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Opinioni

Ora che ha detto addio al macero degli invenduti, la moda deve imparare a produrre di meno

28 luglio 2026/DiFrancesca Romana Rinaldi
Rinaldi

Dal 19 luglio 2026 le grandi imprese non possono più distruggere i prodotti invenduti. Entra infatti in vigore il divieto previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Ecodesign for Sustainable Products Regulation, ESPR), una delle misure più significative della strategia europea per rendere l'economia più circolare.

Il divieto si dimostrerà efficace se spingerà le imprese a risolvere un problema ancora più scomodo dello smaltimento degli eccessi di produzione: come evitare di generarli.

La norma interviene su un fenomeno tutt'altro che marginale. Secondo l'Agenzia Europea dell'Ambiente (2024), circa il 21% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo rimane invenduto e ogni anno tra il 4% e il 9% di questi capi viene distrutto prima ancora di essere indossato. L'obiettivo del regolamento è interrompere questa pratica, favorendo il riutilizzo, la riparazione e una gestione più trasparente delle rimanenze.

La distruzione degli invenduti, tuttavia, non è stata finora il frutto di una semplice inefficienza. Soprattutto nel lusso e nell'alta gamma, eliminare i prodotti è stato spesso considerato il modo più efficace per proteggere l'esclusività del marchio, evitare la nascita di mercati paralleli e limitare il rischio di contraffazione. Anche i cambi di direzione creativa hanno contribuito al fenomeno: le collezioni associate al precedente stilista vengono frequentemente ritirate dal mercato per non generare confusione nei consumatori. Lo stesso accade per molti prodotti stagionali, ancora perfettamente utilizzabili ma ormai difficili da vendere. Il nuovo regolamento non elimina completamente questa possibilità. La distruzione continuerà a essere consentita quando i prodotti rappresentano un rischio per la salute o la sicurezza dei consumatori, non rispettano la normativa europea o nazionale, sono vincolati da obblighi contrattuali che ne impediscono la vendita o il riutilizzo, oppure risultano danneggiati in modo irreparabile. Al di fuori di queste eccezioni, però, le imprese dovranno individuare nuove modalità di gestione delle eccedenze.

Ma che cosa accadrà ai capi che non potranno più essere distrutti? Esiste il rischio che vengano esportati fuori dall'Unione europea per essere smaltiti altrove? Il tema è già al centro del dibattito internazionale e richiama direttamente la Convenzione di Basilea, che disciplina i movimenti transfrontalieri dei rifiuti. La discussione riguarda soprattutto la classificazione giuridica degli abiti usati e la necessità di ottenere un'autorizzazione preventiva da parte dei Paesi destinatari prima di procedere alla spedizione. Diverse organizzazioni non governative, tuttavia, temono che un eccesso di vincoli amministrativi possa rallentare anche i flussi legittimi di riuso e riciclo, ostacolando proprio quell'economia circolare che la normativa intende promuovere. Come spesso accade nelle politiche della sostenibilità, la sfida consiste nel trovare un equilibrio tra tutela ambientale, sviluppo economico e cooperazione internazionale.

Il divieto rappresenta senza dubbio un cambio di paradigma, ma sarebbe un errore considerarlo la soluzione del problema. L'ESPR interviene infatti sulle conseguenze della sovrapproduzione, non sulle sue cause. Nulla nella normativa impedisce alle imprese di continuare a produrre quantità superiori alla domanda: semplicemente, da luglio 2026 non potranno più liberarsi degli invenduti distruggendoli.

Se l'industria della moda vuole diventare realmente sostenibile, deve allora imparare innanzitutto a produrre ciò che il mercato è in grado di assorbire. Questo significa migliorare la previsione della domanda, adottare modelli produttivi più flessibili, ridurre i tempi di risposta al mercato, progettare prodotti più durevoli e facilmente riparabili, investire nelle tecnologie per il riciclo e costruire un'infrastruttura industriale capace di valorizzare le fibre a fine vita. Anche i consumatori saranno chiamati a fare la propria parte, privilegiando qualità, durata e sostenibilità rispetto alla logica del consumo continuo.

Francesca Romana Rinaldi dirige il Monitor for Circular Fashion , l’iniziativa di SDA Bocconi per fare cultura sulla moda circolare attraverso la ricerca di impatto.