

Creator...ever!
Nella programmazione e nei piani come, in generale, nel corso della vita, spesso accade di essere esposti a dinamiche esterne – come quelle dell’attuale conflitto - che implicano la necessità di deviare, ripensare e, spesso, spostare o attualizzare la traiettoria d’analisi e di scrittura. Quindi, tale repentino cambiamento nel blog avrebbe dovuto condurre verso tematiche afferenti non tanto al “creator” quanto piuttosto al “destroyer” (creatore vs. distruttore), andandosi però a sovrapporre al flusso informativo politico, geopolitico, ecc - certamente molto più aggiornato, preparato ed esperto di me - di questi giorni.
Inoltre, trattare di “distruzione” avrebbe voluto dire qualcosa di contrario o in contrapposizione a quell’attitudine, naturalmente umana, della comunicazione dei creator nel “mettersi ed essere in relazione con”, tanto che in modo assolutamente arbitrario - e ispirandomi ad un post che vi riporto nel seguito - mi piacerebbe pensare a tale ruolo come a “creatori di pace”.
Immagino alla possibilità e all’opportunità dei creator di condurci, passando e trasferendo sensazioni e sentimenti positivi, verso momenti di intrattenimento e divertimento da non confondere con futilità o superficialità. Pertanto, il pezzo di quest’oggi, proseguendo nel discorso avviato alcune settimane fa, intende far riferimento proprio al creator, quale “figura positiva”.
Creator: di che tipo?
I creator, con cui ultimamente si usa etichettare anche e non solo gli influencer, non si limitano a “ripetere” un messaggio (come dei semplici trasmettitori), ma lo plasmano secondo il proprio stile e la propria creatività, aggiungendovi originalità (cfr. differenze tra blogger, influencer e creator: pezzo del blog di qualche settimana fa!). Sovente, e talvolta erroneamente, pensando ai content creator viene in mente, l’influencer preferito, oppure un suo recente post sponsorizzato o, ancora, l'ultimo video virale che ci ha “rapito”, “intrattenuto”, ovvero ha carpito la nostra attenzione sino a prendere il “controllo” visivo del mobile! Ma oltre alla viralità e al clickbait (contenuto il cui scopo è di attrarre l’attenzione e spingere i lettori o i fruitori a cliccare sul link), la creazione nella fattispecie di contenuti da parte di creator, nella sua “forma più pura”, riguarda la capacità di imprimere sé stessi ed esprimere la propria personalità attraverso i social media e/o le modalità multimediali preferite (video, blog, etc.).
Era, forse, l'inizio del 2019, quando due ragazzi - divenuti virali su TikTok - intervistati da una giornalista di Adweek (2019 e 2022) hanno iniziato a riferirsi con orgoglio a sé stessi come “creator” o “content creator”.
Ma perché proprio queste parole, così eccitanti ma al contempo così evanescenti? Non sarebbe stato meglio denominarsi "comico", "ballerino" o "aspirante attore"? Forse sì, ma in realtà, da allora, il termine si è diffuso…
…al punto che oggi vengono “recensiti” più di 50 milioni di persone, in tutto il mondo, che si considerano creatori; e sembrerebbe anche rappresentare “un rilevante lavoro del futuro, indipendentemente dal settore o dalla categoria” (cfr. Li Jin, Venture Capitalist e Business Angel, maggio 2021).
Non mi addentro, volutamente, su tale figura, rimandando a quanto già trattato all’interno del blog:
Creator: a che punto siamo?
L’idea di creator parte da un concetto e una esperienza ormai nota e diffusasi dal 2004: gli utenti non sono solo consumatori di media digitali e social media, ma anche produttori di UGC (user generated content) e tra essi si riscontrano YouTuber, podcaster, tiktoker, twicher, artisti, fotografi, scrittori, venditori ecc. Ciò ha portato alla distinzione tra: utenti ordinari, che costituiscono la maggior parte delle comunità online e, di solito, sono semplicemente osservatori silenziosi ("consumatori di contenuti" o "lurker" – frequentatori e lettori assidui di una chat, di un news group, di un forum), e utenti che partecipano attivamente alle comunità digitali scrivendo commenti o condividendo i propri contenuti (divenendo così "creatori di contenuti"), tanto da estendere la famiglia dei creator anche a blogger, influencer e gamer! Occorre precisare che, essendo tali contenuti inizialmente accessibili ad un pubblico di “vicini”, prevalentemente costituito da parenti, amici, conoscenti, è apparsa più una “pratica amatoriale” e lo sforzo creativo esulava dalle pratiche professionali, oggigiorno il confine tra routine professionale e amatoriale è divenuto sempre più sfocato (Mileros et al., 2019) e il numero dei creator professionisti è notevolmente aumentato.
Alcuni autori (Li e Bernof, 2011), all’interno di un libro da molti definito “epocale”, hanno classificato e distinto tra loro sette diversi tipi di utenti dei social media: "Inattivi", "Spettatori", "Partecipanti", "Collezionisti", "Critici", " Conversazionalisti" e "Creatori"; all’interno di questo continuum, i due estremi: "inattivi vs. creatori”, evidenziano livelli di partecipazione da molto bassi a particolarmente elevati, con un impegno crescente all'interno delle comunità sociali. "Inattivi", "Spettatori" e "Partecipanti" sono passivi rispetto alla creazione di contenuti, mentre "Collezionisti" (che raccolgono e condividono contenuti), "Critici" (che commentano, rivedono o contribuiscono online su base mensile) e "Conversazionalisti" (che pubblicano aggiornamenti sui social media ogni settimana) hanno una relazione attiva con la creazione di contenuti. Infine, i “Creatori” partecipano attivamente e svolgono, almeno mensilmente (oggi certamente tale frequenza è cresciuta), una o più delle seguenti pratiche: pubblicano blog o pagine web proprie, caricano musica/audio/video/foto create e riprese da sé o scrivono e pubblicano storie o articoli, facendo estrema attenzione alla tecnologia da usare.
Bloomberg, in un articolo apparso il 30 agosto 2021, dal titolo: “The Pandemic Has Been Very, Very Good for the Creator Economy” ha valorizzato l’industry dei creator in 20 miliardi di dollari, definendola "a prova di pandemia", poiché un numero crescente di persone (e creator) sono riuscite a “monetizzare” i propri follower “residenti” o “provenienti” dai social media.
Ed ecco che proprio l’idea di monetizzazione e valorizzazione dei creator ha portato a disegnarne un ciclo di vita suddiviso in 3 fasi, l’una conseguente all’altra. La prima è connessa alla “nascita delle piattaforme”, in cui i creator vengono retribuiti e supportati dalle piattaforme, con quote di compartecipazione alle entrate pubblicitarie in cambio della followship generata e dalla garanzia di ingresso del pubblico sulle stesse; la seconda è collegata alla “monetizzazione” delle attività svolte dai creator, venendo essi riconosciuti dai brand-sponsor per il raggiungimento di audience-follower attraverso le piattaforme; infine, la terza è connessa alla realizzazione dei creator quali veri e propri “personal brand o piccole aziende” in grado di proporre intrattenimento e community al di fuori delle piattaforme ai propri fan e venendo, quindi, retribuiti attraverso sistemi di pagamento e/o e-commerce.
Concludo con una frase che mi è piaciuta molto:
“…un po’ tutti noi dovremo adottare alcune delle abilità e dei comportamenti dei creator per avere successo”


