
È tempo di rigenerare, se vogliamo essere davvero sostenibili
Andrea Illy, Presidente di illycaffè e co-Chair della Regenerative Society Foundation ha pubblicato “La società rigenerativa – Un nuovo modello di progresso” per EGEA, la casa editrice della Bocconi. SDA Bocconi Insight ne pubblica uno stralcio, per gentile concessione della casa editrice

Mai nella storia dell’umanità ci sono state così tante informazioni immediatamente disponibili, eppure c’è una frustrazione crescente e palpabile. Queste montagne di dati non vengono incanalate verso un progetto comune che abbia senso. E il progetto comune, per essere realizzato concretamente, richiede necessariamente valori di riferimento condivisi. È come avere tutti i pezzi di un puzzle da mille pezzi sparsi caoticamente sul tavolo, ma nessuno che si ricordi più quale immagine dovrebbero comporre una volta assemblati.
È qui che entra in gioco la lezione più importante che ho imparato sulla trasformazione durante i miei anni di ossessiva ricerca sulla rigenerazione. Quando ho iniziato a dissezionare metodicamente i grandi cambiamenti sistemici della storia – dalle rivoluzioni industriali che hanno sconvolto l’Europa alle trasformazioni sociali che hanno ridefinito le civiltà – ho capito una cosa fondamentale: la rigenerazione autentica può generare una trasformazione globale duratura infinitamente più ampia di qualsiasi cosa un singolo individuo possa mai sperare di ottenere, anche il più geniale o determinato. Per risolvere i problemi più urgenti del nostro tempo storico, dobbiamo sviluppare la capacità di fidarci strategicamente di coloro che sono più vicini alle sfide specifiche e, soprattutto, creare narrazioni così potenti da riuscire a mobilitare energie collettive che sembravano impensabili.
La storia umana è un catalogo infinito di persone che hanno combinato immaginazione visionaria e determinazione pratica per scardinare ordini costituiti che sembravano eterni. […] Il cambiamento narrativo è un motore formidabile per trasformare i cuori e le menti, ed è straordinariamente efficace nel far convergere azioni individuali verso obiettivi collettivi che inizialmente sembravano impossibili.
[…] Evitare il collasso della civiltà richiede necessariamente un pensiero da costruttori di cattedrali medievali. Quegli architetti sapevano che stavano gettando le fondamenta per un edificio che avrebbero visto completato, nella migliore delle ipotesi, i loro nipoti. È un progetto multi-generazionale che richiede una varietà di competenze e talenti che nessuna singola persona può possedere, e dobbiamo lavorare instancabilmente verso un mondo che ancora non riusciamo a immaginare completamente, sapendo che le soluzioni tecniche continueranno a evolversi a velocità sempre maggiore. Ma c’è un equivoco pericoloso: descrivere realisticamente la lentezza intrinseca del cambiamento sistemico viene spesso interpretato come un invito all’accettazione rassegnata dello status quo. È esattamente il contrario: è un argomento razionale per iniziare il prima possibile, sapendo che ci vorrà un impegno costante e intelligente per portare a termine questo lavoro storico.
L’analogia delle cattedrali medievali non deve farci dimenticare una realtà fondamentale del nostro tempo: abbiamo già superato tutti i tempi massimi previsti dagli scienziati per evitare i peggiori impatti del cambiamento climatico e del degrado del capitale naturale. Il paradosso è che dobbiamo combinare un senso dell’urgenza nell’agire subito con la consapevolezza che la trasformazione richiederà comunque tempi strutturali non comprimibili.
Tre considerazioni sono cruciali per navigare questo paradosso temporale. Prima: non riusciremo a rientrare nel safe operating space del Pianeta senza un cambiamento di modello completo – dall’estrattivo al rigenerativo – che va ben oltre singole tecnologie o settori. Seconda: il piano di mitigazione per qualsiasi dei limiti planetari non può essere frammentario ma deve essere sistemico, viste le innumerevoli interdipendenze. Terza: tutto ciò richiederà più tempo di quanto auspicato dagli obiettivi ufficiali, perché il cambiamento necessita sia di tecnologie che devono inevitabilmente percorrere la loro curva di esperienza sia di trasformazioni culturali e istituzionali ancora più profonde.
Questo significa che dobbiamo imparare a muoverci con urgenza sistemica: iniziare immediatamente tutto quello che possiamo iniziare, accelerare tutto quello che possiamo accelerare, ma senza l’illusione che esistano scorciatoie magiche. La sfida è mantenere l’intensità dell’azione senza cadere nell’ansia paralizzante o nell’ottimismo ingenuo.
Il capitalismo nella sua forma attuale non si limita a distruggere sistematicamente l’ambiente naturale attraverso l’estrazione insostenibile di risorse. Fa qualcosa di ancora più sottile e pericoloso: ci allontana psicologicamente dalla natura, facendoci progressivamente dimenticare cosa stiamo perdendo e perché dovremmo preoccuparcene. È come una sorta di amnesia collettiva indotta. E qui tocchiamo il nodo più inquietante del problema contemporaneo: una delle minacce più grandi alla sopravvivenza della specie umana è la convinzione diffusa che «ci penserà qualcun altro». Invece siamo noi – esseri umani in carne e ossa, individui con nomi e cognomi, consumatori che fanno scelte quotidiane, elettori che decidono chi mandare al potere, membri di comunità che possono organizzarsi – a essere necessariamente al centro di questa trasformazione.
L’idea che l’individuo normale sia completamente impotente di fronte a multinazionali e governi è una mezza verità, il che la rende particolarmente pericolosa. È vera solo fino al momento in cui un piccolo gruppo di persone determinate decide di unirsi con un obiettivo chiaro. Il potere non è mai immobile: passa sempre di mano, e la nostra società è infinitamente più malleabile di quanto la maggior parte di noi riesca a immaginare. L’antropologa Margaret Mead l’aveva detta perfettamente: «Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo. In effetti, è l’unica cosa che ci sia mai riuscita».
[…] Nel paper che ho scritto insieme a Paolo Vineis, «No Sustainability Without Regeneration: A Manifesto from an Entrepreneurial Viewpoint», pubblicato sulla rivista Anthropocene Science, abbiamo fatto un’affermazione che suona radicale ma è matematicamente ovvia: la sostenibilità può essere raggiunta solo attraverso la rigenerazione attiva del capitale naturale che abbiamo perduto. Essere sostenibili significa perpetuare le condizioni che rendono possibile la vita sul pianeta. Queste condizioni sono create dai servizi ecosistemici – purificazione dell’aria, regolazione del clima, impollinazione, ciclo dell’acqua – che la natura fornisce gratuitamente rigenerando sé stessa. Il corollario è inevitabile: senza rigenerazione non c’è sostenibilità.
È quindi urgente misurare con precisione la capacità rigenerativa del pianeta, che è la differenza tra quello che la natura produce e quello che noi estraiamo. Quando questa differenza diventa negativa, stiamo consumando il nostro futuro.
Dobbiamo nel frattempo ricordarci che la rigenerazione non può diventare l’ennesima soluzione miracolosa che ci permetterà di continuare a vivere come prima. Dobbiamo immaginarla come un cambio di paradigma che richiede di ripensare tutto: come facciamo business, come educhiamo i nostri figli, come organizziamo le città, come ci comportiamo quotidianamente.
[…] La sfida è principalmente culturale. E inizia dalla consapevolezza che siamo tutti parte di un sistema complesso. Le soluzioni devono essere complesse ma semplici da capire. La complicazione significa solo che non abbiamo le idee chiare. Le idee invece sono cristalline: dobbiamo passare da un paradigma che considera la natura una risorsa da sfruttare a uno che considera l’umanità parte di un sistema vivente da curare.
Il tempo è adesso. Come aveva capito mio nonno più di novant’anni fa, quando hai un sogno abbastanza grande, le rivoluzioni iniziano con un gesto semplice. È necessità concreta, oltre che visione. E come tutte le necessità storiche, prima sembra impossibile, poi diventa inevitabile. Il nostro compito è accorciare il tempo tra questi due momenti. Non abbiamo tutto il tempo del mondo, ma abbiamo tutto il tempo necessario se iniziamo oggi.
Da Andrea Illy, La società rigenerativa – Un nuovo modello di progresso, EGEA.


