

Nonostante una comprovata relazione tra buona governance e risultati, le imprese italiane si muovono in questa direzione solo quando costrette da situazioni di stress estremo. È questo il principale risultato emerso dall’Osservatorio Imprese 2025 del Corporate Governance Lab di SDA Bocconi con il supporto di Banca Generali e con PwC Italia in qualità di Partner Tecnico-Scientifico del Corporate Governance Lab.
L’Osservatorio analizza in modo sistematico la governance, la proprietà e le strutture di gruppo delle imprese italiane con fatturato superiore a 50 milioni di euro. L’oggetto di studio comprende quindi sia società quotate che non quotate, familiari e non familiari (incluse quelle a controllo statale, di coalizione o finanziario). L’obiettivo è monitorare l’evoluzione degli assetti proprietari e di governo e valutarne l’impatto sulle performance economiche, sulla capacità di innovazione, sull’internazionalizzazione e sui processi di crescita.
Tra il 2022 e il 2024 il numero di imprese nel perimetro è aumentato da 7.749 a 9.152, ma la crescita è dovuta soprattutto all’effetto inflattivo, che ha spinto molte medie imprese familiari a superare, anche di poco, la soglia nominale dei 50 milioni di fatturato senza un reale salto dimensionale.
Il passaggio da Amministratore Unico a Consiglio di Amministrazione (uno degli indicatori di buona governance), per esempio, avviene più per necessità che per visione strategica. La probabilità di adottare un CdA cresce sensibilmente con l’età media degli azionisti, segno che il cambiamento è spesso legato a un ricambio generazionale forzato o all’esigenza di riorganizzare la leadership. Anche il deterioramento della performance economica è un fattore scatenante: un EBITDA negativo aumenta la probabilità di istituire un CdA, a conferma che le imprese italiane rafforzano gli assetti di governo come misura d’emergenza e non come leva di prevenzione o di crescita.
L’Indice di Corporate Governance (CG Index), sviluppato dal Lab, misura la solidità degli assetti di governance su cinque parametri:
- presenza del CdA,
- leadership individuale,
- consiglieri outsider,
- separazione tra Presidente e AD,
- diversity (per genere, età e provenienza).
I dati, raccolti da Alessandro Minichilli, Daniela Montemerlo e Valentino D’Angelo, mostrano una correlazione diretta tra buona governance e performance: ogni punto aggiuntivo nell’indice è associato a un aumento del ROA e del ROE, a una maggiore probabilità di operazioni di M&A e di registrare brevetti, anche “green”, e di effettuare investimenti diretti esteri.
L’Osservatorio evidenzia anche l’invecchiamento dei nuovi consiglieri di amministrazione. Nel 2024, oltre il 40% dei nuovi ingressi nei CdA appartiene alla fascia di età 50–59 anni, mentre solo una quota marginale è composta da under 50. Inoltre, circa il 15% dei nuovi consiglieri ha più di 70 anni. Il dato evidenzia un rallentamento del ricambio generazionale: i vertici si rinnovano, ma continuano a essere occupati da figure esperte e consolidate, lasciando meno spazio ai profili più giovani.
Sul fronte della diversità di genere, l’Osservatorio rileva progressi, per quanto lenti e disomogenei. Le donne con ruoli di leadership (CEO o presidenti esecutive) rappresentano oggi circa il 22% del totale, in lieve crescita rispetto al passato ma ancora lontane dalla parità. Inoltre, nel 70% dei casi, queste leader operano in team di guida mista, affiancate da un amministratore delegato uomo, mentre solo una su tre guida l’impresa in modo autonomo. Anche questo dato è in lieve crescita, ma il suo valore assoluto segnala che la piena autonomia decisionale femminile nei vertici aziendali italiani resta un traguardo non ancora raggiunto.




