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Mille quotate per far crescere l’Italia

06 ottobre 2026/DiStefano Caselli Maria Chiara Merola Marta Zava
Italia

La Borsa italiana non riflette le dimensioni e la forza dell’economia del Paese. Oggi conta circa 400 società, con una capitalizzazione complessiva equivalente al 47% del PIL. In Francia il rapporto supera il 100%, nel Regno Unito raggiunge il 130% e in Svezia arriva al 185%. Questo divario limita le risorse disponibili per gli investimenti e riduce le possibilità di crescita delle imprese.

Una ricerca di SDA Bocconi School of Management, realizzata in collaborazione con Borsa Italiana, prova a misurare quanto costa al Paese questa distanza e che cosa accadrebbe se il mercato azionario italiano raggiungesse le 1.000 società quotate e una capitalizzazione pari al 100% del PIL.

Nello scenario individuato come obiettivo, le stime indicano un aumento della crescita del PIL di 0,95 punti percentuali, un incremento del gettito fiscale di 2,09 punti e una riduzione del tasso di disoccupazione di 1,93 punti.

Il beneficio deriverebbe dalla costruzione di un mercato dei capitali più ampio, liquido e accessibile, capace di mettere in comunicazione il risparmio con le imprese e di alimentare investimenti, innovazione, aggregazioni e occupazione. Le stime quantificano, quindi, il costo-opportunità sostenuto dall’Italia per il mancato sviluppo del proprio mercato azionario.

Un mercato poco profondo

L’Italia possiede un ampio patrimonio di risparmio privato e un tessuto imprenditoriale ricco di aziende profittevoli, ma soltanto una piccola parte di queste risorse arriva alle imprese attraverso il capitale di rischio. Il finanziamento bancario e il debito continuano a occupare una posizione dominante, mentre centinaia di società potenzialmente adatte alla quotazione rimangono private.

Ne deriva un mercato poco profondo, nel quale risultano sottorappresentati settori centrali per la competitività del Paese, come l’industria, la tecnologia, i beni di consumo e la sanità. La ridotta presenza di imprese quotate limita a sua volta l’interesse degli investitori, la copertura degli analisti e la liquidità degli scambi. Mercati azionari profondi sono, invece, associati a una migliore allocazione del capitale e a una maggiore crescita economica. Sappiamo inoltre che la quotazione può facilitare l’accesso alle risorse necessarie per investire, acquisire concorrenti, innovare e raggiungere una dimensione internazionale.

La ricerca affronta tre domande collegate:

  • Quali effetti macroeconomici potrebbe produrre un mercato azionario italiano più sviluppato?
  • Quali differenze si osservano, a livello aziendale, tra società quotate e non quotate?
  • Da quali imprese potrebbe essere costituita una pipeline realistica di nuove quotazioni capace di portare il listino italiano a quota mille?

Obiettivo raggiungibile in dieci anni

I ricercatori hanno combinato un’analisi macroeconomica per scenari con un confronto delle performance delle imprese quotate e non quotate. Utilizzando i dati del database Orbis disponibili fino al 2024, hanno esaminato l’andamento delle aziende nel periodo 2015-2024, considerando crescita dei ricavi e dell’occupazione, produttività, investimenti, struttura finanziaria e redditività. Per le operazioni di fusione e acquisizione, l’orizzonte è stato esteso al 2015-2025.

L’analisi parte dalla situazione del mercato italiano nel 2025, quando la capitalizzazione di Borsa equivaleva al 47% del PIL, e costruisce tre scenari controfattuali nei quali il rapporto raggiunge l’80%, il 100% o il 125%. Calcola quindi come, in ciascuno scenario, sarebbero variati la crescita del PIL, la crescita del gettito fiscale e il tasso di disoccupazione.

Portare il rapporto tra capitalizzazione e PIL all’80% sarebbe associato a 0,60 punti percentuali di crescita aggiuntiva del PIL, 1,30 punti di maggiore crescita del gettito fiscale e 1,20 punti in meno nel tasso di disoccupazione. Con una capitalizzazione pari al 100% del PIL, gli effetti stimati salirebbero rispettivamente a 0,95, 2,09 e 1,93 punti. Nello scenario più ambizioso, pari al 125% del PIL, raggiungerebbero 1,40, 3,07 e 2,85 punti.

Il confronto tra imprese aiuta a comprendere i meccanismi che potrebbero sostenere questi risultati. Tra il 2015 e il 2024, i ricavi delle società quotate sono cresciuti in media dell’8,2% all’anno, contro il 4,7% delle altre imprese. Le quotate hanno inoltre generato il 24% di ricavi in più per dipendente e destinato agli investimenti, in media, il 6,8% dei ricavi, rispetto al 4,2% delle non quotate. Anche i dati sull’occupazione e sulla redditività mostrano una netta superiorità delle imprese quotate.

Particolarmente evidente è la propensione alle operazioni straordinarie. Dal 2015 al 2025 le società quotate, pur rappresentando appena lo 0,01% delle imprese italiane, hanno promosso circa il 20% delle operazioni di fusione e acquisizione effettuate nel Paese, corrispondenti al 30% del loro valore complessivo. La Borsa sembra dunque favorire la crescita per aggregazione, che spesso manca alle imprese italiane per raggiungere dimensioni competitive a livello internazionale. Questi divari non possono essere attribuiti interamente alla quotazione. Vi concorrono le maggiori dimensioni delle società, la selezione delle imprese già più dinamiche, la qualità del management e gli assetti di governance più strutturati. Nel loro insieme, tuttavia, i risultati descrivono un ecosistema nel quale l’accesso al capitale, gli investimenti, la produttività e la crescita tendono a rafforzarsi reciprocamente.

Per verificare se l’obiettivo delle mille quotate sia concretamente raggiungibile, i ricercatori hanno poi analizzato l’universo delle società italiane non quotate, incrociando dimensioni e settori. Ne emerge una pipeline potenziale di 602 nuove quotazioni nette nell’arco di circa dieci anni, capace di generare 489 miliardi di euro di capitalizzazione iniziale.

Delle 602 nuove quotazioni ipotizzate, 313 riguarderebbero grandi aziende con ricavi superiori a 250 milioni di euro. Queste società costituirebbero il 52% dei nuovi ingressi, ma produrrebbero l’88% della nuova capitalizzazione. Allo stesso tempo, il numero delle aziende quotate con ricavi compresi tra 100 e 250 milioni dovrebbe aumentare di circa quattro volte e mezzo, contribuendo a colmare il cosiddetto missing middle del listino italiano.

Il ponte tra risparmio e crescita

La quotazione dovrebbe essere considerata uno strumento di strategia industriale, che consente di finanziare investimenti e acquisizioni, attrarre talenti, migliorare la governance e accompagnare il passaggio generazionale. Meccanismi come il voto plurimo, un aumento graduale del flottante e la permanenza attiva delle famiglie fondatrici possono permettere alle imprese familiari di crescere senza perdere identità e continuità imprenditoriale.

L’obiettivo delle mille quotate, tuttavia, richiede una politica coordinata che agisca contemporaneamente sulla domanda e sull’offerta di capitale. Da un lato, occorre indirizzare una quota maggiore del risparmio delle famiglie verso l’economia reale mediante strumenti semplici, trasparenti e fiscalmente efficienti, rilanciando anche l’esperienza dei Piani individuali di risparmio. Dall’altro, fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni e fondazioni dovrebbero assumere un ruolo più rilevante come investitori di lungo periodo nelle società italiane quotate.

Sul versante delle imprese, la ricerca propone incentivi fiscali strutturali, non occasionali, che compensino almeno in parte i costi di accesso e permanenza sul listino. Il bonus IPO potrebbe diventare stabile ed essere affiancato da misure capaci di premiare gli aumenti di capitale. Una revisione della fiscalità dovrebbe inoltre ridurre il vantaggio oggi accordato al debito rispetto al capitale proprio.

Servono poi intermediari, analisti, advisor e market maker in grado di accompagnare le aziende e di renderle visibili agli investitori. Una particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla ricerca finanziaria sulle imprese a piccola e media capitalizzazione, per ridurre le asimmetrie informative e migliorare la liquidità e la formazione dei prezzi

La Borsa deve diventare il ponte che collega una delle maggiori ricchezze dell’Italia, il suo risparmio, alla necessità di far crescere le imprese senza costringerle a cercare altrove il capitale, la scala e il futuro.

La ricerca, già presentata il 22 settembre 2026 alla Camera dei Deputati, sarà al centro di un incontro presso Borsa Italiana il 30 ottobre.

Stefano Caselli , Maria Chiara Merola , Marta Zava , Più Borsa, più crescita: l'Italia delle 1000 quotate , in collaborazione con Borsa Italiana.