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#ValorePubblico

Il mestiere di raccontare la PA e altri possibili sbocchi professionali

10 ottobre 2022/DiRaffaella Saporito
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Questa settimana ho incontrato virtualmente Luca Maniscalco, Responsabile Marketing e Comunicazione nel settore dell’executive education, nonché consulente, influencer in ambito digital e social media, con un focus specifico sul rapporto tra mondo del lavoro e social, autore di libri di successo, tra cui “Il lavoro che c’è”. A lui ho chiesto che ne pensa di come la PA usa i social e di come li potrebbe usare per meglio raccontarsi come potenziale datore di lavoro. La nostra chiacchierata ve la mettiamo a disposizione nel video, mentre le cose che ho imparato le ho scritte qui sotto.

Luca ed io ci conosciamo da quando lavorava in SDA Bocconi, ai tempi dei primi esperimenti di utilizzo dei social per la nostra Scuola. Dopo, abbiamo continuato a seguirci. Poi, un giorno, sempre sui social, ci mettiamo a commentare come una nota amministrazione pubblica – di quelle per altro più attive sui social – sta promuovendo alcune opportunità di lavoro via LinkedIn: il post è poco più di un copy/paste di un pezzo del bando, non c’è storytelling, non c’è idea di chi sono i destinatari potenziali della call, in più i link sono sbagliati. Un po’ ci rimango male (per ragioni osmotiche sono assimilata e in qualche modo io stessa mi assimilo a chi lavora nella Pa, quando parlo con chi la Pa la osserva da lontano) e gli faccio notare che è già un mezzo miracolo questo piccolo, rivoluzionario, gesto di promozione fuori dalla gazzetta ufficiale o albo pretorio… Eppure, dice Luca, basterebbe “poco” per fare molto meglio. “Poco” quanto? Cosa serve? E chi serve, gli chiedo.

Intanto occorre pensare che la PA non vive nel vuoto pneumatico: il tema di attrarre candidati brillanti (e poi trattenerli) non è un problema solo dei concorsi pubblici, ma riguarda anche larghe fette del settore privato. E, quindi, per essere attrattivi occorre saper raccontare al meglio la propria proposta di valore, ovvero l’insieme di ragioni per cui una data amministrazione potrebbe essere davvero un buon posto dove lavorare. E, per dirlo bene e in poche parole sui social, occorre avere le idee chiare in proposito. Ad esempio, imparando a valorizzare alcuni aspetti che possono davvero essere quello che cercano le nuove generazioni: un lavoro pieno di contenuto sociale e ad alto impatto per la comunità; condizioni di impiego centrate sul rispetto dei lavoratori, sulla tutela dei suoi diritti e della work-life balance; la possibilità, nel corso degli anni, di cambiare mille mestieri, grazie non solo alla mobilità interna, ma anche alla mobilità tra amministrazioni. Senti già come suona meglio rispetto alla visione del burocrate ostaggio a vita dello sportello anagrafe, che in fondo è solo in cerca dello stipendio fisso e del posto sicuro.

Ma cambiare racconto è un mestiere. E se oggi questo mestiere non lo fa nessuno, si tratta nella sostanza di una funzione che non è presidiata. In altre parole, stiamo osservando un vuoto di competenza che le Pa nemmeno sanno di avere, prese come sono ad assumere in blocco profili novecenteschi per replicare processi altrettanto vetusti e, forse, anche un po’ svuotati di significato. Ci sono altri mestieri che ci stiamo perdendo nel pubblico, tra quelli che nel privato stanno ricercando di più?

Su LinkeInd, dice Luca, i profili più ricercati si possono organizzare in quattro tipologie: quelli legati ai big data, quelli che ruotano attorno al tema del digitale e dell’IT, i mestieri legati alla sostenibilità e infine, alla customer care. Hanno senso nella PA, mi chiede? Mi verrebbe da dire che i big data e la sostenibilità sono nati nel settore pubblico, ma nessuno se ne è accorto, né ne ha capito le potenzialità. Penso al paradosso che oggi poche grandi multinazionali dell’informazione sanno di noi cose che nemmeno noi sappiamo di noi stessi, mentre il pubblico  – che pure di dati non ne ha pochi – è ancora fermo a confondere l’analisi del bisogno con lo scorrimento della lista di attesa di chi ha fatto domanda ad un dato servizio. Eccolo qui un primo gap da colmare. Quanto alla customer care, forse basterebbe sostituire customer con user per capire che il mestiere pubblico è, in larga parte, un mestiere di cura, che richiede una sua professionalità, soprattutto all’ambito del welfare.

E così penso ai nuovi contratti decentrati del pubblico impiego che sono chiamati a definire i profili professionali. E mi chiedo se non possiamo partire di qui, dai nuovi mestieri, per inventarci una nuova PA, fatta di contaminazioni di professionalità ed esperienze diverse, che possono essere generative. Come le chiacchiere con Luca.