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Opinioni

L’AI impone profondità alla formazione manageriale, che passa da quadrato al cubo

28 aprile 2026/DiStefano Caselli
Caselli

Non passa giorno senza che l’intelligenza artificiale entri nel dibattito sul futuro delle imprese e del lavoro. Un dibattito che attraversa tutte le dimensioni, dai processi produttivi al management, lungo tutte le età e le traiettorie professionali. Dietro a questo confronto si nascondono sempre due domande, che hanno due volti distinti ma profondamente intrecciati: quello del contenuto e quello della rilevanza del ruolo. Il contenuto di ciò che faccio è ancora adeguato? È attuale, capace di incidere? Oppure è il mio ruolo, in quanto tale, a essere destinato a essere sostituito dall’intelligenza artificiale?

Sono interrogativi legittimi, ma ciò che l’AI ci impone è di aumentare l’intelligenza umana. Non solo nel fare, ma nel vedere e nel capire. Nel governare, e non subire, il potere che l’intelligenza artificiale mette a disposizione. Allo stesso tempo, l’AI rischia di diventare anche una comoda scorciatoia. Una giustificazione per tagliare costi, per inseguire efficienze di breve periodo, per allinearsi al mainstream senza una visione autentica. Anche questi sono effetti collaterali di una trasformazione epocale, e in parte sono comprensibili in una fase di cambiamento strutturale.

In questo contesto, l’Europa – spesso considerata follower – può trasformare alcune delle sue debolezze in punti di forza. La sua complessità, la rigidità amministrativa, una maggiore tutela del lavoro rispetto al mondo anglosassone sono elementi tradizionalmente visti come vincoli, che oggi possono diventare leve strategiche. La maggiore rigidità in uscita dal lavoro, ad esempio, può favorire investimenti più seri e strutturati sulle persone. Andrea Pignataro ha recentemente osservato come la frammentazione regolamentare europea possa costituire una barriera all’ingresso per i grandi player globali dell’AI. Ma questa barriera diventa un vantaggio solo a una condizione: investire davvero, e con convinzione, nei processi che non possono restare slogan: upskilling e reskilling. Aggiornare e trasformare il bagaglio di competenze delle persone per renderle capaci di evolvere nel cambiamento.

Qui entra in gioco la formazione come infrastruttura critica. Una formazione che scatena tutte le sue potenzialità solo se alimentata dalla ricerca, cioè dalla capacità di generare contenuti che evolvono insieme alla realtà. Ma qual è oggi il significato della formazione? E come può essere uno strumento efficace di upskilling e reskilling? Deve passare da un fenomeno a due dimensioni a una realtà a tre.

La formazione manageriale più avanzata – l’executive education – ha già affrontato una prima sfida: costruire una dimensione verticale, quella delle competenze disciplinari. Marketing, finanza, operations. Poi ha integrato questa dimensione con una seconda dimensione, orizzontale: la capacità di rompere i silos, di costruire una visione olistica e trasversale, propria della strategia, della leadership, dell’organizzazione. Oggi, però, una visione a due dimensioni non è più sufficiente.

La tecnologia introduce e impone una terza dimensione. Trasforma la matrice delle competenze in un cubo. In questa nuova profondità, l’intelligenza artificiale aggiunge potenza e capacità di analisi, ma richiede una nuova abilità: la sintesi. Una sintesi che è, in ultima analisi, l’essenza stessa del management.

È qui che si gioca la sfida per una Scuola di Management. Non fermarsi alle due dimensioni tradizionali. Non cedere alla semplificazione dell’equazione “AI = efficienza = meno persone”, ma costruire profondità. Una profondità in cui la risorsa umana non rincorre quella artificiale, ma la precede. E la orienta.

La vecchia Europa, con le sue lentezze e le sue rigidità, può sorprendere. Proprio perché non può sostituire automaticamente l’umano con l’artificiale, può essere costretta, e quindi incentivata, a essere più creativa. Ma questo richiede una condizione: che il capitale umano abbia la volontà di mettersi in discussione, di evolvere, di diventare ancora più intelligente. In questo scenario, formazione e contenuti cambiano natura.

Non sono più “al quadrato”. Sono al cubo.