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Opinioni

Agricoltura: la logica di filiera rende più efficiente il carbon farming

Biagio Amico, Vitaliano Fiorillo

La soluzione più efficace per decarbonizzare la filiera agroalimentare può fare a meno della moltiplicazione dei crediti di carbonio? Invece di acquistare “compensazioni” sul mercato dei crediti, le aziende della trasformazione e della distribuzione potrebbero lavorare insieme agli agricoltori per ridurre concretamente le emissioni di questi ultimi e riconoscere quel risultato con un premio nel prezzo delle materie prime. In questo modo, il valore della decarbonizzazione resterebbe all'interno della relazione commerciale e non si disperderebbe nel mercato dei crediti, evitando anche future contraddizioni normative.

I limiti del mercato dei crediti agricoli

Il mercato dei crediti di carbonio legati alle pratiche agricole è in rapida crescita, sostenuto dal nuovo quadro normativo europeo — dal Regolamento (UE) 2024/3012 alla CSRD, che impone la rendicontazione lungo l’intera catena del valore — e da una crescente domanda di compensazioni.

Se i crediti forestali poggiano su metodologie relativamente consolidate, quelli agricoli presentano incertezze significative: la capacità dei suoli di sequestrare carbonio dipende da condizioni pedoclimatiche, rotazioni e gestione agronomica molto variabili, mentre la misurazione puntuale della CO₂ assorbita resta costosa e complessa. La deregolamentazione del mercato volontario ha inoltre moltiplicato le metodologie, spesso divergenti: per la stessa pratica agricola le stime di CO₂ sequestrata possono variare anche di decine di volte.

L’orientamento prevalente — riconoscere crediti in base alle azioni adottate, con rilevazioni a campione — produce stime approssimative che potrebbero rivelarsi errate nel momento in cui tecnologie più precise saranno più accessibili.

A questi limiti tecnici si aggiungono rischi sistemici: il mercato volontario è soggetto a fluttuazioni improvvise e riprogettazioni politiche. Con metodologie ancora in evoluzione e aspettative di prezzo elevate, il rischio di bolla è concreto. Un eventuale crollo comprometterebbe la credibilità delle pratiche rigenerative, trasformando uno strumento di transizione in un fattore di instabilità.

Il nodo dello Scope 3

I crediti dovrebbero compensare solo la quota residuale dopo le azioni di riduzione. Ma le grandi imprese della trasformazione e della GDO possono fare poco sulle emissioni dei prodotti venduti, perché la parte più rilevante della loro impronta climatica deriva dalle materie prime agricole, parte di quello Scope 3 del GHG Protocol, che comprende l’insieme delle emissioni indirette, a monte e a valle della catena del valore, ad esclusione di quelle dell’energia acquistata.

I beni acquistati incidono per il 64,4% delle emissioni indirette totali di Carrefour, il 76% per Danone, il 51% per Marks & Spencer, il 48,3% per Tesco e il 56% per Kellanova. Sono emissioni che nessuna efficienza interna può ridurre: dipendono da ciò che avviene nei campi dei fornitori.

Di fronte a questi numeri, la risposta tradizionale è acquistare crediti per raggiungere la neutralità carbonica. Ma i crediti sono uno strumento di compensazione, non di riduzione: per un’azienda che produce biscotti, acquistare un credito non riduce le emissioni generate dal grano, le neutralizza sulla carta, esponendo l’impresa ai rischi di mercato, di revisione metodologica e allo scrutinio europeo sul greenwashing.

Una possibile alternativa: la logica di filiera

Esiste un percorso diverso, ancora poco esplorato ma concettualmente più solido. Oggi le aziende a valle incentivano pratiche rigenerative tramite schemi che generano crediti poi riacquistati dalle stesse imprese. Ciò dipende dal fatto che le aziende agricole non sono ancora soggette a obiettivi climatici, alla CSRD o agli ETS. Se però in futuro fosse loro richiesto di decarbonizzare (ipotesi non lontana, specie per la zootecnia) chi avesse venduto crediti non li potrebbe più utilizzare e dovrebbe acquistarne altri: un paradosso coerente con le anomalie del sistema.

Come consentire allora alle imprese agroalimentari di decarbonizzare senza privare gli agricoltori dei benefici generati nei propri campi? L’alternativa è una logica di filiera: l’azienda a valle potrebbe finanziare il calcolo della carbon footprint dei fornitori secondo metodologie allineate al GHG Protocol, definendo una baseline certificata per unità di prodotto tramite un soggetto terzo accreditato.

Le riduzioni ottenute (cover crops, minori lavorazioni, ottimizzazione dei fertilizzanti, gestione dei residui) verrebbero contabilizzate nella footprint dell’azienda agricola, attribuite pro quota allo Scope 3 dell’impresa a valle in base ai volumi acquistati e remunerate con un premio sul prezzo della materia prima corrisposto al fornitore. Il valore resterebbe così nella relazione commerciale, non nel mercato dei crediti.

Il punto cruciale è l’addizionalità: nei mercati volontari dimostrare che la riduzione non sarebbe avvenuta senza il progetto è costoso e controverso. Nel modello di filiera non si vende una riduzione a terzi, ma si rendiconta una variazione nella catena di fornitura ai sensi della CSRD. Le metodologie di Scope 3 richiedono misurabilità e tracciabilità, non addizionalità in senso stretto: conta che l’emissione associata alla materia prima diminuisca rispetto alla baseline e sia verificabile.

Il mercato dei crediti non scomparirà, ma per le imprese della trasformazione e della distribuzione il modello di filiera è più diretto e coerente con gli obblighi di reporting: riduzione reale invece di compensazione, valore economico nella relazione commerciale e valorizzazione di benefici come la fertilità del suolo, la resilienza, la minore dipendenza da input esterni, oggi non remunerati. Strumenti e metodologie, tra cui quelli sviluppati dall’Invernizzi AGRI Lab in collaborazione con il DiProVeS dell’Università Cattolica, già esistono ed evolvono rapidamente, ma si deve arrivare a considerare la sostenibilità agricola non come costo da esternalizzare, ma come leva di creazione di valore da integrare nelle strategie di sourcing e nelle relazioni di lungo periodo.