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Le prospettive del finanziamento bancario alle imprese

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A cura di C. Zara, SDA Professor di Intermediazione Finanziaria e Assicurazioni.

I profondi cambiamenti in atto nei modelli di business delle banche sono indotti prevalentemente da fattori esterni al settore. Innanzitutto, il contesto politico/regolamentare relativo all’Unione Bancaria Europea (EBU) è fortemente orientato alla capital adequacy come strumento principale per il perseguimento della stabilità del sistema bancario. Questo obiettivo “macro” sta però innescando conseguenze negative a livello “micro” quali ad esempio, per ciò che riguarda il nostro contesto, la generale riduzione della profittabilità dell’attività bancaria e, in particolare, della concessione di credito alle imprese. Quest’ultima condizione potrebbe anche non essere un effetto collaterale accidentale, bensì voluto dai regulators. Infatti, sebbene si stia facendo lentamente strada l’idea che sia necessario trasferire parte del rischio dell’economia reale sui bilanci pubblici – è il caso del piano Juncker sulla crescita economica – per favorire l’afflusso di investimento finanziario alle imprese europee, va ricordato che l’Unione Europea ha da tempo dichiarato che un suo obiettivo di politica economica è la disintermediazione bancaria del passivo dello stato patrimoniale delle imprese non finanziarie, per ridurre la loro dipendenza dal credito bancario e favorire il ricorso a diversi canali di approvvigionamento di capitale. In Europa, per effetto della regolamentazione, la concessione dei crediti alle imprese sta diventando sempre più costosa e capital absorber per le banche, tra l’altro in un contesto di tassi d’interesse stabilmente bassi. Questa linea d’azione, perseguita anche attraverso il meccanismo della supervisione unica (SSM), è funzionale all’obiettivo di modifica della struttura finanziaria delle imprese anche se, si direbbe, in contrasto con le recenti manovre di politica monetaria promosse dalla BCE (LTRO).

L’altra spinta al cambiamento deriva da forze competitive, in prevalenza esterne al settore, guidate dall’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Questa evoluzione costituisce il terreno fertile su cui si sviluppano varie iniziative tese a modificare, fare evolvere, rendere più efficiente e ampliare la sfera dei servizi finanziari. I nuovi ingressi sono molteplici: aziende della tecnologia e delle telecomunicazioni, retailer on e offline, start up innovative e market-place virtuali, anche del tipo P2P (peer to peer), spesso raccolti sotto l’espressione Fin-Tech.

Potenzialmente il maggiore impatto della tecnologia riguarda la parte più commodity del banking che, in ambito di clientela imprese, corrisponde al mercato delle PMI (SME Banking) e a quello del banking commerciale e transazionale (sistema dei pagamenti, short term lending e cash and treasury management). In questi ambiti la banca deve sapere affrontare e gestire profondi mutamenti dei suoi modelli di business, con riferimento soprattutto ad alcune attività primarie della sua catena del valore: il modello distributivo (sviluppo della multi-canalità integrata e contestuale riduzione e modifica del ruolo svolto dalla filiale), la produzione (disponibilità di prodotti più semplici ed efficienti a contenuto tecnologico significativo) e la gestione del rischio di credito (ricorso all’elaborazione di dati e di informazioni tratti da molteplici fonti, anche non convenzionali, per disporre di valutazioni di rischio più affidabili e tempi di decisione più rapidi). In termini di tipologie di clienti, questi cambiamenti coinvolgeranno soprattutto i modelli di servizio destinati alle imprese che hanno fabbisogni finanziari semplici e standardizzabili e ai clienti che attualmente sono residuali e poco serviti all’interno dei portafogli dei gestori.

Sebbene il Fin-Tech ponga le condizioni tecnologiche e di mercato per lo sviluppo di alcuni canali di finanziamento alternativi a quello bancario (P2P lending, crowdfunding e seedfunding), come pure delle capacità di analisi, basate sui cosiddetti big data, volte a supportare la corretta misurazione del rischio di credito, riteniamo che il credito alle imprese, soprattutto quello destinato a chi presenta fabbisogni finanziari sofisticati, continuerà a rappresentare un processo produttivo e di gestione del rischio complesso che non potrà essere significativamente delegato alla tecnologia, né essere il risultato di processi decisionali particolarmente rapidi e automatizzati. Per questa ragione l’investment banking è una delle aree di business che – si prevede – saranno meno toccate dal fattore tecnologico.

Dati questi due generatori di cambiamento – regolamentazione e tecnologia ­ che, sebbene qui si prenda in considerazione l’attività corporate della banca, stanno avendo un forte impatto sull’intera attività bancaria, è lecito e opportuno chiedersi: dove sta andando il corporate banking? A nostro parere la risposta è il superamento di un unico modello di business del corporate banking e l’individuazione di due diversi modelli. Il primo è rivolto alla componente di mercato, maggioritaria per numero di clienti, e composta da imprese con fabbisogni finanziari semplici che possono essere soddisfatti in prevalenza attraverso l’offerta di prodotti e servizi “basici”, fortemente standardizzati e prevalentemente concentrati nelle attività commerciali e transazionali. Il secondo fa riferimento a quella componente di mercato, minoritaria per numero di clienti ma maggioritaria per volume di attività generabile, con fabbisogni finanziari complessi (su una proposta di segmentazione evoluta della clientela corporate si veda Zara e Feltrinelli, 2006) che continueranno a richiedere un’intensa relazione tra le parti e l’offerta di prodotti e servizi “tailor made” e quindi poco standardizzabili.

Il primo modello di business, quello riferito alle “aziende semplici”, prevediamo assumerà connotati comuni a quelli del mercato commodity, ad esempio il retail banking. In termini di attività primarie, i clienti saranno più facilmente servibili attraverso un modello distributivo, anche di tipo self service, con prodotti a elevato grado di standardizzazione, semplificazione ed efficienza produttiva. Quando l’offerta riguarderà prodotti creditizi, lo si farà attraverso un maggiore ricorso a processi di valutazione automatizzati, alimentati anche, se non solo, dai big data, se si tratterà di finanziamento diretto; in caso di finanziamento “indiretto”, ossia sostenuto dai canali di finanziamento alternativi – che genericamente possono essere individuati con l’espressione “shadow banking” – il ruolo della banca sarà quello di intermediazione e di accompagnamento dei suoi clienti. In questo ambito la condizione di economicità poggerà innanzitutto sull’efficienza dei costi operativi e, in misura minore, sulla capacità di generare maggiori ricavi attraverso: nuovi prodotti oggi non esistenti; capacità di delivery con tempi ridotti; maggiore frequenza e intensità di contatto con i clienti oggi marginali per incrementare la loro share of wallet. Nel caso di assunzione diretta di rischi, qual è il caso della concessione di credito bancario erogato all’impresa, l’economicità passerà necessariamente da una corretta determinazione del prezzo corrispondente al rischio sopportato e al costo del relativo capitale allocato e dal market power per imporlo al mercato.

Le "aziende complesse", invece, saranno servite con un modello di business diretta evoluzione di quello oggi in essere nell’investment banking. Indubbiamente, la regolamentazione spinge per un’attività di finanziamento alle imprese maggiormente off balance e, al contempo, la tecnologia permette e permetterà di conseguire dei miglioramenti di costo nelle attività commerciali e transazionali, già in precedenza citate, come pure nei processi della produzione e della gestione dei rischi. Però, la complessità di questa porzione della domanda mal si sposa con la semplificazione insita nei processi tecnologici. Alla base delle attività produttive vi sarà sempre la richiesta di soluzioni ai problemi attraverso risposte tailor made che, in quanto tali, potranno essere rese modulari solo in parte. La comprensione e la valutazione dei rischi richiederà sempre di trattare informazioni “convenzionali”, ampie per gamma e poco profonde per frequenza di rilevazione, quindi difficilmente analizzabili con metodologie di analisi che si basano su dati massicci e molto frequenti. In virtù dell’elevato margine unitario, in valore assoluto, che ciascun cliente è in grado di generare, non conviene alle banche orientarsi verso modelli basati esclusivamente sulla tecnologia e l’efficienza, bensì verso quelli che si fondano sulla differenziazione e sulla costruzione di vantaggi competitivi di tipo esclusivo, anche attraverso il ricorso alla tecnologia. Caso mai il problema riguarderà la capacità di sviluppare condizioni di economicità per il finanziamento diretto, considerato il forte potere contrattuale che questi clienti possono esercitare nei confronti della singola banca. In questo ambito le banche possono, e a nostro giudizio devono, continuare a mantenere un ruolo chiave nel trasferimento delle risorse finanziarie all’economia reale e nel favorire l’accesso ai canali di approvvigionamento di capitale alternativi, quali i mercati finanziari.

L’importanza del mercato corporate per le banche, così come le conosciamo, è fondamentale per la loro performance complessiva. I dati più recenti mostrano che, in termini di generazione dei ricavi, il business corporate contribuisce per oltre il 50% su base mondiale (fonte McKinsey, 2015). Il contributo alla complessiva marginalità operativa della banca rimane alto anche se in alcune aree, tra cui l’Europa del Sud, è in significativo calo (fonti BCG e Oliver Wyman, 2015). Ma il ruolo del corporate nell’ambito del portafoglio di business bancari attiene anche ai profili di rischio. Infatti, i risultati generati dal corporate sono sostanzialmente decorrelati rispetto a quelli del retail e la presenza del business corporate porta un contributo alla stabilizzazione dei risultati a livello di azionista (Zara e Cerrato, 2015). La nostra tesi è quindi che le banche hanno bisogno di mantenere e sviluppare il corporate banking al loro interno per l’importante contributo che esso genera in termini di volumi e di ritorno sul capitale azionario. Quindi, non è qui in discussione se le banche debbano continuare a servire a tutto tondo il mercato imprese, ma piuttosto: quante banche avranno la possibilità di mantenere nel loro portafoglio di attività entrambi i modelli e quante banche potranno sostenersi con economicità in un mercato, quello delle imprese complesse, numericamente sottile? La nostra previsione è che solo poche banche italiane, probabilmente meno di una decina, potranno operare “full range” nel mercato delle imprese complesse. Al contrario, in quello delle imprese “semplici” molte banche continueranno a competere, anche per il necessario contributo apportato da questo business alla loro complessiva economicità. Sebbene alle banche, tutto sommato, non convenga smettere di finanziare le imprese, per spinte regolamentari e di cambiamento dovranno focalizzare meglio i loro portafogli di clienti direttamente finanziati; questo scenario apre lo spazio verso strategie di segmentazione e di specializzazione su raggruppamenti omogenei di clientela, come pure per un nuovo ruolo assumibile dalle banche nel finanziamento indiretto, che potrà essere quello di “consulente” verso l’accesso ai nuovi canali di finanziamento alternativi, tecnologici e non.

Bibliografia
Zara C., Feltrinelli E., 2006, PMI, rapporti con i finanziatori e complessità d'impresa in Banca, in Impresa e Società, n. 2/2006, pp. 281, Il Mulino
Zara C., Cerrato L., 2015, Diversification and Connection in Banking. First Findings (September 30, 2015), disponibile su SSRN.

Fonte: Ideas of Management, Banks, Insurance Companies and Financial Institutions- SDA Bocconi

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