
Più di 200 soluzioni abitative danno una lezione sulla disuguaglianza all’Europa

Il dibattito europeo sulla casa tende a ruotare attorno alle stesse domande da prima pagina: quanto costerà, quante unità possiamo costruire, come colmare il gap di investimenti. Ma dopo aver mappato oltre 200 soluzioni abitative in 16 Paesi europei, dal progetto HouseInc , finanziato da Horizon Europe e di cui SDA Bocconi è partner, emerge un insegnamento diverso. Il progetto applica una prospettiva sistemica e transdisciplinare alla disuguaglianza abitativa, esaminandone le determinanti economiche, sociali ed ecologiche nelle comunità marginalizzate e sviluppando 10 soluzioni finanziarie, sociali e digitali pensate per essere replicate. La mappatura, raccolta nell’ HouseInc Atlas of housing solutions sulla base di letteratura grigia, database nazionali e internazionali, interviste a esperti e visite sul campo, evidenzia tre tendenze che il dibattito pubblico continua a discutere troppo poco. Nessuna di esse riguarda il denaro.
Tre tendenze nascoste
La prima tendenza è che l’abitazione, da sola, raramente risolve i problemi abitativi. Gli interventi che hanno ottenuto i risultati migliori nell’Atlas condividono una logica Housing+: considerano la casa come una piattaforma attraverso cui perseguire contemporaneamente altri obiettivi di policy, come lavoro, istruzione, cura, integrazione. Nel progetto di riqualificazione di Vivalla , in Svezia, la ristrutturazione di circa 1.300 appartamenti di edilizia sociale a Örebro ha incorporato una clausola sociale che obbligava l’impresa di costruzioni ad assumere circa 100 residenti disoccupati del quartiere: una politica abitativa che diventava anche politica del lavoro. A Bruxelles, il progetto CALICO ha realizzato appena 24 abitazioni — una scala ridotta — ma ha combinato housing accessibile, criteri di assegnazione sensibili alle questioni di genere e servizi di assistenza alla nascita e al fine vita all’interno di un Community Land Trust. A Parma, il progetto Tandem ospita giovani italiani e migranti in appartamenti condivisi attraverso i servizi sociali comunali. Paesi diversi, scale diverse, beneficiari diversi, ma la stessa architettura: l’abitazione come infrastruttura sociale capace di sostenere molteplici obiettivi di policy che operano in modo integrato.
La seconda tendenza è che la partecipazione non rappresenta una virtù “soft”, ma un vero e proprio meccanismo di attuazione. Le soluzioni che hanno resistito ai cambiamenti politici, allo scetticismo dei residenti e alle difficoltà legate alle ristrutturazioni hanno quasi tutte incorporato la co-progettazione fin dall’inizio del processo, e non soltanto nella fase di consultazione. In Danimarca, il programma di rigenerazione di Aalborg East , un intervento decennale che ha coinvolto oltre 1.200 abitazioni e circa 2.900 residenti, ha considerato la co-creazione con gli inquilini sin dalla fase iniziale di progettazione come una precondizione, non come un risultato da conseguire. CALICO ha seguito lo stesso approccio a Bruxelles, coinvolgendo i futuri residenti nella definizione della governance molto prima del loro ingresso nelle abitazioni; e la rigenerazione partecipata ricorre anche in casi tedeschi, spagnoli e di altri Paesi presenti nell’Atlas. Quando la partecipazione è stata introdotta in una fase avanzata, i progetti hanno dovuto spendere risorse per recuperare una legittimità che avrebbero potuto costruire prima, compromettendone la sostenibilità nel tempo.
La terza tendenza riguarda la necessità di soluzioni governate a livello locale, con un ruolo chiave svolto dai comuni. Nella Repubblica Ceca, il progetto pilota di social housing di Ostrava ha costruito un sistema locale di edilizia sociale da 225 unità in assenza di una legge nazionale sul social housing, combinando patrimonio immobiliare pubblico e privato e istituendo una commissione interdipartimentale per collegare politiche abitative e servizi sociali. In Italia, Tandem si fonda su un Housing Center creato dal Comune di Parma per coordinare un settore altrimenti frammentato. Gli esempi provenienti dalla Spagna, dalla Danimarca e da altri casi dell’Atlas indicano la stessa direzione: dove esiste una leadership pubblica locale dotata di mandato e capacità di coordinamento, le soluzioni attecchiscono e si replicano; dove manca, i finanziamenti europei attraversano il sistema senza lasciare strutture durature.
Dal progetto alla governance
Anche ciò che non funziona è altrettanto istruttivo. Nei sei casi di studio emergono costantemente gli stessi punti di attrito: costi di coordinamento che crescono più rapidamente dei budget; il divario tra contratti di ristrutturazione a breve termine e i percorsi stabili di cui i residenti hanno realmente bisogno; visioni divergenti tra organizzazioni partner con missioni differenti; vuoti di finanziamento che si aprono tra un ciclo politico e l’altro; difficoltà nel coinvolgere residenti che devono essere temporaneamente trasferiti. Nessuno di questi ostacoli è insormontabile. Tutti sono visibili fin dalle prime fasi, se qualcuno presta attenzione.
L’implicazione per il Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile e per i decisori politici nazionali è che aumentare la spesa per la casa senza cambiare il modo in cui le politiche vengono attuate non sarà sufficiente. Ogni euro aggiuntivo produce il massimo valore quando questi tre fattori si rafforzano reciprocamente: progetti che integrano settori diversi, che vengono costruiti insieme ai loro residenti e che poggiano su un coordinamento pubblico locale credibile. Il nuovo modello europeo per le politiche abitative si sta già scrivendo, un caso promettente alla volta. Ciò che manca è la disciplina istituzionale necessaria per apprendere su larga scala da queste esperienze.
Gli argomenti trattati nel Trending Topic “Housing” sono affrontati nei programmi di formazione Partnership pubblico-privato per investimenti e servizi e PPP per investimenti e servizi pubblici e sono studiati dal Public Value Lab e dal Business & Government Lab di SDA Bocconi.




