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Perché le scuole di management sono un vero attore economico

Il pezzo riprende i temi principali del capitolo di un libro promosso da EFMD, il network internazionale di scuole e imprese per la formazione di leader e manager socialmente responsabili.

12 gennaio 2026/DiStefano Caselli
Caselli

Per decenni, le business school hanno prosperato in un mondo che credeva incrollabilmente nella globalizzazione. I capitali si muovevano liberamente, i talenti inseguivano le opportunità e la formazione manageriale poteva essere esportata oltre i confini con relativa facilità. Quel mondo non esiste più e le business school devono interiorizzare la nuova realtà e cambiare.

Quello che stiamo vivendo è un cambiamento strutturale. L’economia post-pandemia, segnata da frammentazione geopolitica, ritorno dell’inflazione, politiche industriali attive e competizione tra blocchi regionali, ha modificato radicalmente il contesto in cui operano le imprese. E, di conseguenza, il contesto in cui le business school devono ridefinire la propria missione.

Le business school non possono più definirsi fornitori neutrali di servizi formativi o semplici istituzioni educative. Sono veri e propri attori economici. Nell’era della “slowbalization”, l’idea che le business school possano rifugiarsi nei silos disciplinari o nella comfort zone domestica è pericolosa. Sistemi economici chiusi possono permettersi scuole orientate esclusivamente ai bisogni locali, economie interdipendenti no. Quando produzione, finanza, tecnologia e geopolitica si intrecciano, la formazione manageriale diventa parte dell’infrastruttura che determina se un Paese, o un continente, è in grado di competere.

Il futuro, dunque, non ha bisogno di “business school” così come le abbiamo conosciute. Ha bisogno di “scuole di management”: comunità che tengano insieme ricerca e formazione e siano orientate alla responsabilità, all’impatto e alla connessione tra valore economico e valori sociali.

L’Europa, da questo punto di vista, offre molti spunti su cui riflettere. Negli ultimi vent’anni il numero di imprese europee tra le più grandi al mondo è diminuito in modo sensibile, e il problema va ben oltre le aziende. Le grandi imprese sono motori di innovazione, attrattori di talento, pilastri degli ecosistemi industriali. La loro debolezza riflette limiti strutturali più profondi: mercati dei capitali frammentati, politiche industriali deboli e, soprattutto, l’incapacità di pensare in modo sistemico al legame tra formazione e scala economica.

Senza istituzioni capaci di formare leader per organizzazioni grandi, complesse e globali, l’ambizione di creare “campioni europei” resta retorica. Le business school si trovano al centro di questa contraddizione.

Le scuole che non sanno dialogare con le grandi imprese, confrontarsi con le frontiere dell’innovazione o integrare competenze come data science, intelligenza artificiale e geopolitica sono destinate a perdere influenza. I loro alumni potranno essere occupabili, ma non preparati a guidare.

Allo stesso tempo, la dimensione della ricchezza finanziaria globale, ormai molte volte superiore al PIL mondiale, ci mette di fronte a un’altra responsabilità. Ogni scelta di investimento modella l’economia reale, nel bene e nel male. Se la creazione di valore si scollega dai valori, la crescita stessa diventa fragile.

Le scuole di management sono ponti tra finanza e società, tra teoria e decisione. La ricerca applicata, il dialogo con le imprese e la formazione dei leader futuri sono i meccanismi attraverso cui i rendimenti finanziari possono essere riallineati con l’impatto sociale. Le scuole di management formano il capitale umano, orientano l’ambizione imprenditoriale e influenzano il modo in cui le imprese interpretano rischio, sostenibilità e valore di lungo periodo. Ignorarlo significa indebolire una delle leve capaci di indirizzare il capitalismo verso una direzione più resiliente.

Caselli, Stefano, Business schools and the new global world: will they never walk alone?, in Cornuel, Eric (ed.)Management education and the rise of uncertainty of global businessOxford Academic.