

“Le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo seduti al tavolo, siamo nel menu.” Quando il primo ministro canadese Mark Carney ha pronunciato questa frase al World Economic Forum di Davos, nel gennaio 2026, ha suggerito una visione strategica per cui, in un mondo in cui “le grandi potenze usano l’integrazione economica come un’arma,” i Paesi di media dimensione devono costruire nuove forme di cooperazione.
Un paper pubblicato su Defense & Security Analysis da Walter Rauti ( SHIELD SDA Bocconi) e Justin Massie (Université du Québec) offre una lettura innovativa della resilienza dell’industria della difesa nelle medie potenze alleate, confrontando Italia e Canada. Lo studio sostiene che la resilienza non dipende né dalla piena autonomia nazionale né dalla semplice integrazione nelle alleanze, ma dalla capacità istituzionale di governare la dipendenza. Gli autori analizzano il caso di Italia e Canada, due medie potenze occidentali che hanno costruito modelli molto diversi di integrazione industriale nel settore della difesa e che, proprio per la complementarità delle loro competenze, potrebbero offrire un esempio concreto di quella terza via evocata da Carney a Davos: una rete di partnership tra Paesi alleati capace di rafforzare sicurezza economica, autonomia decisionale e resilienza delle filiere strategiche.
Quando si delega la sovranità
La pandemia ha mostrato quanto possano essere fragili le catene globali di approvvigionamento, mentre la guerra in Ucraina ha evidenziato l’importanza di mantenere capacità produttive nazionali e alleate in settori critici. Parallelamente, la crescente competizione tra grandi potenze ha reso più frequente l’utilizzo delle dipendenze economiche come strumenti di pressione geopolitica. Nel settore della difesa queste dinamiche sono ancora più evidenti. Le filiere sono lunghe, altamente specializzate e dipendono da tecnologie critiche, materie prime strategiche e sistemi di integrazione complessi. Per questo, termini come “autonomia strategica”, “sovranità tecnologica” e “resilienza industriale” sono entrati stabilmente nel lessico dei policy maker.
La letteratura esistente tende a considerare due opzioni: rafforzare le capacità nazionali oppure costruire sistemi industriali integrati su scala sovranazionale, come nel caso europeo. Rauti e Massie esplorano una prospettiva diversa, chiedendosi a quali condizioni l’integrazione tra alleati rafforzi la resilienza industriale e quando, invece, rischi di generare nuove forme di dipendenza.
Per rispondere, gli autori introducono il concetto di delegated sovereignty , ovvero quelle situazioni in cui uno Stato rinuncia a controllare direttamente alcune funzioni strategiche della propria industria della difesa, mantenendo comunque capacità operative grazie all’accesso privilegiato agli ecosistemi industriali di un alleato. È il modello che caratterizza soprattutto il Canada nel suo rapporto con gli Stati Uniti. L’Italia rappresenta invece un sistema che combina integrazione internazionale e mantenimento di capacità autonome di progettazione, integrazione e gestione dei sistemi complessi.
Diversi ma complementari
Italia e Canada condividono molte caratteristiche: sono membri della NATO, economie avanzate e medie potenze dal punto di vista militare e politico. Tuttavia hanno sviluppato architetture industriali profondamente differenti.
Il Canada ha costruito la propria industria della difesa all’interno dell’ecosistema nordamericano, privilegiando l’interoperabilità con gli Stati Uniti. Oggi molte delle sue aziende operano con successo in nicchie ad alto valore aggiunto, ma il Paese dispone di una limitata capacità di integrazione autonoma dei grandi sistemi. La sua industria è fortemente inserita nelle filiere statunitensi e soggetta ai vincoli regolatori americani.
L’ecosistema industriale italiano ruota invece attorno a grandi integratori nazionali come Leonardo e Fincantieri, che mantengono competenze nella progettazione, integrazione e gestione dell’intero ciclo di vita di piattaforme e sistemi complessi. Queste imprese sono inserite in programmi europei e internazionali, ma conservano capacità decisionali e tecnologiche rilevanti. Attorno a loro opera una rete di fornitori e PMI altamente specializzate che alimenta l’innovazione e la competitività del sistema.
L’analisi mostra che la resilienza dipende dalla capacità di mantenere il controllo sulle funzioni più strategiche della catena del valore: progettazione, proprietà intellettuale, manutenzione e aggiornamento delle piattaforme. In questo quadro emergono alcune complementarità interessanti tra Italia e Canada. L’Italia è particolarmente forte nella cantieristica navale e nei sistemi complessi; il Canada dispone di competenze avanzate in segmenti come simulazione, addestramento, software, aerospazio e tecnologie dual use. I due Paesi condividono inoltre l’esigenza di ridurre alcune dipendenze industriali e di diversificare i propri partner tecnologici.
Alleanze di resilienza industriale
Per gli autori, questa complementarità potrebbe tradursi in vere e proprie “alleanze di resilienza industriale”: programmi di sviluppo congiunto, investimenti condivisi e integrazione selettiva delle filiere, capaci di rafforzare entrambe le parti.
La competitività futura dell’industria della difesa (compresa quella delle PMI) dipenderà sempre più dalla capacità di inserirsi in reti internazionali di collaborazione basate sulla complementarità industriale. L’analisi suggerisce perciò che le politiche industriali non dovrebbero puntare esclusivamente all’autosufficienza. In molti casi può essere più efficace costruire relazioni strutturate con partner affidabili e complementari, riducendo la concentrazione dei rischi senza rinunciare ai vantaggi dell’integrazione internazionale.
In questa prospettiva, il possibile coinvolgimento del Canada nel Global Combat Air Programme (GCAP, il progetto di Italia, Regno Unito e Giappone per lo sviluppo del caccia di nuova generazione) rappresenta un interessante banco di prova. Secondo gli autori, l’ingresso di Ottawa consentirebbe al Canada di diversificare le proprie relazioni industriali oltre il tradizionale asse con gli Stati Uniti e offrirebbe all’Italia l’opportunità di rafforzare ulteriormente un ecosistema industriale fondato sulla cooperazione tra medie potenze.


