
Innovare non basta. Sfida scale-up per le start-up italiane del cleantech e della blue economy

L’Italia delle start-up cleantech e blue economy è una realtà vivace e innovativa, ma non sa far crescere le proprie imprese e rischia, perciò, di restare indietro. Lo evidenzia una ricerca del Blue Economy Monitor (un’iniziativa SDA Bocconi/Banca Intesa), curata da Francesco Perrini, Manlio De Silvio e Stefano Pogutz, sul settore del cleantech, cioè l’insieme di tecnologie e soluzioni applicative che rispondono alle sfide ambientali globali, con particolare attenzione alla transizione ecologica e alla decarbonizzazione, e della blue economy.
Il Paese parte da una posizione di leadership: è il secondo mercato europeo per i beni e servizi ambientali e tra i primi in Europa nell’economia del mare. Ha competenze, filiere industriali e un ecosistema imprenditoriale vivace (485 start-up innovative mappate nei settori cleantech e blue economy) ma fatica a trasformare queste risorse in aziende scalabili, capaci di competere globalmente. E in un mercato globale che corre, questo rischia di diventare un limite strutturale.
Due meta-settori
Cleantech e blue economy non sono settori tradizionali, ma “meta-settori” trasversali che attraversano energia, manifattura, agricoltura, mobilità e servizi. Proprio per questa natura complessa, fino a oggi è stato difficile misurarne dimensioni e dinamiche. Gli autori della ricerca hanno, pertanto, seguito un approccio mirato all’innovazione: hanno costruito una tassonomia originale per identificare le start-up realmente attive nel cleantech e nella blue economy, andando oltre le classificazioni statistiche tradizionali.
Da qui partono le domande della ricerca:
- Quanto pesa davvero il cleantech nell’economia italiana?
- Qual è il ruolo delle start-up nella transizione sostenibile?
- In quali ambiti tecnologici si concentra l’innovazione?
- Perché le start-up italiane fanno più fatica a crescere rispetto ai competitor internazionali?
Gli autori hanno costruito un dataset originale: 485 start-up innovative italiane attive nella transizione ecologica, pari a circa il 4% dell’intero ecosistema delle start-up innovative nazionali. Il campione è composto per l’84% da start-up cleantech, per il 13% da realtà ibride (cleantech + blue economy) e per il 3% da start-up focalizzate esclusivamente sulla blue economy.
L’analisi mostra un ecosistema giovane, dinamico e altamente diversificato, distribuito lungo tutta la filiera della sostenibilità.
Dove si concentra l’innovazione
Il cluster più rilevante è quello dell’energia (30% delle start-up), con soluzioni che spaziano da idrogeno verde e rinnovabili avanzate a sistemi di accumulo innovativi. Seguono le tecnologie abilitanti digitali (27%), come AI e IoT, l’economia circolare e gestione delle risorse (18%), la mobilità sostenibile (9%), l’agritech (8%) e i materiali avanzati e chimica verde (7%).
Questa distribuzione ci dice che l’innovazione non è concentrata in pochi ambiti, ma diffusa trasversalmente, segno di un sistema che ha sviluppato competenze ampie e complementari.
I numeri macro rafforzano questa lettura. Negli ultimi anni, il settore dei beni e servizi ambientali ha registrato una crescita molto sostenuta e l’Italia si è consolidata come uno dei protagonisti europei: è oggi il secondo mercato UE per valore della produzione, con circa 215 miliardi di euro e una crescita significativa anche nel periodo più recente. Un dato che conferma la presenza di una base industriale già ampia e competitiva, su cui innestare l’innovazione delle start-up.
Anche la blue economy rappresenta un asset strategico di primo piano. La filiera italiana genera oltre 216 miliardi di euro di valore complessivo e occupa circa 1,1 milioni di persone, con una dinamica di crescita superiore alla media dell’economia nazionale. Numeri che collocano il mare e le tecnologie ad esso collegate tra i pilastri potenziali della transizione sostenibile del Paese.
Un limite da superare
Il punto critico emerge quando si passa dalla nascita delle imprese allo scale-up. La maggior parte delle start-up è ancora in fase iniziale: oltre il 40% ha fatturati inferiori a 100.000 euro, quasi il 40% ha meno di 5 addetti. Si tratta di un dato fisiologico per un ecosistema giovane, ma il confronto internazionale mostra un gap serio.
Rispetto a Francia e Germania, l’Italia mobilita meno capitale di rischio. Nel cleantech europeo, ad esempio, il Paese rappresenta circa il 4% dei deal, contro il 23% della Germania e il 18% della Francia. Il divario si amplia ulteriormente rispetto a Stati Uniti e Cina, perché negli USA la combinazione di venture capital abbondante e ampiezza del mercato interno accelera la crescita, mentre in Cina la scala industriale e politiche attive consentono di sviluppare intere filiere in tempi molto più brevi. Il risultato è che molte start-up italiane restano bloccate nella fase iniziale, senza riuscire a diventare player industriali.
Una finestra che si sta chiudendo
Questo limite è reso ancora più urgente dal fatto che la competizione globale si sta consolidando rapidamente. La Cina, ad esempio, controlla tra il 40% e il 95% della capacità produttiva mondiale in tecnologie green chiave come batterie e fotovoltaico. Chi non scala oggi rischia di restare fuori domani.
Manager e decisori pubblici dovrebbero quindi fare della crescita la priorità assoluta, articolando la propria azione attorno a quattro priorità strategiche indicate dalla ricerca.
- Aumentare la capacità di accesso ai fondi europei. L’Italia è ancora sottorappresentata nei programmi UE. Le nuove iniziative, come lo Scale-up Europe Fund da oltre un miliardo di euro. offrono opportunità rilevanti, ma richiedono competenze progettuali e strutture di supporto più solide.
- Mobilitare capitale per la crescita. Serve rafforzare il venture capital nelle fasi di scale-up e sviluppare il corporate venture capital. Le grandi imprese possono giocare un ruolo chiave, offrendo non solo finanziamenti ma anche accesso a infrastrutture e mercati.
- Costruire una strategia di internazionalizzazione. Le start-up italiane devono uscire dai confini nazionali. Programmi di soft-landing, attrazione di capitali esteri e networking internazionale sono essenziali per competere su scala globale.
- Investire in capitale umano e competenze. La transizione verde richiede nuove competenze: tecnologie pulite, economia circolare, gestione dei fondi, project financing. Senza talenti, l’innovazione non scala.
L’Italia ha una base industriale forte, un ecosistema imprenditoriale vivace e aree di eccellenza riconosciute, ma il tempo è una variabile critica. La finestra competitiva si sta restringendo e la partita, oggi, non si gioca più sulla capacità di innovare, ma sulla velocità con cui si riesce a trasformare l’innovazione in industria. E la finestra per farlo si sta restringendo.
Francesco Perrini, Manlio De Silvio e Stefano Pogutz. Il ruolo delle start-up nei settori del Cleantech e della Blue Economy in Italia.




