Consumi & costumi

Packaging: usarne meno per fare meglio

Quattro adulti su cinque ritengono che le imprese produttrici dovrebbero essere responsabilizzate e contribuire a ridurre gli sprechi.

Il trend

I produttori dovrebbero essere obbligati a contribuire al riciclaggio e al riutilizzo del packaging da loro fabbricato: si tratta di una prospettiva condivisa, a livello globale, da quattro adulti su cinque. E ben il 71 per cento si spinge a sostenere che l’uso delle plastiche monouso dovrebbe essere bandito il prima possibile, come si accingono a fare Canada e Unione Europea. A evidenziarlo è il recente survey di IPSOS A Throwaway World. The Challenge of Plastic Packaging and Waste , condotto tra oltre 19.000 individui adulti in rappresentanza di 28 Paesi di tutti e cinque i continenti.

 

L’accresciuta consapevolezza dell’impatto ambientale del packaging non porta solo a concordare con nuove misure a livello di policy che potrebbero toccare direttamente l’attività d’impresa, ma investe anche i comportamenti individuali. Ben tre individui su quattro affermano di voler acquistare prodotti che impieghino la minor quantità di packaging possibile; e la stessa proporzione di persone sostiene di avere una percezione più positiva delle aziende che dimostrano un impegno sul piano ambientale – indicazioni chiare per le aziende che puntano a sviluppare il proprio brand in ottica sostenibile. Pur con tutte le cautele del caso, data la possibile discrasia tra le dichiarazioni di disponibilità al cambiamento e i comportamenti effettivi, l’impatto potenziale sulle scelte di consumo pare essere notevole: il 63 per cento dei partecipanti alla survey si dichiara infatti disposto a modificare le proprie abitudini di acquisto scegliendo punti vendita e prodotti differenti se questo può contribuire a ridurre la quantità di packaging impiegato.

 

Le maggiori criticità riguardano i servizi pubblici, e specificamente l’efficienza dei servizi di riciclaggio dei rifiuti e la chiarezza delle norme relative, entrambe ritenute soddisfacenti da poco più della metà dei partecipanti alla survey, ma con fortissime disparità tra Paese e Paese. D’altro canto, a dispetto dell’accresciuta consapevolezza registrata tra i rispondenti, molto sembra ancora da fare sul piano informativo: oltre la metà dei partecipanti ritiene che tutta la plastica possa essere riciclata, a testimonianza della necessità di ulteriori campagne di sensibilizzazione sul tema.

 

Alcuni punti salienti

A fronte delle tendenze generali, che sembrano premiare chiaramente un approccio orientato alla sostenibilità, è comunque importante tenere presente delle specificità dei diversi contesti nazionali. Quando si parla di packaging e riciclaggio dei rifiuti, il consenso sembra essere generalizzato a dispetto della provenienza geografica: è il caso della responsabilizzazione dei produttori (solo in Giappone e in Arabia Saudita a concordare è meno del 70 per cento dei rispondenti) o della percezione positiva dei brand più virtuosi (superiore al 65 per cento in tutti i Paesi tranne Giappone e Arabia Saudita).

 

Il quadro si fa più variegato nel momento in cui si pongono i cittadini di fronte a specifiche misure di policy (solo il 57 per cento dei sauditi e degli statunitensi, per esempio, concorda con la messa al bando della plastica monouso, e il dato scende ad appena il 38 per cento tra i giapponesi) o a comportamenti concreti come la disponibilità a modificare le proprie abitudini di shopping (manifestata dal 78 per cento dei peruviani e dal 75 per cento degli indiani, ma appena dal 50 per cento degli olandesi, il 49 per cento degli statunitensi e il 48 per cento dei giapponesi).

 

In maniera non troppo sorprendente, la soddisfazione per i servizi di riciclaggio dei rifiuti risulta sensibilmente più elevata in Paesi del Nord del mondo come il Canada e la Svezia (70 per cento), ma anche l’Italia (64 per cento), a fronte di livelli bassissimi in alcuni Paesi postcomunisti come Serbia (22 per cento) e Russia (24 per cento) o latinoamericani come Argentina (36 per cento), Messico (37 per cento) e Cile (38 per cento). Non è forse un caso che proprio in questi Paesi si registrino livelli particolarmente ampi di consenso circa la necessità di una responsabilizzazione diretta delle imprese produttrici, quasi a esprimere il desiderio di un coinvolgimento dei privati in prima persona laddove i servizi pubblici non funzionano.

 

 

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