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Dante Alighieri, principi IAS/IFRS e bilancio bancario

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A cura di Michele Rutigliano, SDA Fellow di Banking and Insurance

Dante aveva ben altri e divini pensieri, è vero, ma forse non avrebbe condiviso la sostanziale prevalenza della competenza sulla prudenza nei bilanci, e in particolare nei bilanci bancari. Forte anche di questo involontario e autorevole sponsor, non me ne voglia, propongo qualche riflessione in argomento, affinché il fascino del fair value non ci faccia dimenticare che i nostri padri fondatori della ragioneria e dell’economia aziendale avevano ampiamente riflettuto sul dilemma di cui sopra, giungendo alle note e quasi dimenticate conclusioni. Difficile tornare indietro, ma mi piacerà ricordare alcuni versi del Poeta.

C’era una volta … la prudenza nei bilanci

Fin dagli inizi degli anni ’90, forse un po’ frettolosamente, abbiamo considerato il bilancio delle banche come un documento che si poneva all’avanguardia per la modernità dei criteri di valutazione e per la notevole quantità di informazioni che potevano essere reperite sia nella nota integrativa, sia nella relazione sulla gestione. Al confronto i bilanci di imprese industriali, anche di imprese di ragguardevoli dimensioni, potevano apparire talvolta il riflesso di orientamenti dottrinali ormai di retroguardia, erano basati su regole civilistiche che fissavano alcuni tradizionali sintetici principi chiave, con un forte ancoraggio al criterio del costo.

Il bilancio delle banche, invece, rispondeva al d.lgs. 87/92, già parzialmente orientato verso i principi contabili internazionali di ispirazione anglosassone. Taluni cultori del bilancio bancario consideravano con favore alcuni criteri valutativi per noi nuovi, che già in quegli anni sostanzialmente facevano riferimento ai prezzi di mercato e al fair value.  Almeno con riferimento alle posizioni in strumenti finanziari, si riteneva che i valori di bilancio dovessero esprimere il “valore” corrente degli asset, che non fosse poi così rilevante la possibilità diretta di smobilizzo in un mercato liquido, che fosse sufficiente la possibilità di attribuire un “valore” in base ad un modello analitico o che fosse possibile, se non la liquidazione della posizione o dello strumento, anche soltanto la ricopertura sui fattori di rischio sottesi alla posizione oggetto di valutazione. Affinché potessero essere appostati, gli utili conseguiti sui portafogli finanziari potevano quindi derivare anche dalla mera valutazione delle posizioni; questi utili erano (e peraltro sono) integralmente distribuibili.

Con il recepimento dei principi IAS-IFRS nell’Unione Europea è stata data definitiva soddisfazione anche in Italia alle spinte, che peraltro ritengo allora minoritarie nel nostro Paese, dell’avanguardia favorevole alle logiche del fair value. Ma occorre d’altra parte riconoscere che i punti di forza di questo criterio, che pure vi sono e sono rilevanti, potrebbero forse ritenersi da qualcuno più che compensati dai fattori di debolezza, come pure dai rischi di un utilizzo del principio con qualche grado di disinvoltura.

La crisi finanziaria che ha investito il settore bancario a livello internazionale ha origine nei comportamenti, non certo nelle regole contabili. Tuttavia il pieno riconoscimento di risultati economici positivi su strumenti finanziari complessi e spesso illiquidi, cioè non direttamente negoziabili come tali costituisce una scelta che forse meriterebbe di essere ridiscussa. Il frutto di un eccesso di fiducia riposta sull’eleganza formale degli algoritmi quantitativi e sulla loro astratta capacità di catturare il “valore” fair dello strumento o della posizione. La via attraverso la quale la nozione di utile “realizzato” (e distribuibile) ha di fatto perduto il suo significato etimologico, per assumerne uno puramente convenzionale e confinato all’interno della regola di bilancio. Il tema della volatilità dei risultati da valutazione è parte del problema, ma forse non è poi quello principale.

Consiglio di amministrazione. Se ci sei batti un colpo

Nei bilanci delle banche la valutazione dei crediti costituisce però l’area di maggiore discrezionalità tecnica. Sarà così sempre. I modelli di rating più sofisticati hanno certamente introdotto elementi di maggiore, oggettiva razionalità nei processi che conducono a tipiche decisioni (di affidamento) in condizioni di incertezza, “pesano” il rischio e guidano la valutazione delle possibili perdite sulla base di criteri definiti e omogenei con riferimento all’intero portafoglio, e ciò costituisce un importante risultato. Necessitano peraltro di una periodica manutenzione, affinché possano catturare le dinamiche specificità settoriali, geografiche, dimensionali, nonché i momenti di inversione del ciclo, per non dire dell’eventuale manifestarsi di estese e profonde crisi.

Ma il «prudente apprezzamento degli amministratori» non potrà e non dovrà mai essere sostituito da un insieme di regole meccaniche. Credo che agli intermediari finanziari e ai loro bilanci debba chiedersi non un aumento del grado di sofisticazione dei processi tecnico-informatici che alimentano le valutazioni dei portafogli, o comunque non solo e non tanto questo, bensì una vera «rivoluzione» nel processo di comunicazione fra la struttura operativa, quindi il management, e il consiglio di amministrazione. E’ ben noto che per quest’ultimo il bilancio e le relative valutazioni sottostanti sono spesso per lo più una black box, con una concreta pressoché nulla possibilità di comprendere e incidere sui processi valutativi. Un netto disallineamento non solo fra le responsabilità dell’organo amministrativo e il suo concreto potere di intervento, bensì – cosa ancor più da rimarcare – fra la suprema prerogativa ex-lege di esercizio del suo “prudente apprezzamento” e le informazioni sulle quali questo potere/dovere può essere esercitato.

A chi mi domanda se non sia utopistico pensare che il disallineamento accennato possa essere superato, vorrei poter rispondere, e rispondo, negativamente, posta una adeguata autorevolezza e consapevolezza da parte dell’organo amministrativo, il quale sappia imporre la sopra accennata «rivoluzione» nel processo di comunicazione. Concretamente ciò significa che occorre indirizzare gli sforzi anche nei confronti della individuazione di un numero non eccessivo di indicatori di sintesi significativi, di natura strettamente contabile e/o provenienti dal risk management, che possano essere più agevolmente interpretati e utilizzati per promuovere un orientamento essenzialmente politico e psicologico di per sé qualitativo, quale è quello che deve promuovere un “prudente apprezzamento” degli amministratori.

Dante e la prudenza …

Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature:
ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine all’intrar de la foce.

[Paradiso, XIII, 130-138]

SDA Bocconi School of Management

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