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Quali servizi per quali bisogni dei più giovani?

18 dicembre 2023/DiRaffaella Saporito
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Sui “giovani d'oggi" ci torno a riflettere grazie ad un progetto di ricerca di SDA Bocconi realizzato in collaborazione con Polis, Regione Lombardia e Anci, finalizzato ad analizzare i modelli di servizio degli Informagiovani per avanzare alcuni spunti di riprogettazione. Dei diversi gruppi di ricerca che, oltre al nostro, hanno lavorato in parallelo sullo stesso oggetto, le colleghe di Cattolica (la prof. di sociologia economica Ivana Pais e la psicologa, dr.ssa Simona Bianco) hanno offerto un prezioso tassello che mi è risuonato complementare con gli esiti del nostro. Pertanto, saluto il 2023 con un post che prova a costruire nuovi ponti tra management pubblico e sociologia attorno al tema: quali servizi per le politiche giovanili?

Ivana, Simona, uno degli esiti della nostra ricerca è che gli Informagiovani lombardi, che pur hanno alcune punte di eccellenza davvero interessanti, faticano a distinguere tra domanda e bisogno. Le risposte sono allestite per chi si attiva e chiede un supporto, in una logica di "servizio d'attesa". E, infatti, varcano le porte dell'Informagiovani le ragazze e i ragazzi con più risorse relazionali, perché in genere già oggetto di cura di una comunità educante fatta di scuola, famiglie, ma anche associazionismo sportivo o religioso che li spinge a chiedere aiuto. Eppure c'è chi da queste reti è fuori. Infatti esistono aree di bisogno che non si trasformano in domanda di supporto. Ma se la domanda esplicita è in chiaro, il bisogno no. Al contrario, è sovente solo immaginato, poco esplorato. Il vostro lavoro contribuisce a portare un po' di luce. Di cosa hanno bisogno le ragazze e i ragazzi che avete intervistato? Quali sono le loro ambizioni e le loro paure?

Una delle difficoltà sottese alla costruzione di servizi per i giovani è che i giovani stessi faticano a individuare i propri bisogni o ad esprimerli in maniera diretta. Abbiamo cercato di uscire da questa impasse chiedendo ai ragazzi quale futuro temono e quale desiderano, trovandoci di fronte a scenari che non avremmo immaginato.

I ragazzi temono la routine più della crisi economica e vedono il lavoro come uno strumento funzionale a crearsi una base di benessere da cui partire per dedicare il loro tempo a ciò che considerano davvero importante: esperienze, passioni e affetti.

Sembrano aver incorporato la disillusione trasmessa dagli adulti di riferimento e, con una certa dose di realismo, spostano le loro aspettative in altre arene sociali. Il lavoro diventa dunque oggetto di investimento solo quando risulta coerente con un più ampio progetto di vita. Per fronteggiare l’incertezza del futuro, assegnano grande rilevanza ai processi di attribuzione di senso nel loro presente, coltivando un tempo di qualità in cui possano sentirsi utili e validi.

Oltre alla paura della routine, si aggiunge il timore della solitudine: coltivare buone relazioni rappresenta una ricchezza ma soprattutto una risorsa per poter avere qualcuno con cui confrontarsi in momenti difficili. Anche per questa ragione, la possibilità di avere accesso ad una relazione faccia-a-faccia con una persona di fiducia è emersa come punto di forza degli informagiovani, non sostituibile da punti informativi on line.

Mi pare di capire che, ai tempi dell’iperconessione, la risorsa scarsa è la relazione in carne ed ossa! Dalla ricerca del gruppo di SDA Bocconi è emerso in modo chiaro che i NEET (Not in Education, Employment or Training) e cioè i ragazzi che né studiano, né lavorano non si rivolgono agli Informagiovani. Eppure, in linea teorica, dovrebbero essere il target d'elezione di un servizio che mira ad orientare i più giovani nella costruzione del loro progetto di sviluppo, attraverso un supporto nella scelta delle opportunità di istruzione e formazione, ma anche di accesso al mercato del lavoro. Un servizio, in sostanza, che ambisce ad evitare che i più giovani rimangano bloccati o finiscano dispersi nelle transizioni scuola-scuola, scuola-lavoro o lavoro-lavoro. Voi che i NEET li avete intervistati, cosa li potrebbe sostenere a uscire dal cono d'ombra in cui rischiano di finire?

Molti dei NEET intercettati attraverso le nostre interviste sono ragazzi e ragazze che hanno conseguito una laurea e che non si sentono ancora pronti per entrare nel mondo del lavoro, per mancanza di competenze trasversali. Si dichiarano interessati a percorsi informali e non formali per acquisire queste competenze, anche attraverso esperienze all’estero. Questi percorsi in stallo vedono la loro chiave di sblocco ancora una volta nella relazione diretta con qualcuno di fiducia. Rispetto agli strumenti utili, i ragazzi stessi hanno espresso il bisogno di percorsi diversi: dall’educazione finanziaria all’educazione all’affettività, da momenti di orientamento rispetti ai servizi del territorio offerti a più formazione all’uso corretto dei social per potersi percepire come validi e autonomi nel mondo degli adulti. Occorre precisare che i NEET del nostro campione non possono essere considerati rappresentativi dell’intera categoria, soprattutto dei ragazzi più giovani, ma sicuramente hanno portato alcuni spunti che avrebbe senso considerare in ottica di riprogettazione dei servizi.

Un terzo risultato che abbiamo portato come SDA Bocconi nel dibattito sul tema è la stretta relazione tra le connessioni che il servizio attiva e il profilo dell'utenza che riesce a raggiungere. Talvolta basta la localizzazione vicino un'aula studio per orientare il servizio prevalentemente verso gli studenti universitari. O in prossimità di un centro per l'impiego per vedere arrivare ragazzi con qualche anno in più in cerca di un lavoro. In altri casi, la collaborazione col mondo della scuola, ad esempio, consente di raggiungere i ragazzi, ma anche i loro genitori, che sempre di più accompagnano i figli allo sportello.

Volendo assumere una prospettiva di servizio non più d'attesa, ma di iniziativa, ovvero animato da un approccio proattivo, che punta ad andare a cercare chi nel servizio non arriva ma più ne ha bisogno, occorre immaginare nuove modalità di connessione.

Penso ai NEET inattivi, ma anche ai NAI (stranieri Neo Arrivati in Italia), sovente fuori dai circuiti scolastici. Che idea vi siete fatte dei luoghi o degli strumenti che consentono di arrivare dove le reti classiche (scuola, famiglia, etc...) non possono arrivare per definizione?

L’idea che ci siamo fatte grazie alle interviste, ma anche visitando fisicamente gli Informagiovani e confrontandoci con i coordinatori dei servizi, è che gli Informagiovani maggiormente connessi a realtà aggregative (centri di aggregazione giovanile) o coinvolti annualmente in attività di tempo libero e di pubblica utilità (come campus estivi sull’ambiente per i più giovani) fossero maggiormente in grado di intercettare ragazzi in dispersione o con domande meno definite. Gli operatori di questi servizi non vengono visti come persone da cui andare per avere indicazioni su scuola e lavoro, ma come riferimento per poter chiedere contatti o un confronto in caso di confusione o necessità più generica. Una volta costruito il legame fiduciario, da lì possono poi passare anche le informazioni utili all’orientamento scolastico e professionale.

Se la relazione di fiducia è un ponte, bisogna avere in mente quali realtà si vogliono connettere per favorire il passaggio da attività non strutturate a percorsi di orientamento specifici.

Fare network con realtà del tempo libero o con comunità straniere potrebbe essere utile per ampliare i livelli di connessione territoriale e intercettare tipologie diverse di ragazzi.

Ps: Un enorme grazie a tutto il team di SDA Bocconi, Maria Vittoria Bufali, Federica Dal Ponte, Giovanni Fosti, Elisabetta Notarnicola.