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Opinioni

Vent’anni di crescita per il private equity italiano

28 settembre 2026/DiValter Conca
Conca

Da strumento finanziario specialistico a leva di crescita e internazionalizzazione: è così che, in vent'anni, il private equity (PE) italiano ha cambiato pelle, trasformandosi in un acceleratore di managerializzazione, un motore di consolidamento industriale e un fattore di apertura del capitalismo familiare italiano.

Il percorso è stato tutt'altro che lineare. La crisi finanziaria del 2008, quella del debito sovrano, un decennio di tassi a zero, la pandemia, le tensioni geopolitiche più recenti avrebbero potuto far collassare un fenomeno più fragile, e che invece ne è uscito ogni volta più solido.

È dentro questo percorso che si inserisce la storia del PE Lab (Private Equity e Finanza per la Crescita), che in queste settimane ha festeggiato i propri vent'anni di attività.

Alcuni dati di mercato: dal 2005 il PE è cresciuto a un tasso composto annuo del 9,6%, con un picco di 747 operazioni raggiunto nel 2025, rispetto alle 647 dell’anno precedente, e un incremento notevole delle exit che, nello stesso 2025, sono raddoppiate. Al cambiamento dei numeri si è accompagnata la trasformazione delle caratteristiche dei deal, che hanno visto un incremento notevolissimo degli add-on tipici delle strategie di Buy&Build. (Parliamo di Buy&Build quando un fondo acquisisce una “platform company” per rafforzarla, attraverso successive acquisizioni - gli add-on - fino a costruire un gruppo integrato, più grande, competitivo e appetibile sul mercato in vista di un’exit.)

Da mercato bancocentrico a ecosistema di capitali

Fino a pochi anni fa il mercato era, nelle parole di chi lo vive da dentro, sostanzialmente bancocentrico: si cresceva con il credito bancario, avendo gli istituti come unico interlocutore di riferimento.

Oggi la fotografia è diversa: le famiglie imprenditoriali italiane, un tempo restie ad aprire il capitale, lo fanno con una disponibilità che il mercato fatica persino ad assorbire. Il mercato offre grandi opportunità, perché l'Italia, come dicono Marco Piana e Lorenzo Stanca, rimane "il paese del private capital" e nasconde un potenziale ancora in gran parte inespresso, tra aziende che spesso non possono quotarsi in borsa o scelgono di non farlo e un ricambio generazionale ormai alle porte per molte imprese familiari.

Ed è proprio il consolidamento, con le sue logiche di Buy&Build, il vero filo conduttore del mercato di oggi: dal 2023 il numero di add-on ha superato quello dei primi investimenti, e target e acquisizioni successive vengono spesso pianificati, e talvolta realizzati, fin dall'inizio, come un unico progetto industriale.

Nuovi strumenti, nuovi capitali

Cambia, in parallelo, anche il modo in cui le imprese italiane finanziano la propria crescita: la cassetta degli attrezzi si allarga, e con essa le opzioni a disposizione dell'imprenditore. Il private debt, cresciuto in Italia in ritardo rispetto al resto d'Europa, ha accelerato negli ultimi anni portando con sé strumenti sempre più su misura per l'imprenditore: capitale ibrido, equity privilegiato, finanziamenti da soci di minoranza pensati per chi vuole crescere con un socio senza cedere il controllo. Non esiste la medicina giusta o la medicina sbagliata, per dirla con le parole di Beatrice Tamburi; esiste lo strumento più adatto al momento che l'azienda sta vivendo, un'alternativa reale sia al debito bancario tradizionale sia al classico private equity di maggioranza.

La formula giusta

I segnali raccolti si muovono tutti, in fondo, nella stessa direzione: la fine di un'unica ricetta valida per tutti. I megafondi di buyout, cresciuti sull'onda di multipli in espansione, si confrontano oggi con ritorni meno scontati. Accanto a loro crescono veicoli evergreen aperti a platee più ampie di investitori, strumenti di minoranza pensati su misura per l'imprenditore, e persino l'intelligenza artificiale, che non viene letta come una minaccia indistinta, ma come un vantaggio competitivo riservato a chi sa usarla, secondo Andrea Depanfilis e Pietro Zanoni.

Alcune delle riflessioni di questo articolo sono state stimolate dal dibattito al convegno per i 20 anni del PE Lab, al quale hanno partecipato Andrea Cacciapaglia, Valter Conca, Andrea De Panfilis, Leo De Rosa, Francesco Di Trapani, Giampaolo Gabbi, Filippo Gaggini, Paola Musile Tanzi, Marco Piana, Lorenzo Stanca, Beatrice Tamburi, Pietro Zanoni.