

Gli investitori richiedono un compenso per il rischio che si accollano quando investono in azioni, ovvero il premio per il rischio. La letteratura finanziaria studia da tempo come guerre, tensioni geopolitiche e incertezza sulle politiche climatiche influenzino l’andamento dei mercati azionari.
Un’analisi di Corrado Botta, pubblicata su Economics Letters, mostra che questi rischi, considerati singolarmente, non contribuiscono in modo significativo a spiegare il premio per il rischio azionario. L’effetto emerge invece dalle loro interazioni e dal contesto finanziario in cui gli shock si verificano.
Il risultato descrive una caratteristica del contesto economico-finanziario attuale. Le crisi raramente si presentano isolate: una tensione geopolitica può influenzare i prezzi dell’energia, modificare il dibattito sulle politiche climatiche e riflettersi sulle condizioni finanziarie. Considerare ciascun rischio separatamente può quindi portare a sottostimare l’esposizione effettiva di imprese e mercati.
Geopolitica e incertezze climatiche
L’articolo analizza i rendimenti di 49 portafogli settoriali del mercato azionario statunitense, costruiti secondo la classificazione Fama-French, lungo 431 mesi, dal gennaio 1990 al gennaio 2026, per oltre 21.000 osservazioni complessive. La domanda di ricerca è se i rischi non finanziari contribuiscano a spiegare il rendimento azionario in eccesso rispetto al tasso privo di rischio, una volta tenuti sotto controllo i cinque fattori di Fama e French.
L’autore considera tre dimensioni. Le prime due sono non finanziarie: il rischio geopolitico, misurato con l’indice di Caldara e Iacoviello (2022), e l’incertezza sulle politiche climatiche, misurata con l’indice di Gavriilidis e coautori (2026). La terza dimensione riguarda le condizioni del sistema finanziario, misurate attraverso il National Financial Conditions Index della Federal Reserve di Chicago.
Nessuna delle tre variabili, presa individualmente, influenza in modo sostanziale il rendimento dei settori considerati. La conclusione si discosta dalla letteratura precedente, che documenta premi al rischio separati sia per il rischio geopolitico sia per il rischio carbonio.
Il quadro cambia quando vengono considerate tre interazioni: rischio geopolitico e incertezza climatica, incertezza climatica e tensioni finanziarie, rischio geopolitico e tensioni finanziarie.
- L’interazione tra rischio geopolitico e incertezza sulle politiche climatiche produce un effetto positivo sul premio per il rischio. Quando le due fonti di instabilità si presentano insieme, gli investitori richiedono un rendimento maggiore per detenere attività azionarie.
- Ancora più rilevante è l’interazione tra incertezza sulle politiche climatiche e tensioni finanziarie. Quando il sistema finanziario è già sotto pressione, un aumento dell’incertezza normativa sul clima deprime i rendimenti.
- Anche l’interazione tra rischio geopolitico e tensioni finanziarie incide sui rendimenti, ma con segno opposto. Quando le condizioni finanziarie sono già tese, uno shock di analoga intensità sul fronte geopolitico fa salire il rendimento richiesto dagli investitori.
L’entità del canale clima-finanza è particolarmente rilevante e, nei 17 settori classificati come esposti alla transizione climatica, tra cui petrolio, carbone, utility, chimica, siderurgia, estrattivo, trasporti, costruzioni e agricoltura, l’effetto è quasi quattro volte quello stimato per gli altri settori.
L’incertezza sulle politiche climatiche rappresenta quindi il principale punto di intersezione tra rischio geopolitico e rischio finanziario, nonché uno dei canali attraverso cui le diverse fonti di instabilità si propagano ai mercati azionari.
Attenzione al timing delle policy
Per investitori e gestori di portafoglio, la ricerca suggerisce che monitorare separatamente rischio geopolitico, rischio climatico e condizioni finanziarie può portare a sottostimare l’esposizione complessiva. Integrare le interazioni tra questi fattori nei modelli di valutazione può contribuire a stimare con maggiore precisione il rischio dei diversi settori e a costruire portafogli più resilienti.
Anche per i policy maker emergono indicazioni utili. Il costo dell’ambiguità regolatoria sul clima non è costante nel tempo, ma dipende dallo stato del sistema finanziario. Quando le condizioni finanziarie sono tese, un quadro regolatorio poco definito amplifica la vulnerabilità dei mercati e penalizza soprattutto i settori chiamati a sostenere gli investimenti della transizione.
Il momento in cui una misura viene annunciata e il grado di dettaglio con cui viene definita non sono quindi neutrali rispetto al suo impatto sui mercati.
La ricerca apre infine una linea di sviluppo: lo stesso approccio può essere esteso ad altre combinazioni di rischi, ad altri mercati e ad altre classi di attività. Più in generale, il lavoro suggerisce che la finanza debba adattare i propri strumenti analitici a un’economia nella quale le crisi non si susseguono soltanto, ma tendono a sovrapporsi e a rafforzarsi reciprocamente.
Corrado Botta, “Do non-financial risks compound? Evidence from U.S. industry returns.”
Economics Letters, Volume 268, 2026, 113158. DOI: https://doi.org/10.1016/j.econlet.2026.113158.

