
AI e responsabilità educativa: un elogio della fatica

L’intelligenza artificiale è ormai abbastanza diffusa da richiedere una riflessione educativa e culturale sul suo impatto. Non sorprende quindi che se ne sia occupato anche Papa Leone XIV nella sua prima enciclica e che i ricercatori di tutto il mondo abbiano cominciato a riflettere sugli effetti dell’utilizzo dell’AI sulle nostre capacità.
Nella lettura che ne possiamo fare da professionisti della formazione, il Pontefice, nella sua Magnifica Humanitas , ci chiede di evitare che strumenti capaci di amplificare l’accesso all’informazione indeboliscano la capacità di comprendere e apprendere.
Un recente articolo di Nature fa il punto sulle ricerche sul tema e osserva che medici e ingegneri informatici che utilizzano l’AI peggiorano sensibilmente la loro performance (rispetto a quando non la usavano) se l’accesso ai nuovi strumenti viene meno.
Un preprint di alcuni ricercatori del MIT Media Lab (da prendere con le dovute cautele perché non ancora rivisto da altri scienziati) ha osservato che chi scrive utilizzando un chatbot mostra una minore attivazione cerebrale e minore coinvolgimento neurale. Ricorda ciò che ha scritto peggio di chi non utilizza l’AI e continua a mostrare minore coinvolgimento neurale anche quando riprende a scrivere senza l’ausilio dell’intelligenza artificiale. “Questi risultati sollevano preoccupazioni sulle implicazioni educative a lungo termine della dipendenza dagli LLM (i modelli linguistici di grandi dimensioni alla base di chatbot come ChatGPT) e sottolineano la necessità di approfondire la ricerca sul ruolo dell'intelligenza artificiale nell'apprendimento,” scrivono gli autori dello studio.
La buona notizia è che gli scienziati hanno cominciato a lavorare sui potenziali danni dell’AI ben prima di quanto abbiano fatto con i social network, ma la diffusione dei chatbot è stata così veloce che anche in questo caso sorgono dubbi sulla possibilità di tradurre in pratica le loro eventuali raccomandazioni.
Già a metà 2025, circa un italiano su due aveva utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa almeno occasionalmente, secondo un’indagine di Euroconsumers e Google , mentre gli utilizzatori abituali e consapevoli sono un italiano su cinque (il 19,9%) secondo Eurostat . Tra i giovani di 16-34 anni, la quota si avvicina però al 40%. L’AI è entrata a pieno titolo nella nostra esperienza lavorativa, nella formazione e nella vita di tutti i giorni, anche attraverso forme di utilizzo che meriterebbero forte attenzione. Secondo un osservatorio promosso da Terre Des Hommes e dalla community Scomodo , per esempio, più del 20% dei giovani italiani chiederebbe ai chatbot supporto psicologico e suggerimenti per problemi sentimentali.
Anche i politici si stanno interrogando e, lo scorso 10 giugno, il governo ha così approvato in via preliminare i decreti attuativi della legge italiana sull'intelligenza artificiale, che recepiscono e rendono operativa la disciplina prevista dall'AI Act europeo. Per la scuola viene confermato un modello di integrazione dell'AI nella didattica e nell'organizzazione scolastica, accompagnato da formazione dei docenti, sviluppo delle competenze degli studenti e garanzie di supervisione umana e tutela dei dati personali.
Ma le pagine che interrogano più da vicino chi si occupa di formazione sono quelle dedicate all’AI e agli “educatori” da Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas . Sebbene il ruolo di “educatori” venga prevalentemente attribuito agli adulti (genitori e insegnanti) che contribuiscono alla crescita di bambini e ragazzi, anche la formazione di livello superiore è annoverata tra i soggetti che devono avere voce nel discernimento pubblico su dati, algoritmi, accesso ai servizi e ambienti digitali.
L’enciclica insiste sulla necessità di un uso critico dell’AI e chiede in particolare all’università di affrontare “la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti.”
Il fatto che l’informazione di ogni genere sia più facilmente disponibile, grazie ai media digitali e all’AI, non significa che sia più facilmente interiorizzabile. Anzi, secondo Leone XIV, questa pervasività “genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità.” Con un linguaggio laico e legato alla formazione, evidenzierei anche la fatica necessaria per apprendere.
Perché l’informazione diventi conoscenza, servono “tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di cammino paziente”. Nel linguaggio dell’enciclica, serve il “digiuno” da quell’Ai che illude di ottenere soluzioni corrette in tempi brevissimi. Nella lettura che se ne può fare in relazione all’attività di formazione manageriale, il testo ci chiede di recuperare la curiosità di chi pone domande e il gusto di guadagnarsi qualcosa nel modo più faticoso, ma più efficace. Ci chiede, inoltre, di fornire gli strumenti necessari a riconoscere la verità in un ambiente manipolabile.
Come “educatori” non abbiamo forse abbastanza potere per fare in modo che brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture digitali e dati diventino “beni universalmente destinati a tutti”, come auspica Leone XIV, ma dobbiamo fare in modo che le persone li comprendano. Glieli mettiamo a disposizione, nella certezza che si tratti di strumenti destinati a diventare centrali in tutte le professioni, ma dobbiamo sviluppare il pensiero critico di chi si affida a noi, evidenziare i limiti di questi strumenti e capire quando è il momento di non accontentarsi delle loro risposte, consegnandoci alla fatica necessaria a crescere davvero, a qualsiasi età.


