croniche “tradizionali”, come il diabete per l’appunto, immaginando un ruolo pivoltale per il medico di medicina generale e il setting territoriale come il luogo dell’erogazione dei servizi. Nel nuovo Piano, invece, vengono presi in considerazione i reali fabbisogni dei pazienti differenziando le patologie: la sclerosi multipla, per esempio, sebbene molto meno diffusa del diabete, non può essere gestita con il modello di servizio del diabete ma richiede il coinvolgimento degli specialisti. Il Piano analizza la cronicità nei suoi diversi aspetti: come si sviluppa la malattia, quali sono le condizioni in cui il paziente si ammala, quali le sue prospettive e il suo contesto sociale. Il sistema deve essere capace di imbastire una filiera di servizi adeguata mettendo in relazione ospedale e territorio, costruendo una staffetta funzionale che non deve essere rigida perché la vita delle persone cambia, gli stili di vita evolvono molto più velocemente che in passato.

E la MiMS Case Competition vuole provare a dare alcune risposte a questi problemi?
La Case Competition nasce da un mandato reale da parte di un’istituzione che opera nel settore sanitario, la fondazione Pfizer, che si è resa disponibile a mettere in competizione 6 gruppi di partecipanti al MiMS (ciascuno composto da 6 persone) su temi che riguardano le politiche per le cronicità. È quindi una sfida che dovrà affrontare problemi reali e proporre soluzione realmente applicabili.
Cosa dovranno fare in concreto i gruppi? In primo luogo una diagnosi sulle politiche relative alle condizioni croniche e al loro livello di implementazione nelle aziende sanitarie. Ogni gruppo lo farà per una Regione diversa. Dovranno quindi capire che cosa è stato fatto, se funziona e perché funziona, se lo stesso livello di servizio è esteso a tutto il territorio oppure no. Sulla base di questa diagnosi dovranno poi proporre dei progetti di miglioramento, nel caso avessero individuato delle criticità, o di innovazione.
I partecipanti ragioneranno su cronicità diverse: su quelle ad alto impatto sociale perché molto diffuse, come lo scompenso cardiaco e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Dovranno esplorare anche alcune patologie oncologiche, che per via dell’innovazione scientifica stanno diventando croniche: fortunatamente di cancro si muore molto meno di una volta e l’obiettivo è diventato preservare le condizioni di salute e la qualità della vita di chi ha avuto un tumore. Infine, i partecipanti sono liberi di esplorare la gestione di una ulteriore situazione cronica in funzione delle specificità della regione sulla quale svilupperanno il loro lavoro. Alla fine dovranno proporre progetti su 2-3 aree importanti per le politiche e la gestione dei servizi per la cronicità.

In base a quali criteri verranno valutate le proposte?
Innanzitutto l’accuratezza e la coerenza tra le diverse fasi del lavoro. La prima prevede la raccolta delle informazioni: valuteremo che tipo di dati sono stati raccolti, le fonti e le elaborazione fatte. Poi, valuteremo che tipo di diagnosi faranno sullo stato dell’arte della Regione e delle sue aziende sanitarie e, infine, che risposte sapranno elaborare rispetto a quanto rilevato.. Come in medicina, è importante la coerenza e la consequenzialità tra diagnosi e terapia.
C’è poi la praticabilità del progetto. Il che significa che, presentando le proposte per una determinata regione, i concorrenti dovranno collegarle a quello che la stessa Regione ha già fatto e a ciò che è nelle condizioni di fare. In altre parole, dovranno dare prova non solo di “knowledge e imagination” ma anche di concretezza. Insomma il lavoro non dovrà esser finalizzato solo alla presentazione del 31 Ottobre ai membri dalla faculty SDA Bocconi, ai rappresentanti della Fondazione Pfizer e dell’impresa Pfizer (sarà presente il CEO ), ma anche ad alcuni soggetti istituzionali del settore; in quella sede, infatti, pensiamo di invitare anche un referente del Ministero della Salute.

Qual è il ruolo della Fondazione Pfizer in questa iniziativa?
La Fondazione si è resa disponibile a collaborare con MiMS su un progetto che vuole esplorare nuovi scenari, valorizzando il lavoro di 36 giovani che da gennaio 2017 seguono un percorso formativo intensivo come il MiMS. Lo dice chiaramente la Presidente della Fondazione, Barbara Capaccetti: «Sosteniamo il progetto della MiMS Case Competition perché ogni iniziativa volta a incrementare le conoscenze sui temi della salute, della nuova medicina e delle scelte di policy a questi connesse è pienamente in linea con la mission di Fondazione Pfizer che rappresento. Siamo convinti che non ci possa essere crescita della cultura scientifica senza investire sul futuro e noi italiani siamo ben posizionati per preparazione universitaria e competenza anche grazie a questi progetti».

SDA Bocconi School of Management

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