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Opinioni

Non c’è Brain Health senza responsabilità: integrare i servizi significa decidere

06 ottobre 2026/DiFrancesca Lecci Valeria Rappini
Lecci Rappini

Le riflessioni delle autrici sono state stimolate dalla partecipazione alla reunion della Brain Health Academy SDA Bocconi, lo scorso 1 ottobre. 

Sull’integrazione dei servizi sanitari è relativamente facile trovare un accordo. Il consenso diventa più difficile quando occorre stabilire chi debba prendere in carico una persona, mettere a disposizione tempo professionale, modificare un’agenda o assumersi la responsabilità di un passaggio tra servizi. È in queste decisioni che l’integrazione acquista consistenza e incontra resistenze.

La Brain Health offre un terreno particolarmente significativo per osservare questa distanza. I bisogni neurologici e psichiatrici possono intrecciarsi, accompagnare le persone per molti anni e richiedere risposte che attraversano specialità, età della vita e contesti assistenziali. Le organizzazioni devono rendere compatibili questa continuità del bisogno e una distribuzione di competenze, risorse e responsabilità articolata per strutture.

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, il tema merita attenzione anche per le sue implicazioni di equità. Ogni raccordo che il sistema lascia irrisolto può trasformarsi in lavoro aggiuntivo per le persone e per le famiglie. La possibilità di ottenere una risposta dipende allora anche dalla loro capacità di orientarsi, attivare relazioni e sostenere i costi della ricerca di assistenza.

Le ricerche e il confronto con i professionisti

Tre contributi di ricerca osservano aspetti diversi del funzionamento dei servizi e alimentano il confronto tra professionisti e management

L’analisi della collaborazione tra neurologia e psichiatria, sviluppata a partire dal caso dell’ospedale di Prato, mette a fuoco le forme dell’integrazione e le condizioni professionali e organizzative che possono sostenerla. Il progetto Smart Capacity esamina, in sette centri neurologici impegnati nella cura delle cefalee, il rapporto tra risorse disponibili, organizzazione del lavoro e accesso alle terapie innovative. Un capitolo che rientrerà nel Rapporto OASI 2026 introduce il tema dei criteri di accesso e dei dispositivi di selezione nei servizi a capacità vincolata, con riferimento alla salute mentale, alla neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e alla riabilitazione.

Pur muovendo da domande e disegni di ricerca differenti, i contributi permettono di affrontare una questione comune: attraverso quali scelte le organizzazioni trasformano competenze e risorse in risposte effettivamente accessibili?

Il consenso sull’integrazione e le decisioni che rimangono aperte

Alla domanda su che cosa debba diventare comune tra neurologia, psichiatria e neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, i practitioner mettono ai primi posti la visione del bisogno e gli obiettivi del percorso. Ruoli e responsabilità, indicatori ed esiti, criteri di accesso e priorità occupano posizioni successive.

Quando si chiede invece quale decisione sia meno chiaramente governata nei percorsi che attraversano più servizi, circa un terzo dei rispondenti indica “chi prende in carico che cosa” e poco più di un quinto “chi è responsabile dell’esito complessivo”. Nel complesso, oltre la metà delle risposte si concentra sull’attribuzione delle responsabilità.

L’accostamento rende visibile una tensione: alla centralità attribuita alla condivisione si accompagna un’incertezza su chi debba fare che cosa.

Da qui una prima questione manageriale:

  • Quanto siamo disposti a specificare il contenuto dell’integrazione?

Un obiettivo comune deve tradursi in decisioni sulle attività dei singoli servizi, sui tempi e sulle condizioni di intervento. Deve chiarire anche come risolvere un disaccordo e chi possa intervenire quando il percorso si blocca. Altrimenti la collaborazione resta esposta alla disponibilità delle persone e alla qualità delle loro relazioni.

Le competenze specialistiche e la responsabilità sul percorso

Integrare richiede di riconoscere il contributo specifico delle discipline e di renderlo utilizzabile dentro un percorso condiviso. Il modello necessario può cambiare in funzione del bisogno: una consulenza, una valutazione congiunta o una presa in carico coordinata comportano impegni differenti.

La scelta va quindi motivata. Quale problema deve risolvere la collaborazione? Quali professionisti devono partecipare, con quale frequenza e con quale potere decisionale? Quali risultati ci aspettiamo rispetto al funzionamento precedente?

Il governo del percorso richiede responsabilità esplicite sui singoli contributi e una funzione di coordinamento dotata di strumenti e legittimazione. Occorre chiarire quali decisioni possa assumere direttamente e quali problemi debba riportare alle direzioni coinvolte. La valutazione degli esiti deve accompagnare questa distribuzione delle responsabilità, tenendo conto delle interdipendenze e dei fattori che ciascun attore può effettivamente influenzare.

Anche il lavoro indiretto va reso visibile. Confrontarsi su un caso, parlare con una famiglia e concordare una transizione assorbe capacità professionale. Se le organizzazioni chiedono collaborazione, devono incorporare questo impiego di tempo nella programmazione delle attività e nella valutazione dei risultati.

La capacità si distribuisce attraverso i percorsi

Il rapporto tra integrazione e capacità di risposta emerge quando si affrontano le scelte sulla presa in carico.

Immaginiamo uno scenario ipotetico: domanda in crescita di un quinto, senza aumenti di budget o personale nell’anno successivo. Nella graduatoria delle leve da attivare, i practitioner collocano al primo posto il governo di durata, intensità e uscita dai percorsi.

L’indicazione porta l’attenzione su un punto spesso difficile da discutere. La capacità di accogliere nuovi bisogni dipende anche dagli impegni assistenziali già assunti e da come evolvono nel tempo. La frequenza dei controlli, il contributo delle diverse professioni, le condizioni per modificare il setting e le modalità di rivalutazione hanno conseguenze sull’accesso.

Questo rende necessarie scelte clinicamente fondate e trasparenti. Ridurre l’intensità di un percorso è appropriato quando corrisponde all’evoluzione del bisogno e dispone di condizioni adeguate di continuità. Se trasferisce semplicemente lavoro e rischio sulle famiglie o su servizi che non possono farsene carico, il recupero di capacità della singola struttura può coincidere con un peggioramento della risposta complessiva.

La stessa attenzione serve quando si propone di liberare risorse attraverso una riorganizzazione. Spostare tempo professionale comporta un costo opportunità: occorre sapere quali attività vengono ridotte, chi ne risente e quale beneficio si attende dalla diversa allocazione. Per giudicare il risultato, il perimetro di osservazione deve comprendere l’intero percorso.

Nella consultazione, il ridisegno del processo produttivo è risultato la leva ritenuta più difficile da far accettare nelle organizzazioni. Cambiare il lavoro tocca abitudini, ruoli e identità professionali. Richiede quindi una leadership capace di discutere le ragioni delle scelte e sostenerne l’attuazione.

La distanza tra il problema e il potere di affrontarlo

Un altro esito riguarda i confini sui quali intervenire. I raccordi tra ospedale, territorio, residenzialità e domicilio occupano il primo posto sia per perdita di valore percepita sia per possibilità concreta di azione.

I rapporti tra sanità, sociale, scuola, terzo settore, famiglie e soggetti privati si collocano invece al secondo posto per perdita di valore percepita e all’ultimo per possibilità di intervento.

Questa distanza suggerisce un limite alla sola iniziativa professionale. Ai clinici può essere chiesto di costruire proposte, condividere informazioni e rivedere pratiche. Il governo delle relazioni tra organizzazioni richiede però decisioni che coinvolgono direzioni aziendali e istituzioni. Senza questo sostegno, si rischia di attribuire ai professionisti obiettivi sui quali dispongono di un controllo limitato.

Per il management, il compito è rendere esplicite le interdipendenze e negoziare impegni sostenibili. Un accordo di rete acquista valore quando permette di sapere quale risposta ciascun soggetto possa garantire e come gestire le situazioni nelle quali quella risposta viene meno.

La Brain Health può diventare una cornice utile per affrontare queste scelte, a condizione che trovi traduzione negli strumenti di governo dei servizi. Il banco di prova è identificare un percorso critico, ricostruire dove si interrompe, assegnare responsabilità esercitabili e verificare che cosa cambia per le persone.

La reunion è stata realizzata con il contributo non condizionante di Lundbeck.