
Perché Hormuz ci fa capire che la moneta è la nostra identità

Nel libro “L’identità”, Milan Kundera entra nell’animo dei due personaggi che senza accorgersene, per l’età, per la consuetudine e anche per la noia si trovano improvvisamente a difendere quanto di più scontato ci sia, ovvero la propria identità.
C’è un passaggio, nelle cronache di questi giorni, che rischia di essere archiviato come una curiosità esotica e invece merita molta attenzione: il fatto che l’Iran chieda il pagamento del transito nello Stretto di Hormuz solo in yuan o in criptovalute. Non è solo una provocazione politica. È un segnale, forse ancora embrionale ma già molto concreto, di una trasformazione più profonda: la moneta torna al centro della sovranità. E rappresenta l’identità. Per imporre nuove regole, per affermare la propria forza oppure per difendere i propri valori.
Per decenni abbiamo vissuto dentro un equilibrio apparentemente naturale: il dollaro come infrastruttura invisibile del commercio globale. Non solo valuta di scambio, ma unità di conto, riserva di valore, strumento di regolazione finanziaria. In altre parole, un pezzo essenziale dell’ordine internazionale. Quel sistema non era neutrale, ma funzionava perché tutti — amici e avversari — lo consideravano conveniente.
Oggi questo consenso si sta incrinando. Le sanzioni finanziarie, l’uso crescente del sistema dei pagamenti come leva geopolitica, la frammentazione delle catene del valore stanno spingendo alcuni Paesi a cercare alternative. Non si tratta ancora di una vera “de-dollarizzazione” compiuta — il dollaro resta dominante — ma di una tendenza chiara: la volontà di ridurre la dipendenza da una moneta percepita come strumento di potere altrui. Non a caso, gli Stati Uniti rispondono a tutto questo attraverso il “Genius Act”, un’operazione sofisticata che permette di emettere stablecoin a fronte di titoli pubblici americani. Da un lato, una cartolarizzazione senza precedenti per continuare a emettere debito. Dall’altro, una nuova forma di affermazione della valuta e dell’identità americana sotto altre vesti.
La richiesta iraniana di pagamenti in yuan o crypto va letta in questa chiave. Lo yuan è l’espressione di una potenza che ambisce a costruire un proprio spazio monetario. Le criptovalute, pur nella loro volatilità, rappresentano un tentativo molto forte di uscire dai circuiti tradizionali, aggirando controlli e sanzioni. Sono due strade diverse, ma convergono in un punto: sottrarsi all’egemonia del dollaro.
Per l’Europa, questo scenario non è neutrale. Anzi, è una chiamata diretta. Per troppo tempo abbiamo considerato l’euro soprattutto come un progetto interno: stabilità dei prezzi, disciplina fiscale, integrazione dei mercati. Tutti elementi fondamentali, ma insufficienti se non accompagnati da una dimensione esterna. Una moneta è sovranità non solo perché garantisce stabilità domestica, ma perché consente di agire nel mondo.
Se il commercio internazionale si frammenta in aree valutarie, se i pagamenti diventano strumenti di pressione geopolitica, allora avere una moneta forte e autonoma diventa una condizione di sicurezza economica. Non basta partecipare al sistema: bisogna poter scegliere. Pensiamo solo per un istante a quanto accaduto durante le Olimpiadi invernali di quest’anno: in alcuni stand si potevano acquistare cibo e bevande solo con un tipo di carta di credito, di proprietà americana, e senza possibilità di uso del contante. Un esempio, un esperimento che rappresenta in piccolo che cosa voglia dire il potere della moneta. Chi non aveva quella non poteva fare nulla.
In questo contesto, il dibattito sul digital euro assume allora un significato che va oltre la tecnologia. Non è soltanto un’innovazione nei sistemi di pagamento. È un tassello della sovranità europea. Significa costruire infrastrutture proprie, ridurre la dipendenza da circuiti extraeuropei, garantire che i pagamenti — anche quelli del futuro — restino sotto un perimetro di controllo coerente con i nostri valori e interessi.
Naturalmente, il percorso è complesso. Il rischio è duplice: da un lato, sottovalutare la portata del cambiamento e restare indietro; dall’altro, inseguire soluzioni affrettate senza una visione strategica. L’Europa deve evitare entrambi gli errori. Serve un approccio pragmatico ma ambizioso: rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, sviluppare velocemente il digital euro con attenzione a sicurezza e privacy, costruire alleanze che ne favoriscano l’adozione anche al di fuori dell’Europa.
La lezione, in fondo, è semplice e antica: la moneta non è mai solo economia. È potere, fiducia, capacità di proiezione. Quando un Paese o un’area monetaria perde il controllo della propria moneta, perde anche una parte della propria sovranità. Quando invece la rafforza, amplia il proprio spazio di libertà.
Lo Stretto di Hormuz, oggi, è un laboratorio geopolitico. Non solo per le tensioni militari, ma per ciò che accade nei flussi invisibili dei pagamenti. Ignorarlo sarebbe un errore. Leggerlo con lucidità può aiutarci a capire che la partita della moneta — e quindi della sovranità — è già iniziata. E che l’Europa non può permettersi di restare spettatrice. La domanda per tutti è allora se vogliamo difendere la nostra identità che, come raccontato nel libro di Kundera, è messa improvvisamente in discussione. La moneta, il nostro euro nella forma tradizionale e il prima possibile in forma digitale, è improvvisamente lo strumento per fare questo. Se prevarranno i calcoli di parte, gli interessi locali e di breve termine, la nostra identità sarà disegnata e poi gestita da altri.


