
Dalla Luna all’AI, gli astronauti ci fanno capire le professioni emergenti

I Mercury Seven, i sette uomini reclutati nel 1959 dalla NASA per il primo programma spaziale dell’agenzia, erano tutti maschi americani, piloti collaudatori militari, selezionati per la loro capacità di gestire il rischio e l’incertezza che l’utilizzo di tecnologie sperimentali comporta. I quattro astronauti che hanno partecipato alla missione Artemis II ad aprile 2026 hanno, invece, background diversi (militari e civili, compresi una donna e un canadese) e riflettono percorsi formativi differenti e maggiore attenzione alla rappresentatività.
Eppure, gli astronauti di Artemis II condividono con i loro predecessori tratti come l’esperienza di volo, l’intenso addestramento operativo, le competenze ingegneristiche avanzate e la capacità di gestire sistemi complessi e missioni ad alto rischio.
Quello degli astronauti è stato preso da Evelyn Micelotta, Giulia Cappellaro, Claudia Gabbioneta e Michael G. Pratt come esempio emblematico di come si sviluppi una professione totalmente nuova, senza precedenti con cui confrontarsi. Queste professioni, spiegano gli autori, si sviluppano attraverso un processo di stratificazione progressiva. Come in una formazione geologica, nuovi “strati” di competenze e ruoli si aggiungono nel tempo a un nucleo originario, che tende a resistere e a definire le regole del gioco.
Nessuno da cui distinguersi
La letteratura sulle professioni ha tradizionalmente spiegato la nascita di nuovi ruoli attraverso la competizione. Una nuova occupazione emerge differenziandosi da quelle esistenti, in una dinamica di conquista di competenze e legittimità. Alcune professioni, però, nascono in “spazi non saturi”, cioè contesti in cui non esistono altri attori con cui competere. Qui non c’è una battaglia per il territorio professionale, né la necessità di legittimarsi rispetto ad altri.
Prima del 1958, anno di nascita della NASA, gli astronauti semplicemente non esistevano. La loro professione nasce da un mandato esterno fortissimo (la volontà politica di vincere la corsa allo spazio nel pieno della Guerra fredda) e in un contesto tecnologico completamente nuovo.
La domanda a cui lo studio cerca di rispondere è quindi: come si costruisce un’identità professionale quando non esistono termini di paragone?
Una stratificazione a tre fasi
Lo studio si basa su un’analisi storica qualitativa. I ricercatori hanno ricostruito l’evoluzione della professione degli astronauti tra il 1958 e il 1974, analizzando:
- 65 astronauti appartenenti alle prime sei coorti selezionate dalla NASA;
- 31 missioni (Mercury, Gemini, Apollo e Skylab);
- oltre 24.000 pagine di materiali tra interviste, autobiografie, documenti ufficiali e articoli di stampa.
Questa base dati ha permesso di osservare come l’identità degli astronauti si sia formata e trasformata nel tempo, attraverso tre fasi principali.
Dalla “proto-identità” al nucleo professionale. All’inizio, la NASA seleziona esclusivamente piloti collaudatori militari. Questa scelta importa direttamente nella nuova professione un’identità preesistente: quella del test pilot. Ma c’è un problema: la NASA immagina astronauti come passeggeri passivi, mentre le reclute vogliono pilotare. Il conflitto porta a una trasformazione della professione: gli astronauti ottengono il controllo dei veicoli e ridefiniscono il proprio ruolo. Nasce così la loro core identity: il pilota collaudatore, depurato però dalla componente militare per adattarsi a un’agenzia civile.
L’ingresso degli ingegneri: uno strato “sinergico”. Con la corsa alla Luna, la complessità tecnologica esplode. Servono nuove competenze ed entrano astronauti con forti background ingegneristici. Questa nuova identità è compatibile con quella originaria, perché gli ingegneri aiutano i piloti a fare meglio il loro lavoro. Il risultato è una stratificazione “per aggregazione”: l’ingegnere diventa parte integrante dell’identità dell’astronauta, ma senza mettere in discussione la centralità del pilota.
L’ingresso degli scienziati: uno strato “problematico”. Dopo la conquista della Luna, cambia il contesto: meno esplorazione, più ricerca scientifica. Entrano medici, fisici, geologi. Qui però la dinamica è diversa. Gli scienziati sono percepiti come poco coerenti con l’identità dominante. Non rafforzano il ruolo del pilota, anzi lo mettono in discussione. Il risultato è una stratificazione “per segregazione”: gli scienziati entrano, ma restano ai margini, con ruoli distinti e meno legittimati. Tuttora vengono designati non come comandanti o piloti, ma come specialisti di missione.
Chi prima arriva…
La ricerca mostra che, in assenza di competizione, le nuove professioni si sviluppano attraverso un processo di accumulo stratificato di identità (layered accretion).
I meccanismi che guidano il processo sono:
- Allineamento tra identità e lavoro: se le attività richieste cambiano, l’identità deve adattarsi, oppure vengono introdotte nuove competenze.
- Selezione: chi entra nella professione conta enormemente, perché porta con sé nuove identità.
- Sinergia: le nuove identità vengono integrate o marginalizzate a seconda della loro compatibilità con il nucleo esistente.
Alcuni ruoli contemporanei nascono in condizioni simili a quelle degli astronauti: sustainability manager, specialisti AI, esperti di cybersecurity. In questi casi, non c’è competizione diretta con professionisti già definiti, ma un mandato esterno. Si potranno così sviluppare identità stratificate, con il rischio di tensioni interne che andranno risolte.
Chi dovrà gestire l’evoluzione di queste professioni deve tenere conto del fatto che le prime scelte pesano a lungo. La selezione iniziale definisce il DNA della professione. Nel caso degli astronauti, i piloti hanno fissato standard e gerarchie che resistono ancora oggi. Il paper sottolinea, in particolare, il ruolo di uno dei Mercury Seven, Deke Slayton. Nonostante abbia volato poco, è diventato Coordinator of Astronaut Activities, cioè il responsabile operativo degli astronauti. In questa posizione, ha controllato a lungo due leve decisive: la selezione dei nuovi astronauti e l’assegnazione dei ruoli nelle missioni. Attraverso queste leve, ha contribuito a mantenere la centralità della core identity del pilota collaudatore, privilegiando chi aveva quel background nei ruoli più importanti.
Non tutte le competenze, infine, si integrano allo stesso modo. Le competenze che rafforzano il core vengono assorbite. Quelle che lo mettono in discussione rischiano di essere isolate, con effetti su engagement e retention. Politica, tecnologia e regolamenti ridefiniscono i compiti, ma l’identità professionale cambia più lentamente e spesso in modo incompleto.
Evelyn Micelotta, Giulia Cappellaro, Claudia Gabbioneta, and Michael G. Pratt. “Occupational Identity Formation in Unsaturated Spaces: The Layered Accretion of the American Astronaut’s Identity.” Administrative Science Quarterly, Online First, 1–44. DOI: https://doi.org/10.1177/00018392261427746.


