
Le vacanze di Natale servono anche per leggere, ascoltare, pensare. Tra le cose più interessanti in cui mi sono imbattuta vorrei segnalarvi due interventi abbastanza recenti di Marco Fortis, Direttore e Vicepresidente della Fondazione Edison, sulla competitività delle imprese italiane. La visuale dell’economista è molto differente dalla mia che, da esperta di gestione delle piccole imprese, mi muovo di caso in caso, di azienda in azienda, incontrando via via le persone che le guidano e per ciò mi colpisce.
Il Prof. Fortis ha la capacità di osservare il sistema da una prospettiva macro, come fosse un satellite che si trova a monitorare la nostra Italia dall’alto, con un’ampia veduta. Rileva andamenti quantitativi, oggettivi - PIL, esportazioni, saldi commerciali, investimenti - che consentono comparazioni con gli altri Stati del mondo e con i nostri vicini d’Europa. Da questa visuale così allargata, non si possono non evidenziare tutta una serie di record recenti dell’economia del nostro Paese che il professore cita e spiega in modo lampante, come sa fare solo chi è molto competente ed ha le idee chiare. Non servono sofismi e tecnicismi quando si domina pienamente un tema.
Molti sono i dati sorprendenti del sistema produttivo italiano. Il primo che viene evidenziato è il più significativo. Oggi siamo la settimana manifattura al mondo e, nei primi sei mesi del 2023, l’Italia ha eguagliato per esportazioni il Giappone, una nazione che oltre ad avere una grandissima e qualificata industria, ha una popolazione doppia rispetto alla nostra. Per arrivare ad un tale risultato (660 miliardi di euro nel 2023), l’export italiano non si è mai fermato negli ultimi tempi: attualmente siamo il quarto Paese al mondo per esportazioni assieme ai nipponici. Ma si può proseguire con altri traguardi importanti: le imprese italiane da 50 a 2000 addetti, contribuiscono a quasi il 75 per cento del nostro export. Grazie al piano Industria 4.0, il nostro tessuto industriale si è enormemente rafforzato sotto il profilo della tecnologia e dei vantaggi competitivi ad esso correlato. L’Italia è oggi tra i Paesi del G7, sempre a pari merito col Giappone, quello che ha il rapporto più alto per investimenti in macchinari e mezzi di trasporto sul PIL, superando rispetto a questo indice la Germania e gli Stati Uniti. La nostra manifattura è sesta al mondo per numero di robot installati cioè continuiamo ad operare in settori tradizionali ma con un livello tecnologico nei processi sempre più sofisticato ed automatizzato. L’elenco dei record sciorinati dal Prof. Fortis non si ferma a questi numeri ma vi rimando all’ascolto dei suoi due interventi per avere in pochi minuti un quadro completo. (; ). Ciò che però interessa qui è partire da questi dati per impostare un ragionamento logico.
A chi vanno i meriti di questi risultati positivi?
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Se il nostro, ormai è noto, è per la stragrande maggioranza un capitalismo di piccole imprese manifatturiere di proprietà familiare, chi saranno mai i fautori di questi risultati clamorosi? Chi dovremmo riconoscere e valorizzare come campioni indiscussi di questi oggettivi traguardi? Se esistesse ancora un poco di logica dovremmo arrivare ad affermare con forza e convinzione che non solo la nostra economia non è al tracollo ma ha saputo tenere testa ad una serie di crisi pesantissime negli ultimi vent’anni: la globalizzazione nei primi anni del 2000, la crisi dei mutui subprime nel 2008 (dove noi non c’entravamo a), la crisi della Grecia e poi quella del Covid e del conflitto in Ucraina. Questa capacità, se si vuole un minimo ragionare, non può che derivare dall’esercito delle PMI italiane impegnate nelle nicchie globali delle centinaia di settori in cui i nostri imprenditori hanno scelto di operare. Il nostro capitalismo pulviscolare - quello che da anni ci piace definire il modello originale di sviluppo - non è limitato anzi tutt’altro. Questa logica va capita e va sostenuta in opposizione a chi racconta un’altra Italia, fatta di “aziendine” dove regna il nepotismo, condannate ad operare in comparti del passato con processi obsoleti. Bisogna avere il coraggio di affermare che non è più così da parecchio tempo, di andare contro se necessario alla “cantera” di certi giornali, delle agenzie di rating, di taluni burocrati della Commissione Europea che non vogliono o non sanno osservare per bene la nostra economia. E’ necessario parlarne nelle università da nord a sud e fare ricerca su questo modo di fare impresa così unico nel panorama internazionale, è doveroso formare una classe di giovani manager specificatamente preparata per operare in queste realtà. Il tutto senza volere negare la doverosità di ulteriori miglioramenti nelle PMI italiane: ci dovranno essere e sarà un bene ma si tratterà di cambiamenti nella gestione e non correzioni insane dei tratti peculiari del modello. E’ bene che resti l’imprenditore, la flessibilità dimensionale, la proprietà famigliare, che non sparisca la vocazione manifatturiera come qualcuno, anni fa, straparlando, teorizzava. Di questa battaglia, nel piccolo di questo blog, anche per il 2024 con i miei e i vostri contributi saremo alfieri. L’imprenditoria italiana è viva e forte, il modello ha tenuto e i risultati lo dimostrano. E’ uno dei patrimoni della nostra penisola e può progredire ancora.
Andiamo avanti credendoci e lavorando, ciascuno dal suo ambito, per il miglioramento!



