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Il conto di investimento agevolato è efficace quando è semplice

19 ottobre 2026/DiStefano Caselli Marta Zava
investimento

Per convincere le famiglie a investire nei mercati finanziari, la semplicità può essere più efficace di un trattamento fiscale generoso, secondo un confronto tra quattro savings and investments accounts (SIA), cioè conti di investimento agevolati europei.

I Piani individuali di risparmio italiani (PIR) garantiscono l’esenzione totale dalle imposte su rendimenti e successioni, ma sono utilizzati soltanto dall’1,5% degli adulti. L’ISK svedese, che applica ogni anno un’imposta forfettaria anche quando l’investimento perde valore, raggiunge invece il 52,3% della popolazione adulta. Tra i due estremi si collocano il PEA francese, con una diffusione del 13,4%, e l’ISA britannico, con il 39,2%, secondo una nostra ricerca condotta per Equita.

La differenza sembra dipendere dal modo in cui lo strumento entra nella vita del risparmiatore. I prodotti privi di vincoli temporali, facili da comprendere e da amministrare, capaci di accogliere un’ampia gamma di attività finanziarie, ottengono una diffusione maggiore di quelli costruiti anzitutto per indirizzare il capitale verso determinati settori o territori.

Molta liquidità e poche azioni

Le famiglie europee possiedono molta liquidità e relativamente poche azioni. Depositi e contante rappresentano il 31% delle loro attività finanziarie, contro il 14% negli Stati Uniti; le azioni, direttamente detenute o attraverso fondi, pesano invece per il 37%, contro il 47% statunitense.

Se, da una parte, l’investimento in azioni può dare rendimenti maggiori nel lungo periodo, dall’altra, una partecipazione azionaria ampia e stabile può ridurre il costo del capitale per le imprese, accrescere la profondità dei mercati e sostenere IPO, innovazione e investimenti di lungo periodo. Può inoltre limitare il ritiro prociclico dei capitali nelle fasi di crisi. È per questo che la Savings and Investments Union europea mira a rimuovere ostacoli quali la frammentazione normativa, la scarsa alfabetizzazione finanziaria, i costi e gli adempimenti fiscali, la limitata disponibilità di prodotti adatti e la diffusa avversione al rischio.

Prima di tutto, tuttavia, occorre capire perché i portafogli nazionali siano tanto diversi. Quanto dipendono dalla struttura dei sistemi pensionistici, dal trattamento fiscale, dalla storia dei mercati finanziari e dalla cultura del rischio? E quanto può incidere la configurazione concreta degli strumenti agevolati?

Quattro strumenti, ma due modelli

L’analisi mostra anzitutto quanto l’allocazione della ricchezza conservi un’impronta nazionale. In Italia la quota finanziaria del patrimonio delle famiglie è salita dal 35% del 2011 al 46,2% del 2023, ma la preferenza per la liquidità rimane strutturale: nel 2024 contante e depositi rappresentavano il 27,7% delle attività finanziarie, circa il doppio rispetto alla Svezia. Le azioni quotate detenute direttamente si fermavano invece al 3,7%.

Il Regno Unito presenta una distribuzione quasi equilibrata tra attività finanziarie e non finanziarie, grazie soprattutto a un sistema pensionistico che indirizza il risparmio dei lavoratori verso i mercati. In Francia prevalgono gli immobili e, tra gli investimenti finanziari, l’assurance-vie. La Svezia si distingue per una partecipazione azionaria elevata e stabile anche durante le crisi.

Il confronto tra i quattro strumenti agevolati fa emergere due modelli. PIR e PEA sono progettati principalmente per indirizzare il risparmio verso le imprese: prevedono cinque anni di detenzione e impongono di investire rispettivamente in Italia e nell’Unione europea o nello Spazio economico europeo. ISK e ISA sono invece costruiti attorno alle esigenze del risparmiatore: non hanno vincoli temporali né geografici e consentono una maggiore diversificazione.

I risultati riflettono questa differenza. L’ISA britannico, che esenta da imposte redditi e plusvalenze sui versamenti fino a 20.000 sterline l’anno, ha raggiunto un patrimonio di 726 miliardi di sterline. L’ISK svedese ha eliminato anche il calcolo delle plusvalenze: l’intermediario applica automaticamente un’imposta annuale al valore medio del conto. Privo di tetti ai versamenti e di obblighi dichiarativi, è utilizzato dal 52,3% degli adulti e raccoglie 176 miliardi di euro.

Il PIR si colloca all’estremo opposto. Pur offrendo il trattamento fiscale più generoso, raggiunge soltanto l’1,5% degli adulti e raccoglie circa 19 miliardi di euro. I vincoli di investimento, il rischio di concentrazione, le deludenti performance delle small cap italiane e la concorrenza di BTP e risparmio postale ne hanno frenato la diffusione.

Il confronto non dimostra da solo un rapporto causale, ma indica una relazione netta: semplicità, flessibilità e libertà di scelta si associano a una diffusione maggiore della sola generosità fiscale. È significativo che il 40% del patrimonio degli ISK sia comunque investito in titoli svedesi. In questo caso, il sostegno al mercato nazionale non deriva da un obbligo, ma dalla capacità dello strumento di coinvolgere un numero molto più ampio di risparmiatori.

Un suggerimento per l’Italia

Sulla base di queste evidenze, si può pensare, per l’Italia un “conto di investimento a tassazione forfettaria” ispirato all’ISK svedese. Il conto potrebbe accogliere azioni, obbligazioni, fondi ed ETF domiciliati o quotati nello Spazio economico europeo, senza imporre periodi minimi di detenzione o quote obbligatorie per categoria. L’intermediario calcolerebbe e tratterrebbe direttamente l’imposta, liberando il cliente dagli adempimenti dichiarativi.

Nella nostra ipotesi, il rendimento presunto sarebbe pari al tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali della BCE maggiorato di un punto percentuale. Con un tasso BCE del 3%, l’imposta corrisponderebbe all’1,2% del valore medio del portafoglio: 600 euro per un conto da 50.000 euro, indipendentemente dal risultato effettivo. Rispetto all’ordinaria aliquota italiana del 26%, il nuovo regime diventerebbe conveniente con rendimenti superiori a circa il 4,6%. Sarebbe particolarmente favorevole negli anni positivi, ma comporterebbe il pagamento dell’imposta anche in presenza di rendimenti nulli o negativi.

Un prodotto pensato esclusivamente per convogliare risorse verso le imprese rischia di non raggiungere una massa sufficiente. Se parte invece dai bisogni del risparmiatore (diversificazione, liquidità, trasparenza e facilità d’uso) può produrre indirettamente un impatto più forte sul mercato dei capitali.

La complessità è da equipararsi a un costo economico vero e proprio. Ridurre il numero di decisioni, automatizzare gli adempimenti, rendere comprensibile il trattamento fiscale e consentire di modificare il portafoglio senza perdere i benefici può incidere in modo decisivo sull’adozione.