
Strategia senza schieramento: la coopetizione cinese nel conflitto del Golfo

Dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran all’inizio del 2026, molti analisti si sono affrettati a dichiarare la Cina la “vincitrice.” Sebbene Pechino abbia certamente sfruttato i suoi profondi legami economici con tutte e tre le parti, il suo rifiuto di allinearsi con un solo schieramento viene spesso frainteso. Per alcuni, sembra una copertura contro il rischio o un modo per evitare di assumersi responsabilità pubbliche. In realtà, la Cina non si sta tirando indietro; sta entrando più a fondo in campo attraverso un riferimento diverso: il posizionamento invece dell’allineamento.
Secondo Al Jazeera, i recenti colloqui del presidente Xi Jinping con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sottolineano l’impegno a usare “mezzi diplomatici” e a ripristinare il normale passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz. Questa diplomazia attiva suggerisce che la Cina non stia a guardare dall’esterno, ma operi secondo la logica della coopetizione.
Coniato da Adam Brandenburger e Barry Nalebuff, il termine “coopetition” implica che gli attori possano, e debbano, perseguire contemporaneamente cooperazione e competizione. Gestendo la tensione tra creazione di valore (far crescere la torta) e appropriazione di valore (ottenere una fetta più grande), la Cina mantiene la propria rilevanza senza il peso di un’alleanza.
Creazione di valore: stabilizzare i beni comuni globali
La posizione storica della Cina rispetto ai conflitti Russia-Ucraina e Israele-Palestina rivela una priorità costante: la stabilità è un prerequisito per il commercio. Per Pechino, una guerra regionale su vasta scala è un distruttore di valore. Il modello economico cinese è troppo profondamente integrato con tutte e tre le parti per rischiare un collasso:
- Iran: la Cina è il principale partner commerciale di Teheran, acquista circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane e i due Paesi hanno firmato un investimento strategico venticinquennale del valore di 400 miliardi di dollari per migliorare i settori dell’energia, delle infrastrutture e delle telecomunicazioni.
- Israele: la Cina è una fonte primaria di importazioni di merci (ha superato gli Stati Uniti e la Germania con 13,5 miliardi di dollari l’anno) e un importante investitore in infrastrutture critiche come il nuovo porto di Haifa.
- Stati Uniti: nonostante le continue frizioni commerciali, gli Stati Uniti restano il principale mercato di esportazione della Cina a livello di singolo Paese, rappresentando il 15% delle sue esportazioni totali nei settori dell’elettronica e dei macchinari.
Poiché la Cina non può permettersi di rinunciare a nessuna di queste relazioni, crea valore agendo come stabilizzatore discreto. Quando i colloqui per il cessate il fuoco hanno preso slancio ad aprile, sono emerse notizie secondo cui il presidente americano Trump avrebbe contattato il presidente Xi per facilitare i negoziati. Sebbene il merito pubblico sia stato spesso attribuito a intermediari come il Pakistan, Bloomberg ha osservato che Pechino ha svolto un “ruolo cruciale dietro le quinte.” Spingendo per un cessate il fuoco, la Cina protegge l’economia globale, il che non solo crea valore per sé stessa ma anche per tutti gli altri, assicurando al contempo l’integrità delle proprie catene di approvvigionamento.
Appropriazione di valore: la flessibilità come risorsa
Se la creazione di valore spiega perché la Cina si impegna, l’appropriazione di valore spiega come riesce a vincere. Rifiutandosi di scegliere da che parte stare, la Cina estrae valore da ogni relazione senza diventare dipendente da nessuna singolarmente.
L’obiettivo qui non è solo la diversificazione, ma l’asimmetria. Mantenendo una distanza equilibrata, la Cina conserva flessibilità per molteplici scenari futuri:
- Se le tensioni si allentano: la Cina resta economicamente integrata in tutti i principali sistemi.
- Se le tensioni aumentano: la Cina rimane meno esposta rispetto ai Paesi che si sono impegnati a favore di una parte specifica.
Non si tratta di disimpegno. Al contrario, la Cina cattura valore proprio perché resta un partner credibile per parti che sono esse stesse in conflitto.
L’equilibrismo: coinvolgimento selettivo
La tensione interna alla coopetizione è delicata. Troppa cooperazione, per esempio se la Cina si assumesse da sola la responsabilità della sicurezza regionale, rischierebbe di creare valore di cui i rivali globali si approprierebbero gratuitamente. Al contrario, troppa competizione, per esempio sostenendo apertamente una parte per indebolire gli Stati Uniti, potrebbe destabilizzare del tutto il sistema commerciale globale, erodendo proprio quell’accesso ai mercati e quella stabilità energetica, di cui la Cina cerca di appropriarsi.
Piuttosto che cercare il ruolo di mediatore “in prima linea,” ricoperto da Paesi come il Pakistan, la Cina pratica un coinvolgimento selettivo. Interviene solo dove può influenzare esiti essenziali per i suoi interessi di lungo periodo: la stabilità commerciale e l’equilibrio regionale. Questa disciplina viene spesso scambiata per passività, ma in realtà è un’allocazione strategica delle risorse. La Cina si considera un partner economico globale piuttosto che un poliziotto globale.
Questo equilibrio è intrinsecamente fragile, il che spiega la prudenza della retorica pubblica di Pechino. Durante una conferenza stampa di aprile, la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha dichiarato: “L’uso della forza non porta la pace. La soluzione politica è la strada giusta da seguire.” Facendo leva sulla Carta delle Nazioni Unite e sugli appelli alla “stabilità”, la Cina si ritaglia uno spazio che non è né neutrale né allineato, ma strategicamente posizionato per proteggere i propri interessi indipendentemente da chi “vinca” la guerra.
La nuova neutralità
In definitiva, il rifiuto della Cina di schierarsi nel conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran non è un segno di indecisione diplomatica, ma una lezione magistrale di coopetizione. Creando simultaneamente valore attraverso la stabilità regionale e appropriandosi di valore attraverso il commercio multilaterale, Pechino ha ridefinito che cosa significhi essere una potenza globale.
In un mondo sempre più definito da alleanze rigide, la strategia della Cina suggerisce che la posizione più influente non sia alla guida di una coalizione, ma al centro della rete, connessa con tutti, vincolata a nessuno e pronta a prosperare indipendentemente da come si poserà la polvere.


