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Sono reduce da una serie di interventi in aziende che presentano tutte la medesima sintomatologia. Sono guidate da imprenditori che possono senza alcun dubbio affermare di aver attraversato questi anni difficili con successo, raggiungendo ottimi risultati, ma che, nello stesso tempo, avvertono il bisogno di un “check-up” organizzativo anche e soprattutto in prospettiva di una ulteriore crescita.

Dico loro che se ce l’hanno fatta, sono stati certamente molto bravi a livello strategico, hanno avuto le giuste intuizioni, sono stati capaci ma, paradossalmente, proprio quelle competenze che li hanno portati fino a questo livello potrebbero diventare un limite per traguardare lo step successivo. Per questi bravi imprenditori si apre una fase di analisi e di intervento sulle persone, sui processi e sulle strutture pena un rischio gravissimo per le loro aziende e, in ultima battuta, per loro stessi.

Per convincerli di quale pericolo comporti il mancato adeguamento organizzativo, sono solita citare un fatto storico spiegato in dettaglio da Paolo Preti in "Da un uomo solo al comando al gruppo dirigente": la campagna di Russia dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. L’accordo Molotov-Ribbentrop, con la conseguente spartizione della Polonia, è puramente tattico: serve a entrambe le parti per guadagnare tempo. In particolare nel campo tedesco si stanno studiando nuovi prodotti e nuove strategie, come in una qualsiasi azienda impegnata nella conquista di nuovi mercati. Negli anni successivi si è in grado, con il concorso di aziende ed esercito, di mettere a punto un nuovo tipo di acciaio e un’arma perfezionata, un carro armato velocissimo e resistentissimo: il panzer.  La Wehrmacht ne studia un uso moderno: nasce la Blitzkrieg, la guerra lampo.

Tutto è pronto e, nell’estate del 1941, rotti gli indugi, la guerra viene dichiarata anche sul fronte orientale. Con una progressione incalzante, in pochi mesi, grazie alle innovazioni di prodotto, le avanguardie dell’esercito tedesco arrivano alle porte di Mosca. Le divisioni corazzate tedesche avevano compiuto un’impresa per quei tempi eccezionale. Il mondo, allora come oggi, era in apprensione perché le sorti della guerra sembravano segnate.  Come andò a finire è ben noto. Alcuni fatti casuali fecero, per nostra fortuna, venire meno il successo finale: innanzitutto il cosiddetto “generale inverno” che iniziò molto prima di quanto i pur validi servizi metereologici dell’esercito tedesco e semplici considerazioni fondate sull’esperienza lasciavano prevedere. Già nei primi giorni di ottobre la colonnina di mercurio segnava alcune decine di gradi sottozero.  Non solo l’inverno era in largo anticipo, ma fu anche particolarmente rigido. Tutto ciò mentre non era possibile assicurare a uomini e mezzi quegli adeguati rifornimenti che il freddo avrebbe richiesto per proseguire nell’offensiva e raggiungere i risultati preventivati. Le scorte di viveri e indumenti erano nei magazzini ben forniti nelle retrovie, quelle retrovie che, proprio per la celerità dell’operazione svolta dalle avanguardie corazzate, si trovavano ora a migliaia di chilometri di distanza e impossibilitate dunque a far giungere in tempo i ricambi per la massa d’urto.  A ciò si aggiunse un altro fatto: la popolazione moscovita, e anche l’esercito russo, memori della lezione appresa con Napoleone, abbandonarono la città senza lasciare alcunché di utile al nemico. 

Non ci può essere crescita senza sviluppo

Fu l’inizio della fine. Una più attenta gestione organizzativa della “crescita” militare, per esempio dedicando attenzione adeguata alla logistica, non avrebbe probabilmente cambiato il corso degli avvenimenti della seconda guerra mondiale ma nella battaglia russa avrebbe modificato molti fatti. La convinzione della vittoria finale, basata sulla forza delle proprie armi (innovative  e performanti), era così radicata nelle gerarchie militari tedesche, e soprattutto in Hitler, da escludere anche in via ipotetica l’esame di possibili alternative. Che questo sia capitato all’esercito tedesco, da sempre orientato alla metodicità, non è certo l’ultima delle aggravanti. Attenzione allora al principio generale da portare in azienda: “Non ci può essere una crescita sana e sostenibile nel tempo senza un adeguato sviluppo organizzativo”.