

Grazie ai primi risultati di un progetto di ricerca dell’Acquire Lab, laboratorio di ricerca co-diretto da Leonardo Etro e Matteo Vizzaccaro, la qualità del capitale umano entra a pieno titolo tra gli indicatori utili a stabilire il valore di un’impresa.
In uno studio realizzato in collaborazione con J. Hirsch e Deloitte, Rachele Anconetani, Jessica Baro, Federico Colantoni e Raffaele Turazzo utilizzano l’investimento in formazione di una società come primo indicatore della qualità del suo capitale umano e osservano che le aziende che destinano almeno l’1% dei ricavi alla formazione presentano un multiplo implicito Enterprise Value/Sales superiore del 9% rispetto alla media di settore. Il rapporto misura quanto vale l’azienda rispetto ai ricavi che genera.
Il fatto che l’investimento in formazione si associ a un valore strutturalmente più elevato suggerisce che il capitale umano, oltre ad agire sul clima interno o sulla reputazione, incide direttamente sulla qualità economica del business.
L’evidenza è particolarmente rilevante nel contesto italiano, caratterizzato da una produttività stagnante, da forti divari dimensionali tra imprese e da una crescita che, negli ultimi anni, è dipesa più dall’aumento dell’occupazione che da reali guadagni di efficienza. In questo scenario, il capitale umano emerge come una leva capace di spiegare perché alcune aziende, spesso lontane dai radar degli investitori, mostrano performance sistematicamente superiori.
Le persone e i driver economici
I modelli di valutazione più diffusi, dal Discounted Cash Flow ai multipli, faticano a incorporare in modo convincente i driver intangibili della creazione di valore. L’obiettivo della ricerca è ampliarne la capacità esplicativa e predittiva di questi modelli, estendendo l’analisi a dimensioni oggi marginali. Tra queste, il capitale umano occupa una posizione centrale. Pur essendo ampiamente riconosciuto nella letteratura manageriale e nella pratica organizzativa, resta spesso indistinto nei modelli economico-finanziari.
Da qui la domanda che guida il lavoro empirico: è possibile dimostrare, con dati osservabili e comparabili, che la qualità e lo sviluppo delle persone incidono sui driver economici e sulla valutazione d’impresa?
La risposta viene cercata attraverso un approccio pragmatico e incrementale. In questa prima fase, il capitale umano è misurato tramite gli investimenti in formazione, ma il ventaglio di variabili è destinato ad allargarsi. L’ipotesi di fondo è che una parte rilevante delle differenze in termini di crescita, redditività e resilienza prospettica trovi proprio qui una spiegazione sistematica.
Il ruolo della finanza strategica
Il disegno della ricerca combina analisi quantitative e qualitative su un campione ampio e costruito con criteri rigorosi. Il punto di partenza è un panel di società quotate dell’Eurostoxx 600, utilizzato per stimare la relazione tra multipli di mercato e fondamentali economici — crescita dell’occupazione, leva finanziaria, fiscalità ed EBIT margin. In questo modo, il multiplo viene “scomposto” nei fattori che ne determinano il valore.
La relazione stimata viene poi applicata a un vasto campione di società italiane non quotate, consentendo di ricostruire un multiplo EV/Sales implicito, cioè il valore che ciascuna impresa dovrebbe esprimere alla luce dei propri fondamentali, anche in assenza di un prezzo di mercato.
Su questa base vengono individuate le Hidden Gems: imprese che, nel periodo 2018–2023, presentano multipli impliciti sistematicamente superiori alla media del proprio settore. Il campione complessivo coinvolge circa 140 imprese, tra analisi dirette e indirette.
I ricercatori osservano che le aziende che investono almeno l’1% dei ricavi in formazione mostrano un EV/Sales implicito superiore del 9%, segnalando una maggiore capacità di trasformare i ricavi in valore. Quelle che indirizzano la formazione verso competenze digitali registrano un EBITDA margin più elevato di 1,5 punti percentuali e una crescita dei ricavi superiore di circa il 6%.
L’analisi qualitativa consente di dare profondità organizzativa a questi numeri. Nelle imprese ad alte performance emergono pratiche ricorrenti: engagement sostenuto da sistemi strutturati di comunicazione interna, investimenti continui in upskilling e academy interne, sistemi di valutazione delle performance collegati a percorsi di carriera espliciti e, in circa metà dei casi, forme evolute di welfare aziendale.
Gli Human-Centric Integrator
L’investimento nel capitale umano migliora il clima interno e rafforza i fondamentali economici. Rende l’impresa più attrattiva e ne aumenta la capacità di sostenere percorsi di crescita, inclusi quelli straordinari.
La ricerca suggerisce anche che non tutte le strategie di crescita sono equivalenti. I top performer sono le aziende che integrano sviluppo delle persone e operazioni di M&A: i cosiddetti Human-Centric Integrator. In questo gruppo, l’EBITDA margin risulta in media 1,6 volte superiore a quello di settore, indicando che la crescita per linee esterne genera valore solo quando è accompagnata da un investimento coerente nelle competenze e nella cultura organizzativa.
Dal punto di vista analitico, il lavoro è solo all’inizio. La fase successiva mira alla costruzione di un Human Capital Value Index, uno score composito in grado di integrare policy e processi organizzativi, cultura aziendale e predisposizione all’M&A, intesa come capacità di gestire l’integrazione post-deal senza distruggere valore. L’obiettivo è portare il capitale umano dentro i modelli di valutazione in modo sistematico, rendendolo comparabile e utilizzabile nelle decisioni di management e di allocazione del capitale.
Acquire Lab, Le nuove frontiere della creazione di valore aziendale: il ruolo del capitale umano e della finanza strategica.







