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Provo a raccontarvi, dal basso delle esperienze e non dall’alto dei numeri aggregati, un’altra verità. 

Partiamo da una domanda che mi è stata formulata da un giornalista qualche giorno fa in procinto di scrivere un articolo per l’appunto sulle piccole imprese innovative. Come in molti altri casi mi chiedeva una ricerca o un’analisi con dati quantitativi dimostrando nel pormi questa richiesta - apparentemente legittima - di non aver ancora capito il fenomeno italiano della piccola impresa.

Gli ho risposto -  un poco seccata - che le piccole imprese fanno innovazione spesso a 360 gradi - non solo di prodotto intendo - senza che di queste migliorie senza brevetti resti traccia nei loro bilanci o nelle statistiche ufficiali. Non a caso va usato il termine “migliorie” perché, detto in modo più elegante, si tratta di progressi incrementali e intuitivi che, passo dopo passo - come succede in talune vicende umane - portano a compiere un grande viaggio, solo di rado a registrare un brevetto. Ripeto: si tratta di un percorso non tracciato dagli enti “certificatori” della produttività o dello stato di innovatività delle nostre piccole imprese, non codificato e nemmeno organizzato in un reparto altrove chiamato R&D ma ben documentabile se si andassero, con dovizia, a guardare  i risultati traguardati da chi questo tipo di innovazione la fa in concreto. Un processo che spesso si compie attraverso lo scambio tra cliente e fornitore o tra piccole imprese e grandi gruppi all’interno delle filiere capitanate dai giganti multinazionali, altre volte tra aziende minori e università.

Un percorso incrementale e non tracciato

Provo a raccontarvi l’ultimo di centinaia di esempi che vi potrei citare. 

Una cosa che “non si poteva fare” è stata fatta. Una cosa che non esisteva ora c’è. Una lavorazione che deve avere standard estetici e funzionali altissimi viene presa in carico da una micro impresa che, a furia di tentativi, riesce a trovare, anche attraverso un altro piccolo partner (abruzzese) che gli fornisce i centri di lavoro adeguati, la soluzione giusta. Ovvero un prodotto fatto a regola d’arte coerente con il posizionamento del marchio del committente. Non solo: questa scoperta può diventare un punto di partenza per altri sviluppi su prodotti similari che richiedono quel processo così difficile ora messo a punto.

Torniamo alla richiesta fattami dal giornalista sulle statistiche. 

Nel caso della micro impresa siamo di fronte a qualcosa di nuovo? Si!

 Siamo di fronte a qualcosa che non si era mai visto prima? Si!

Verrà mai nominata  nelle ricerche ufficiali questa innovazione? No e poi no!

Sarà invisibile e, se nessuno farà emergere questo o i moltissimi casi simili, ci porterà inevitabilmente ai piedi delle solite (parziali) classifiche. Vi sembra corretto negare questa realtà solo perché non viene tracciata dai canali ufficiali?

Sarà pure fuori dai report dei centri studi ma questa micro impresa ha fatto, nel suo piccolo, innovazione ed è più che mai dentro al futuro, in prima fila per costruirsi un domani migliore.

E perdonate, cosa conta di più? La ricerca con le sue misure incomplete o la realtà dei fatti?