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A 40 anni da Chernobyl, il nucleare sta davvero tornando?

Matteo Di Castelnuovo Opinioni

L’incidente di Chernobyl, il 26 aprile 1986, segnò una sospensione simbolica e politica nell’uso civile dell’energia nucleare. Quarant’anni dopo, il contesto è profondamente cambiato, ma il dibattito resta sorprendentemente simile: sicurezza, costi, ruolo strategico. I dati e le analisi economiche invitano però alla cautela: tra costi elevati, incertezze e alternative più competitive, il rischio è che il suo ritorno sia una risposta contingente più che una strategia sostenibile di lungo periodo.

Nel mio precedente contributo su SDA Bocconi Insight ricordavo come “ci possono essere diversi motivi che hanno spinto alcuni governi ed aziende a riconsiderare la possibilità di fare nuovi investimenti nella produzione di energia nucleare”. Tra questi, già allora, figurava la sicurezza energetica. Oggi questo elemento è ancora più centrale. Alla crisi del gas russo del 2022 si è aggiunta una nuova fase di instabilità legata al Medio Oriente: secondo Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency (IEA), il conflitto nell’area rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale nella storia”, con effetti potenzialmente più ampi degli shock degli anni Settanta. Lo stesso Birol sottolinea che il premio per il rischio geopolitico sull’energia resterà strutturalmente più elevato.

Non sorprende quindi che la sicurezza dell’approvvigionamento sia tornata al centro delle politiche energetiche. In un recente sondaggio della IEA tra esperti e professionisti dell’energia, l’80% ha indicato la sicurezza energetica tra i primi tre driver dell’innovazione, davanti a costo, emissioni e performance economica. In questo quadro, il nucleare riemerge perciò come tecnologia capace di fornire produzione stabile e programmabile, particolarmente preziosa in sistemi elettrici sempre più esposti a volatilità dei prezzi e tensioni geopolitiche.

Tuttavia, guardando ai dati, la “rinascita” nucleare appare finora più narrativa che reale. Secondo l’International Atomic Energy Agency, la capacità globale è passata da circa 370 GW a poco meno di 380 GW in vent’anni, mentre la produzione è rimasta sostanzialmente stabile intorno ai 2.600 TWh annui. Nello stesso periodo, il numero di reattori è leggermente diminuito e la quota del nucleare nel mix elettrico globale si è ridotta sensibilmente, a testimonianza di una crescita molto inferiore rispetto a quella registrata da solare ed eolico. Il confronto quantitativo è netto: mentre il nucleare è rimasto sostanzialmente fermo, l’eolico ha moltiplicato capacità e produzione di oltre un ordine di grandezza e il solare di oltre due, passando da tecnologia marginale a uno dei pilastri del sistema elettrico globale.

Anche sul fronte degli investimenti la distanza è evidente. Secondo Bloomberg New Energy Finance, nel 2025 gli investimenti globali nella transizione energetica hanno raggiunto 2.300 miliardi di dollari, ma solo circa 36 miliardi sono andati al nucleare, una quota marginale rispetto a rinnovabili, reti ed elettrificazione. Più che una crescita equilibrata delle tecnologie, quella osservata negli ultimi vent’anni è stata una vera e propria divergenza.

Questo non significa che l’interesse per il nucleare non sia reale. Al contrario, le crisi energetiche recenti hanno riaperto lo spazio politico per questa tecnologia, anche in Europa.

Anche analisi recenti di natura istituzionale invitano tuttavia alla cautela: uno studio della Banca d’Italia evidenzia come una eventuale reintroduzione del nucleare difficilmente produrrebbe riduzioni significative del livello dei prezzi dell’elettricità, mentre potrebbe contribuire a ridurne la volatilità. Sul piano della sicurezza energetica, la minore dipendenza dagli idrocarburi sarebbe in parte compensata da nuove forme di dipendenza tecnologica e dall’approvvigionamento del combustibile, mentre il contributo alla decarbonizzazione risulterebbe potenzialmente rilevante. Restano tuttavia forti incertezze legate ai costi, ai tempi di realizzazione e alla maturità delle tecnologie disponibili, che suggeriscono un approccio prudente.

Inoltre una politica industriale credibile non può prescindere da alcuni elementi economici. Il primo riguarda i costi. I dati più recenti sul LCOE (levelized cost of electricity) mostrano come fotovoltaico ed eolico restino, nella maggior parte dei mercati, le fonti più economiche per nuova capacità, mentre il nucleare presenta costi più elevati e soprattutto più incerti, legati a tempi di costruzione lunghi e rischi finanziari significativi. Questa incertezza si riflette anche nella necessità di meccanismi di sostegno: per esempio nel caso britannico di Hinkley Point C, il sistema di contratti per differenza garantisce un prezzo ben superiore a quello di mercato per un lungo periodo, implicando trasferimenti superiori a 2 miliardi di sterline l’anno a carico dei consumatori.

Il secondo elemento riguarda gli effetti sistemici degli investimenti. La letteratura recente mostra come investimenti in tecnologie a basse emissioni non siano neutrali: influenzano prezzi, profittabilità e efficienza del mercato. In particolare, l’ingresso di nuova capacità nucleare o rinnovabile tende a ridurre i prezzi all’ingrosso e i margini per altri operatori, con effetti redistributivi rilevanti lungo la filiera. Inoltre, la scelta tra nucleare e rinnovabili non è indifferente in termini di sistema: un recente studio scientifico mostra come il nucleare contribuisca in modo più diretto alla stabilità della produzione, mentre le rinnovabili richiedono maggiori investimenti in reti e flessibilità, ma tendono a generare benefici complessivi di welfare più elevati.

Quarant’anni dopo Chernobyl, dunque, il nucleare non è più (solo) una questione di sicurezza tecnologica, ma di equilibrio tra sicurezza energetica, costi e disegno dei mercati. Tuttavia, anche se le crisi recenti ne hanno rafforzato la rilevanza strategica, il nucleare non può essere una scorciatoia, ma una scelta che comporta costi, rischi e trade-off che richiedono una valutazione rigorosa e non emergenziale.

I temi energetici sono tra quelli affrontati dal Master in Sustainability Management, diretto da Matteo Di Castelnuovo.