
Nel basket, il timeout ferma il gioco, ma non l’inerzia

Nel basket, il timeout è il gesto più visibile dell’allenatore. Il gioco si ferma, la squadra si raccoglie, e per qualche secondo sembra che tutto possa cambiare. È il momento in cui si prova a interrompere l’inerzia, a spezzare una serie negativa, a rimettere ordine.
Una nuova ricerca sull’EuroLeague invita però a rivedere questa aspettativa. I timeout funzionano, ma non nel modo in cui spesso si immagina: non ribaltano le partite, ma ne limitano il deterioramento.
Nel minuto prima di un timeout, le squadre subiscono in media uno svantaggio di 3,74 punti; nel minuto successivo, il divario si riduce a 1,20. L’intervento ha quindi un effetto positivo e statisticamente significativo, ma non sufficiente a invertire il segno del risultato. Questo miglioramento, per giunta, rimane confinato al breve periodo e non si traduce in un miglioramento dei risultati su base stagionale.
Un classico degli sports analytics
Il ruolo dei timeout è da tempo al centro del dibattito di sports analytics. La domanda è semplice: interrompere il gioco consente davvero di modificare il “momentum” di una partita?
Le evidenze disponibili, soprattutto sull’NBA, non sono univoche. Alcuni studi suggeriscono che i timeout possano spezzare le serie positive degli avversari; altri, utilizzando metodologie più rigorose, trovano effetti molto limitati o nulli. Il problema è in parte metodologico: i timeout vengono chiamati proprio quando una squadra è in difficoltà, rendendo difficile distinguere causa ed effetto.
Questo studio si inserisce in questo filone con due contributi specifici. Da un lato, analizza la EuroLeague, un contesto meno esplorato rispetto all’NBA e che offre un vantaggio metodologico: in EuroLeague solo gli allenatori possono chiamare il timeout, focalizzando così l’analisi interamente sul comportamento dei coach. Dall’altro, utilizza strategie empiriche pensate per isolare meglio l’effetto causale del timeout.
Prima e dopo il timeout
L’analisi si basa su tutte le partite di regular season dell’EuroLeague dalla stagione 2021-22 alla stagione 2023-24. Il campione include oltre 4.300 time-out. Lo studio utilizza dati play-by-play, che registrano ogni evento della partita, come tiri, falli, sostituzioni o timeout, e statistiche aggregate di fine gara.
In più del 95% dei casi, il timeout avviene quando la squadra sta subendo una serie negativa, cioè una situazione in cui continua a subire punti senza segnarne nessuno. In questo senso, il timeout appare soprattutto come una risposta a una situazione di difficoltà già in atto.
Per misurare l’effetto immediato dei timeout, i ricercatori confrontano la performance della squadra nel minuto precedente e nel minuto successivo all’interruzione. Per evitare distorsioni legate al fatto che i timeout vengono chiamati in momenti critici, affiancano a questa misurazione una seconda strategia, confrontando l’effetto dei timeout con quanto accade in situazioni di serie negativa, in cui però il timeout non può essere chiamato, perché l’allenatore ha esaurito quelli a disposizione.
Dopo un timeout, il differenziale tra punti segnati e subiti migliora in media di circa 2,5 punti. Tuttavia, resta negativo: la squadra continua a subire più di quanto segni. Il timeout riduce il divario, ma non lo annulla.
La seconda parte dello studio guarda invece al lungo periodo. Qui i ricercatori inseriscono una misura dell’efficacia dei timeout in un modello consolidato che spiega le vittorie attraverso quattro fattori fondamentali del gioco (tiro, palle perse, rimbalzi, tiri liberi). Un timeout è considerato efficace quando migliora il differenziale punti tra il minuto precedente e quello successivo. Tuttavia, il numero medio di timeout “efficaci” per partita, calcolato per ciascuna squadra lungo la stagione, non aggiunge alcuna capacità esplicativa al modello.
Quello che conta sono i fondamentali
Nel breve periodo, i timeout sono utili: rallentano il ritmo negativo, riducono il divario e aiutano a contenere le difficoltà. Ma il loro effetto è limitato e, soprattutto, temporaneo. Non emergono evidenze che i timeout riescano, in media, a invertire l’andamento della partita, né che la loro efficacia abbia un impatto sui risultati complessivi della stagione. Le vittorie continuano a dipendere dai fondamentali del gioco, non dalla gestione delle interruzioni.
I timeout funzionano meglio quando vengono utilizzati per interrompere serie negative consistenti, mentre le scelte effettuate al loro interno, come le sostituzioni, non sembrano amplificarne l’efficacia.
La tentazione di leggere i risultati della ricerca in chiave manageriale, a partire dal fatto che la performance sia determinata da driver strutturali (i fondamentali) anziché da interventi tattici, è forte, ma qualsiasi generalizzazione dovrà essere supportata da specifiche, future ricerche.
Carlo Favero, uno dei co-autori dello studio, è anche l’allenatore dei Pellicani, la squadra di basket della Bocconi e, già prima di questo studio, era uno dei coach meno propensi a utilizzare il timeout.
Uno dei suoi giocatori, Francesco Infante, iscritto al Master of Business Administration di SDA Bocconi e pivot della squadra, ha giocato 7 anni in serie A2 e altrettanti in B prima di trasferirsi a Milano per l’MBA. “È interessante sapere che il timeout è statisticamente poco efficace,” afferma, “e aiuta a non farci impressionare quando ne viene chiamato uno dagli avversari. Ma qualche differenza la può fare anche il grado di esperienza di una squadra. Invertire il momentum di un team di EuroLeague con un timeout può essere illusorio, ma con le squadre più giovani e meno esperte tra quelle della nostra categoria, la B interregionale, sospetto che possa avere qualche effetto in più.” Il suo coach può prenderlo come un suggerimento per il tema di un prossimo paper.
Carta, G., Favero, C., & Maver, A. (2026). “Do timeouts matter? A study of EuroLeague Basketball.” Journal of Sports Analytics, 12. DOI: https://doi.org/10.1177/22150218261434693.


