
Le tre forme di violenza economica sulle donne

La violenza economica non lascia lividi, ma segna profondamente le traiettorie di vita delle donne. È quanto emerge dalla ricerca Il prezzo della libertà. Come si manifesta la violenza economica sulle donne, condotta da SDA Bocconi School of Management per Pomellato.
Il fenomeno attraversa età, territori, livelli di istruzione e reddito e riguarda non solo le situazioni di fragilità estrema, ma anche coppie apparentemente “normali”, inserite e istruite. In Italia, sette donne su dieci hanno vissuto o assistito a episodi di discriminazione o violenza economica.
La violenza economica è anche, o soprattutto, limitazione della libertà. Controllare il denaro, svalutare il lavoro dell’altra persona, ostacolarne l’autonomia professionale significa incidere sulle possibilità di scelta, sul potere decisionale, sulla capacità di immaginare il proprio futuro. Questo tipo di violenza comporta, quindi, un costo silenzioso, spesso normalizzato, che ha implicazioni profonde anche per le imprese e per il sistema economico nel suo complesso.
Una violenza pervasiva e invisibile
Il dibattito pubblico ha iniziato a riconoscere la violenza economica come una delle forme più pervasive e meno visibili della violenza di genere. Ma come si manifesta concretamente? Quali comportamenti la alimentano? È un fenomeno legato solo a contesti di marginalità o riguarda anche classi medie e alte? E quale ruolo giocano il lavoro, la maternità e le competenze finanziarie?
La ricerca di SDA Bocconi nasce proprio da queste domande, con un duplice obiettivo: da un lato, misurare la diffusione della violenza economica in Italia; dall’altro, comprenderne le forme, le determinanti culturali e le connessioni con il mercato del lavoro e con l’educazione finanziaria. Un’attenzione particolare è rivolta alle dinamiche di coppia, dove il denaro diventa spesso una leva di potere più che uno strumento neutro di organizzazione della vita familiare .
Restrizione, sabotaggio, sfruttamento
Il team di ricerca ha realizzato un’indagine quantitativa su un campione rappresentativo di 2.500 persone (donne e uomini), stratificato per età, area geografica, livello di reddito e istruzione. L’età media del campione è di 52 anni e il 41% degli intervistati ha figli, una scelta che consente di osservare in modo puntuale l’intreccio tra lavoro, famiglia e autonomia economica.
La ricerca identifica tre macro-forme di violenza economica.
La prima è la restrizione economica. Si tratta di una forma di violenza in cui l’autore limita o sorveglia l’accesso della vittima al denaro e alle risorse finanziarie, condizionandone le pese e il potere decisionale. Il 39% delle donne dichiara di subire un controllo sulle decisioni economiche (“lui gestisce, lei si adatta”), il 51% sperimenta la svalutazione del proprio contributo professionale e il 48% una limitazione nell’accesso a conti e beni personali. Anche tra le donne laureate, un quarto è esposto a queste dinamiche, segno che l’istruzione non è di per sé una protezione.
La seconda forma è il sabotaggio economico, una forma di violenza in cui l’autore ostacola il lavoro e/o lo studio della vittima, sabotandone mezzi, tempo e opportunità per impedirle di costruirsi autonomia economica e professionale. Questa forma di violenza non toglie ciò che si ha, ma impedisce di ottenere ciò che si potrebbe avere. Il 48% delle donne è esposto a dinamiche di competizione e svalutazione del successo, il 53% a un controllo “protettivo” che limita iniziativa e autonomia, e il 32% a forme di ostilità economica esplicita. Comportamenti spesso giustificati come prudenza o cura, ma che di fatto ostacolano l’indipendenza economica.
La terza è lo sfruttamento economico, attraverso cui l’autore usa a proprio vantaggio le risorse e il lavoro della vittima, appropriandosi di denaro e beni o imponendole carichi di lavoro eccessivi. Il 60% delle donne ha partner che utilizzano la forza economica come strumento di affermazione della propria mascolinità; il 47% sperimenta l’idea che “chi guadagna di più decide”. Qui il denaro diventa riconoscimento sociale, leva identitaria, e non semplice mezzo di scambio.
La ricerca mette poi in luce due elementi critici che amplificano la violenza economica. Il primo è la maternità: le donne con figli tra i 25 e i 44 anni hanno un tasso di non occupazione doppio rispetto a quelle senza figli, a dispetto del fatto che le donne che lavorano sono significativamente più soddisfatte della propria vita e della propria famiglia rispetto a quelle che non lavorano. Se escono dal mercato del lavoro a seguito della maternità, le donne subiscono una perdita media di 34.000 euro all’anno, oltre a un’obsolescenza delle competenze che, in un ambiente dinamico come quello attuale, necessita di interventi di upskilling e reskilling.
Il secondo è il gender gap nell’educazione e nella consapevolezza finanziaria, un fenomeno endemico e trasversale che non dipende dal livello di istruzione. Le donne investono molto meno degli uomini: l’uomo investe per avere un ritorno mentre la donna si occupa delle spese correnti. Con la grande differenza, in caso di controversie, che gli investimenti sono nominativi mentre le spese correnti non sono né nominative, né facilmente tracciabili. Le donne con un conto cointestato investono in azioni il doppio rispetto a quelle con un conto solo a proprio nome, segnale di una competenza finanziaria spesso delegata o incompleta. Quelle che lavorano, infine, sono maggiormente orientate al risparmio (12% in più) rispetto agli uomini che lavorano: anche a parità di condizioni, tengono soldi liquidi nel conto invece di investirli, a testimonianza del fatto che questo risparmio viene visto come un paracadute per eventuali fallimenti legati alla componente rischio degli investimenti finanziari dell’uomo.
Su che cosa investire
La violenza economica incide sull’occupazione femminile, sulla continuità delle carriere, sulla perdita di competenze e, in ultima analisi, sulla produttività. Per le imprese, investire in politiche di rientro post-maternità, flessibilità, reskilling ed educazione finanziaria è una scelta etica e una leva economica.
I dati indicano l’urgenza di rafforzare le politiche di conciliazione e di promuovere l’alfabetizzazione finanziaria come infrastruttura sociale di base. La violenza economica, sottolinea la ricerca, è un indicatore della qualità democratica di un Paese: riguarda tutti e non risparmia nessuno.
Infine, dal punto di vista accademico, lo studio apre nuove prospettive di ricerca. Il team di SDA Bocconi indica la necessità di ampliare l’analisi in chiave internazionale e comparata, per comprendere come queste dinamiche si riproducono in contesti diversi.




