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Agroalimentare italiano: molte opinioni e poche certezze in un mare di dati

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Le domande

Le fonti di informazioni sul settore agricolo italiano sono numerose, sovrapposte e raramente condividono definizioni, metodologie e unità di misura, fornendo spesso dati di non semplice interpretazione e comparabilità. In Italia, le dimensioni ridotte delle aziende, la mancanza di competenze specifiche e le regole di contabilità settoriali, basate per lo più su automatismi burocratici, hanno ritardato l’evolvere di una cultura della raccolta dei dati tra gli operatori agricoli. Gli agricoltori, dal canto loro, si trovano spesso impreparati a rispondere all’elevato livello di dettaglio richiesto dalle indagini di settore, ricorrendo a stime e congetture e contribuendo così alla variabilità delle informazioni e alla riduzione della loro affidabilità.

A titolo di esempio, basti citare come il numero di aziende attive in Italia vari da 718.000 a 1.500.000 in base alla definizione di «azienda agricola applicata»; le Unità Lavorative Annue varino di 250.000 unità a seconda di chi rileva il dato; alcuni dati vengono rilevati annualmente, altri, altrettanto importanti e collegati ai primi, ogni tre.

Le informazioni raccolte dagli enti preposti rischiano di indebolire l’azione della politica e degli imprenditori, che potrebbero beneficiare di dati più coerenti e unitari relativi ad aspetti economici, strutturali e di contesto del settore agricolo per far fronte alla crescente pressione sulla domanda di terreni e di cibo, all’incertezza economica e alle minacce legate all’emergenza climatica.

Il lavoro sul campo

Fra i settori più strategici per far fronte alle sfide globali, odierne e dei prossimi anni, l’agricoltura è senza dubbio il più complesso e, pertanto, merita un monitoraggio accurato che ne descriva la natura sfaccettata. Istituzioni pubbliche e attori privati si affidano infatti ai dati per comprendere la realtà attraverso parametri che possano ritenersi oggettivi e condivisibili, e per definire e valutare le proprie linee d’azione.

Una ricerca dell’AGRI Lab di SDA Bocconi School of Management dal titolo «Stato dell’agricoltura italiana e criteri di sostenibilità» condotta da Antonio Tencati e Manlio De Silvio ha evidenziato le discrepanze più significative tra i dati esistenti sull’agricoltura italiana. Nel conteso italiano, esistono infatti 48 enti nazionali e 9 internazionali (enti pubblici, fondazioni, associazioni e realtà private) con il compito di raccogliere dati relativi al settore agricolo.

L’ISTAT rappresenta la principale banca dati sul settore. Solo riferendosi agli studi principali, l’Istituto svolge un censimento decennale (diventato annuale a partire dal 2020), indagini nazionali su risultati economici, produzioni e struttura delle aziende, un’indagine censuaria annuale sulle caratteristiche dei produttori DOP, IGP ed STG, una stima delle produzioni e delle superfici e una dei conti economici dell’agricoltura. Parallelamente all’ISTAT, altri enti pubblici si occupano di monitorare il settore. Il CREA, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria vigilato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, gestisce un sistema informativo che si concentra su aspetti contabili, strutturali e tecnici; Unioncamere (più precisamente Infocamere, in materia di raccolta dati) conduce un’analisi statistica trimestrale della natalità e mortalità delle imprese agricole; ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, pubblica rilevazioni periodiche sulle variabili strutturali e di mercato del settore agricolo e alimentare e coordina osservatori permanenti sull’imprenditoria femminile e giovanile. Agli enti pubblici si affiancano, poi, attori terzi come Confagricoltura, Coldiretti, la Fondazione Edison, la Fondazione Qualivita, la Fondazione Symbola e molti altri, che si concentrano su aspetti temi specifici, come occupazione, produzioni certificate o eccellenze nazionali.

Ciascuna fonte approfondisce uno o più argomenti, adottando le metodologie più adatte ai rispettivi scopi. Approcci diversi nell’ambito della rilevazione e dell’elaborazione dei dati determinano, inevitabilmente, una variabilità consistente nelle informazioni che ne derivano. Talvolta, i divari sono così ampi da far pensare che gli enti preposti al monitoraggio considerino, nel disegno delle proprie analisi, definizioni normative diverse, restituendo un panorama di informazioni confuso.

L’intenzione all’origine della raccolta dati è il cardine attorno al quale si definiscono metodi di rilevazione e unità di misura. Un esempio riguarda la distribuzione delle aziende per dimensioni economiche. ISTAT e CREA adottano soglie di ripartizione diverse, restituendo, di conseguenza, prospettive non comparabili. Le differenze che ne derivano possono essere contenute, come nel caso del numero di imprese con produzione standard superiore a 500.000 euro, che differisce di poco più di 420 unità tra le due fonti, o più consistenti, fino a più di 63.000 unità, nel conto delle realtà con produzione compresa tra 50.000 e 99.999 euro.

L’unità di misura adottata e la periodicità delle rilevazioni giocano un ruolo altrettanto importante e i dati sull’occupazione costituiscono un esempio in tal senso. Le fonti citano, alternativamente, persone, occupati, ULA (unità di lavoro annue) e giornate, conducendo rilevazioni talvolta annuali, talvolta a cadenza triennale o superiore. Se Confagricoltura si propone di confrontare le ULA tra i principali Paesi agricoli dell’Unione Europea, la «rilevazione sulle forze di lavoro» dell’ISTAT è, invece, volta a monitorare la distribuzione degli occupati per età e posizione professionale tra i settori industriali italiani. L’ISTAT stesso sceglie, per le proprie indagini, unità di misura diverse. Per esempio, ipotizzando che occupati e persone possano ritenersi etichette sovrapponibili e si ponessero a confronto le rispettive rilevazioni, ci si ritroverebbe di fronte a dati divergenti: le indagini ISTAT relative al 2013 parlano di 799.000 occupati e di 3.559.081 persone. Anche quando si confrontassero dati catalogati con la stessa unità di misura nominale, è possibile imbattersi in differenze di calcolo delle stesse, soprattutto tra fonti diverse. L’indagine REA dell’ISTAT e le analisi di Confagricoltura sulle ULA, per esempio, differiscono fino a più di 250.000 unità.

Nel caso di argomenti più specifici, il minor numero di fonti disponibili riduce l’incertezza nell’identificazione delle informazioni di interesse, sebbene implichi una minore varietà metodologica. È il caso di temi quali l’imprenditoria giovanile o femminile, efficacemente monitorati dall’ISMEA. Dati più uniformi derivano anche da definizioni ufficiali e condivise, quali per esempio i criteri di identificazione dei prodotti con certificazioni DOP, IGP ed STG.

Guardando avanti

Conoscere le finalità e le metodologie delle principali fonti di informazione è, dunque, essenziale al fine di individuare dati coerenti con i propri scopi. Sebbene non tutte presentino la stessa profondità e ampiezza, un utilizzo complementare delle banche dati è, al momento, la soluzione più efficacie per fotografare le dinamiche di un settore articolato come quello agricolo, caratterizzato da filiere complesse e produzioni variegate.

Nonostante il panorama sia già ampio, inoltre, ancora molte dinamiche meriterebbero un monitoraggio più articolato: la legalità lungo le filiere produttive; gli andamenti dei prezzi e la competitività delle produzioni; l’adozione di modelli contrattuali di filiera e la distribuzione del valore lungo la catena di produzione. Inoltre, per quanto ampiamente discussi dai media, rimangono ancora scarsamente documentati anche l’impiego di pratiche evolute nel campo della coltivazione e della gestione del suolo, come l’agricoltura di precisione e la meccanizzazione, e tutto quanto riguarda la relazione tra settore agricolo ed emergenza climatica.

Un coordinamento tra le fonti di informazione potrebbe contribuire anche a estendere il perimetro di indagine per comprendere tali tematiche. Inoltre, per rinforzare i processi di rilevazione e l’affidabilità delle informazioni che ne derivano, rimane indispensabile affiancare gli operatori del settore, costruendo una cultura dei dati, fatta di competenze, tecnologie e strumenti di monitoraggio semplici, essenziali e coerenti con le realtà aziendali.

In quest’ottica, l’AGRI Lab di SDA Bocconi ha di recente sviluppato CoCoA Business Simulation, un software per il controllo di gestione in grado di supportare le aziende agricole nella raccolta dei dati e nella misurazione della redditività delle diverse attività.