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Opinioni

Mobilità elettrica e competitività europea: l’innovazione è una staffetta

04 maggio 2026/DiEnzo Baglieri Christopher Brian Vas
Baglieri e Vas

Con le più recenti proposte avanzate da Bruxelles, a partire dal 2035 i costruttori automobilistici saranno tenuti a rispettare un obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni allo scarico, introducendo di fatto un margine di flessibilità del 10% rispetto alle precedenti regole, condizionato all’utilizzo di acciaio a basse emissioni di gas serra prodotto in Europa e all’inclusione delle emissioni legate ai carburanti sintetici e ai biocarburanti. I produttori potranno continuare a vendere veicoli con motore a combustione interna oltre il 2035, poiché le penalità per grammo di CO che avrebbero reso tali veicoli economicamente insostenibili verranno eliminate.

All’apparenza improntate al buon senso, in realtà queste misure sono ancor più dannose, perché indotte dall’inquietudine nelle politiche commerciali internazionali e dai riallineamenti dei gradi di impegno verso la sostenibilità di diversi governi europei, ma prive di una vera strategia organica. Si tratta di interventi frammentati e reattivi che non sono in grado di raggiungere l’obiettivo di salvaguardare la competitività di lungo periodo dell’industria della mobilità europea, né di consentire la maggiore indipendenza energetica al nostro Continente.

Questo non è il momento per l’Europa di allentare le regole sulle emissioni né per riflessi industriali difensivi. Anche perché i primi effetti della “flessibilità” proposta si traducono nell’esigenza di rivedere le stime del passato e iscrivere a bilancio disinvestimenti e cambi di rotta strategica che, nel recente caso di Stellantis, si sono tradotti in perdite e svalutazioni di bilancio pari a oltre 20 miliardi di euro. In definitiva, la flessibilità produce disorientamento e confusione.

In un recente dibattito pubblico, il CEO di Stellantis e il suo omologo di Volkswagen hanno sostenuto l’esigenza di una politica del Made in EU, che punti, da un lato, su investimenti finalizzati a rafforzare un ecosistema industriale europeo per la mobilità elettrica e, dall’altro, su una forma di protezionismo che preveda incentivi per i consumatori che acquistano veicoli prodotti in Europa. Sono tuttavia proposte non risolutive, perché è molto dubbio che un’industria possa essere difesa in modo sostenibile attraverso misure autarchiche e protezionistiche. Inoltre, il recupero del gap di competitività europea nel settore dei veicoli elettrici non è compatibile con i tempi necessari allo sviluppo di un’industria integrata verticalmente a livello continentale.

Attualmente, la leadership nella produzione di batterie su larga scala risiede chiaramente in alcune regioni orientali. Riconoscere tale realtà non è una concessione di debolezza, bensì il punto di partenza per una pianificazione intelligente. La sfida per l’Europa non consiste nel “riconquistare” la generazione attuale di tecnologia delle batterie, bensì nel posizionarsi per la prossima generazione tecnologica. Piuttosto che focalizzarsi sul controllo dell’intera filiera all’interno dei confini europei, il dibattito dovrebbe spostarsi sulla definizione di una strategia per le partnership tecnologiche. La questione non è il costo delle tecnologie di oggi, ma come gli attori europei della ricerca e dell’industria possano collaborare con i leader tecnologici per esercitare una pressione sui costi futuri e guidare il prossimo salto prestazionale.

Poiché l’Europa è entrata in questa competizione in ritardo rispetto al first mover americano e ai concorrenti orientali, la riflessione necessaria è quale percorso, quale roadmap tecnologica può rapidamente consentire di colmare il gap e vincere. Se tuttavia si comprende che i cicli delle transizioni tecnologiche somigliano storicamente più a staffette che a corse individuali, allora si comprende che il vantaggio competitivo deriva dal passaggio sincronizzato del testimone, non dall’accelerazione isolata. Questo richiede roadmap basate sull’identificazione dei propri punti di forza e poi su partnership, scambio di conoscenze e co-sviluppo.

Se l’Europa considererà i veicoli elettrici come una questione di sovranità, rischierà di rallentare la propria transizione. Se invece li tratterà come una piattaforma per un avanzamento tecnologico coordinato, potrà plasmare la prossima frontiera tecnologica.

Pubblicato originariamente su Fortune Italia