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Opinioni

Il Servizio sanitario nazionale non può più permettersi di non scegliere

Longo Ricci

C’è un equivoco di fondo che continua ad avvelenare il dibattito pubblico sulla sanità italiana: l’idea che basti “fare di più” per salvare il Servizio sanitario nazionale. Più risorse, più efficienza, meno liste d’attesa. Sono slogan rassicuranti, politicamente spendibili, ma sempre meno aderenti alla realtà.

Il punto è che oggi il SSN non è semplicemente sottofinanziato o inefficiente. È un sistema universale che opera in un Paese profondamente cambiato, e che continua a comportarsi come se quel cambiamento non imponesse scelte esplicite. Il Rapporto OASI 2025 spinge a una riflessione di fondo: in un ambiente in cui le risorse sono scarse e non torneranno mai più ad essere abbondanti, la nuova emergenza è l’assenza di priorità dichiarate.

L’Italia di oggi ha il 26% di nascite in meno rispetto a dieci anni fa, oltre tre milioni di anziani in più, circa quattro milioni di persone non autosufficienti e una base occupazionale che si restringe. In altre parole, i bisogni crescono mentre la capacità collettiva di finanziarli diminuisce. In questo contesto, continuare a promettere che “tutto si può fare” è illusorio e pericoloso.

Un sistema sanitario universale non può limitarsi a inseguire la domanda. Deve governarla. E governarla significa decidere chi viene prima, con quali servizi e con quale intensità assistenziale. Non è una rinuncia all’universalismo, ma la sua unica forma sostenibile nel XXI secolo.

Tre narrazioni consolatorie

Eppure, il dibattito pubblico continua a rifugiarsi in tre narrazioni consolatorie, spesso tra loro contraddittorie. La prima è che basti aumentare il finanziamento. La seconda è che l’efficienza sia una questione puramente tecnica, risolvibile senza conflitti redistributivi. La terza è che l’azzeramento delle liste d’attesa sia l’obiettivo primario di un sistema sanitario. Tutte e tre evitano il nodo centrale: con risorse limitate e bisogni crescenti, non si può continuare a fare tutto, ovunque, per tutti, allo stesso modo.

I segnali di questa mancata scelta sono già evidenti. Le prescrizioni superano sistematicamente la capacità del SSN di erogare prestazioni; solo una parte delle ricette si traduce in servizi pubblici, mentre il resto alimenta spesa privata, rinunce o percorsi distorti. La non autosufficienza cresce più rapidamente delle risposte disponibili, con una copertura residenziale marginale e un’assistenza domiciliare sempre più frammentata. Le disuguaglianze territoriali persistono, nonostante una distribuzione delle risorse finanziarie sostanzialmente equa. E l’utilizzo dei servizi varia in modo ingiustificato tra Regioni e persino all’interno delle stesse, segno che il bisogno clinico non è ancora il vero criterio allocativo.

Tutto questo non accade perché il SSN si muove senza una bussola condivisa.

Il Rapporto OASI individua almeno cinque ambiti in cui il sistema può intervenire subito, senza attendere improbabili riforme epocali. Il primo è il personale: attrarre e trattenere infermieri, ridurre la frammentazione professionale, riallineare formazione e fabbisogni reali. Il secondo è l’aggiornamento delle tariffe per i privati accreditati, oggi spesso disallineate rispetto alle priorità di policy. Il terzo è una committenza più forte e qualificata rispetto ai provider di servizi e di beni sanitari, adeguata al ruolo di grande acquirente che il SSN ormai svolge. Il quarto riguarda la digitalizzazione: il sistema deve decidere se adottare davvero un modello “digital & remote first” o continuare a oscillare tra soluzioni ibride non governate. Il quinto è la prossimità, intesa non come moltiplicazione di luoghi fisici, ma come continuità assistenziale multicanale, con un interlocutore stabile per il cittadino.

Il coraggio di dirlo

In questo scenario, il ruolo del management sanitario diventa centrale. L’assenza di priorità esplicite nella politica apre uno spazio di autonomia che è al tempo stesso un’opportunità e una responsabilità. I direttori generali si trovano a gestire una doppia agenda: una visibile, orientata a bilanci, volumi e tempi d’attesa; e una strategica, meno esposta ma decisiva, che riguarda la riallocazione delle risorse, la riduzione delle variabilità ingiustificate, la presa in carico dei pazienti cronici e fragili.

È in questa seconda agenda che si gioca il futuro dell’universalismo. Perché l’universalismo non è la promessa di tutto a tutti, ma la garanzia che chi ha più bisogno non resti indietro.

Il SSN italiano ha ancora un patrimonio straordinario di competenze, valori e consenso sociale. Ma per conservarlo deve abbandonare l’illusione che si possa rinviare all’infinito il momento delle scelte. La coperta è corta, e fingere il contrario non la allunga. La vera riforma, oggi, è avere il coraggio di dirlo e di occupare gli enormi spazi di autonomia professionale e manageriale che l’inconsistenza delle narrazioni e delle politiche determina.

Francesco Longo, Alberto Ricci, “La sanità italiana: narrazioni consolatorie, criticità governabili e una doppia agenda manageriale,” in CERGAS (a cura di), Rapporto OASI 2025, Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano, EGEA, 2025.