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Un vizio che genera capitale

18 gennaio 2021/DiDamiano Canale
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Il trend

Che cos’è un vizio? Dipende. Sul piano laico dell’analisi sociale, la definizione di vizio è soggetta al relativismo etico di un certo ambiente culturale dove le norme sociali, le leggi di una comunità o la religione dominante influenzano invariabilmente la risposta alla domanda di partenza. In tal senso, si avranno giudizi dissimili sulla legalizzazione delle droghe leggere, sull’accesso all’alcol anche da parte dei minori o sulla diffusione del gioco d’azzardo.

Oltre alle inevitabili variazioni geografico-culturali, i vizi sono soggetti a mutamenti, anche bruschi, all’interno di una stessa società: ciò che oggi è considerato disdicevole, può non esserlo nell’immediato futuro; la stigmatizzazione di un’attività o di una pratica può difatti dissolversi davanti ad atteggiamenti più tolleranti – mutuati sulla scia di nuovi provvedimenti legislativi, nuove scoperte scientifiche o diverse valutazioni di carattere economico-politico –, evolvendo verso la piena accettazione sociale (tale dinamica, tuttavia, può verificarsi anche in senso opposto).

A far luce sulle caleidoscopiche percezioni che si hanno dei vizi è il recente report Ipsos Global Views on Vices. La ricerca è stata condotta su un ampio campione di 27 paesi del mondo, con tradizioni e culture molto diverse tra di loro: Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Cina, Colombia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Ungheria, India, Italia, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Polonia, Russia, Serbia, Sudafrica, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Turchia e Stati Uniti.

Qual è il grado di accettabilità morale in questi Paesi rispetto ad attività svolte con moderazione? Quando, cioè, un certo fenomeno viene considerato lecito ed è quindi privo di impatti dannosi sul singolo o la comunità in cui si manifesta?

Se il consumo di cioccolata, di merendine salate confezionate o di soft drink zuccherati trova ampia e generale accettazione in tutti i Paesi oggetto d’indagine, grandi differenze emergono sul fronte degli alcolici. Se il 62 per cento degli intervistati si dice a favore di un consumo moderato di vino e il 61 per cento esprime il medesimo giudizio sulla birra, analizzando i dati dei singoli Paesi emerge come in Malesia solo un intervistato su quattro è favorevole (contrari oltre il 50 per cento), e meno della metà lo è in India, Turchia e Giappone. Valori che si accentuano ancor di più se si considera il consumo, anche moderato, di liquori.

In merito alla fruizione libera della pornografia i più aperti sono i britannici (42 per cento di favorevoli) e i belgi (41 per cento), ma con una media generale di favorevoli ferma al 29 per cento e il 43 per cento di contrari; i giapponesi sono i più contrari ai servizi di incontri online (a favore solo il 14 per cento contro il 69 della Svezia) e ai social media (il 36 per cento contro la media del 65); ampia e diffusa ostilità si riscontra nel consumo di tabacco, di sigarette elettroniche e per quanto riguarda il gioco d’azzardo; il 46 per cento degli intervistati è contrario all’utilizzo di videogiochi violenti.

Alcuni punti salienti

Il consumo della marijuana per fini ricreativi è considerato moralmente riprovevole dal 51 per cento degli intervistati (28 per cento i favorevoli). Anche qui, tuttavia, i divari tra Paesi sono ampi: Canada e Stati Uniti registrano un 51 per cento di favorevoli; il Giappone, ultimo, ha solo un 6 per cento di favorevoli, mentre la Turchia registra la percentuale più alta di contrari, l’80 per cento; a metà classifica l’Italia con 30 per cento di favorevoli e 44 per cento di contrari.

Mettendo in disparte l’aspetto ludico e ricreativo della marijuana, il 55 per cento degli intervistati ne riconosce però il potenziale terapeutico e il 57 per cento si dice favorevole a suo un utilizzo medico. Il 55 per cento è inoltre convinto che sarà legalizzata per finalità terapeutica da qui ai prossimi 10 anni.

Se è ancora presto per parlare di una generale apertura nei confronti della marijuana, due esempi possono aiutare a capire come la dissoluzione di certi stigmi e l’evolversi delle norme sociali e comportamentali possano essere influenzate dalle scelte legislative e avere un impatto anche sull’economia.

Negli ultimi decenni sia il Canada sia alcuni stati americani hanno avviato politiche di legalizzazione della marijuana per scopi medici e ludico-ricreativi. In recente numero della rivista dell’Ipsos WTF-What the future dedicato all’argomento, emerge come le barriere morali che fino a pochi anni fa osteggiavano l’utilizzo della cannabis stanno via via cedendo il passo a un atteggiamento più aperto e anche più consapevole. Inoltre, l’interesse manifestato dalla popolazione canadese e nord-americana per la cannabis CBD (o light) e THC sta gradualmente aprendo importanti quote di mercato che si legheranno invariabilmente a settori più classici, come l’intrattenimento e la ristorazione, ma anche l’agricoltura e la ricerca medica. Lo stesso settore bancario americano, fin qui restio a concedere finanziamenti in quanto a livello federale la cannabis è ancora catalogata tra i narcotici, in caso di revisione governativa potrebbe aprire linee di finanziamento a produttori o a chi è interessato ad aprire punti vendita, generando un forte impatto sulla distribuzione al dettaglio.

Un vizio che genera capitale