
Concessioni balneari: come attivare logiche di sviluppo locale “sostenibile”

Il carattere giuridico del dibattito sulle concessioni balneari fa dimenticare l’aspetto più importante della vicenda: la concessione balneare va ripensata da concessione d'uso del demanio a strumento di sviluppo locale. Il concessionario non dovrebbe comprare il diritto di mettere ombrelloni, ma impegnarsi a preservare l’ambiente, garantire la balneabilità in condizioni di sicurezza e produrre valore misurabile per il sistema, di lungo termine e sostenibile.
Per vent'anni il dibattito sulle concessioni balneari in Italia si è consumato quasi interamente sul terreno giuridico: la Direttiva Bolkestein, le proroghe, le sentenze della Corte di Giustizia europea, le procedure di infrazione. La scadenza fissata dal legislatore (gare da bandire entro il 30 giugno 2027, concessioni in essere fino al 30 settembre 2027) chiude finalmente una stagione di rinvii e ne apre una molto più interessante, in cui dobbiamo chiederci come usare questa transizione per generare valore sui territori.
Tre chiavi di lettura
Il demanio marittimo è un bene pubblico, la concessione non ne trasferisce la proprietà, ma ne consente un uso, e il diritto europeo impone gare, durata limitata e divieto di rinnovi automatici. Il confronto con Spagna, Portogallo, Croazia e Grecia mostra peraltro che l'Italia non è un caso isolato, e che ogni ordinamento ha cercato un proprio equilibrio tra concorrenza e continuità.
Ma una volta accettato che le gare si faranno, diventano centrali le dimensioni economica, di policy e identitaria.
- La dimensione economica riguarda la sostenibilità delle imprese e, soprattutto, il ricambio. Il settore conta circa 7.200 imprese registrate e oltre 15.000 concessioni a uso turistico-ricreativo, con un fatturato medio intorno ai 260mila euro e un valore aggiunto diretto stimato in 2,1 miliardi. È un comparto a forte conduzione familiare, con titolari concentrati nella fascia 40-64 anni e una scolarizzazione tecnica più che manageriale (un imprenditore su cinque è laureato, contro una media nazionale più alta). Questo profilo determina una vulnerabilità sistemica. Affrontare bandi complessi, costruire piani finanziari credibili e accedere al credito senza asset a garanzia richiede competenze che molte microimprese non possiedono. La transizione, se ben governata, può diventare l'occasione per stimolare ricambio intergenerazionale, ingresso di giovani e donne e un innalzamento delle competenze d'impresa. Ma se mal governata, produce solo espulsione.
- La dimensione di policy riguarda il turismo. Le concessioni non sono un capitolo a sé: sono parte della strategia turistica di un territorio. Destagionalizzazione, connessione tra costa ed entroterra, qualità e diversificazione dell'offerta, accessibilità intesa anche come inclusione: tutto questo si decide, o viene tralasciato, nel disegno dei bandi. Rimini ha, per esempio, scelto di leggere la riforma delle concessioni entro un disegno più ampio di riforma del proprio modello turistico.
- La dimensione identitaria è la più delicata e il vero punto di tensione: il sottile confine tra attrazione di capitali e salvaguardia dell'identità imprenditoriale locale. Se da un lato è auspicabile che il gettito generato dal sistema concessorio sia correlato al giro d’affari dei concessionari, dall’altro è bene richiamare la valorizzazione delle caratteristiche turistiche e imprenditoriali locali.
Attrarre capitali senza snaturare i territori
I capitali stanno già arrivando e non dopo le gare, ma prima e a prescindere da esse. Forte dei Marmi è l’esempio più evidente: una quota rilevante degli stabilimenti è passata di proprietà negli ultimi anni, acquisita da fondi e investitori internazionali da gestori storici.
Ma la lettura non può essere ideologica. I grandi capitali portano investimenti, riqualificazione, capacità di destagionalizzare e di posizionare l'offerta verso l'alto. Sono un fattore positivo, soprattutto per gli asset premium e le aree degradate o in disuso, dove il privato familiare non arriva. Altrove, il rischio di finanziarizzazione delle concessioni non è marginale e in alcune aree può portare con sé il rischio di gentrificazione dell'arenile, espulsione della classe media e omologazione dell'offerta verso il lusso.
La risposta dovrebbe essere differenziare e accompagnare. La suddivisione dell'arenile in lotti omogenei potrebbe essere lo strumento chiave. In alcune zone il criterio dominante può legittimamente essere la massimizzazione del canone e degli investimenti. In altre zone i criteri devono essere diversi: accessibilità economica, inclusione, presidio di tratti di spiaggia libera, collaborazione con il terzo settore, con le scuole. È la logica del value-based , per cui il valore pubblico da perseguire non è uno solo e cambia da contesto a contesto.
Ed è anche la ragione per cui i canoni vanno diversificati in funzione del tipo di investimento richiesto. Un investimento commerciale, che genera flusso di cassa, giustifica un canone più alto; un investimento ambientale o sociale, che non lo genera, no. Inoltre, i canoni potrebbero essere strutturati in componente fissa e variabile. Infine, gli investimenti da stimolare (e premiare in gara) non dovrebbero essere solo di tipo finanziario, poiché questi richiedono un accesso al credito che per le microimprese è impossibile, ma anche di tipo immateriale, per esempio attraverso collaborazioni e servizi.
I nodi operativi: criteri, ristori e il caso dell'abbattimento
Il cuore tecnico della transizione sono i criteri di aggiudicazione e il monitoraggio. La gara avviene con l'offerta economicamente più vantaggiosa (componente tecnica e componente economica), ma la prassi che fa pesare la parte tecnica dell’offerta per il 70-80% del punteggio funziona solo se le commissioni saranno effettivamente in grado di discriminare sulla qualità. Il rischio concreto è che il canone sia di fatto dirimente perché la componente tecnica si appiattisce su standardizzazioni che premiano tutti allo stesso modo o favoriscono chi fa più investimenti, che richiedono capitali e/o accesso al credito.
Servono quindi indicatori espliciti e verificabili, come quelli esaminati nell’articolo di Tomasi et al., “ Sei dimensioni per valutare le performance nelle concessioni balnear i ” ( Economia & Management , n. 1 2026). E servono commissioni giudicatrici poliedriche, capaci di leggere un'offerta tecnica con competenze diversificate e non solo tecnico-amministrative.
Tema connesso e spinoso è quello dei ristori all'operatore uscente: la sorte delle opere, gli obblighi di ripristino, l'indennizzo per gli investimenti non ammortizzati. È qui che si gioca l'equità della transizione e la sua tenuta sul piano del contenzioso. È auspicabile molta ragionevolezza su questo punto, specialmente a questo “primo giro di competizione”.
Una questione emblematica è l'abbattimento dell'esistente. Il Comune di Rimini ha deliberato in favore della rimozione integrale delle strutture, in coerenza con un disegno di rigenerazione complessiva del waterfront e del modello turistico cittadino. È una scelta coraggiosa e dotata di una sua logica strategica. Merita però una riflessione critica, perché l'abbattimento generalizzato comporta uno spreco di risorse non trascurabile, costi di demolizione rilevanti e un evidente problema di circolarità. Non tutto l'esistente è obsoleto; parte di quel patrimonio edilizio potrebbe essere riqualificato anziché raso al suolo. La soluzione drastica può essere giustificata da una visione, ma andrebbe calibrata: distinguere ciò che ha senso demolire da ciò che conviene rigenerare è esso stesso un criterio di sostenibilità ambientale ed economica.
Una transizione da accompagnare
Se, tra le finalità delle concessioni, c’è la produzione di valore misurabile per il sistema, il settore pubblico deve fare la sua parte su due fronti. Da un lato, Regioni (e Governo) potrebbero attivare linee di garanzia e finanza agevolata dedicate, perché senza strumenti finanziari tarati sulle specificità di queste imprese (stagionalità del cash flow, assenza di asset, incertezza concessoria) l'abbassamento delle barriere all'ingresso resta teorico e il ricambio non avviene. I fondi comunitari che già esistono per sostenere l’accesso al credito, l’impresa femminile e gli investimenti materiali e immateriali (in competenze) potrebbero essere facilmente riorientati con misure ad hoc pensate proprio per accompagnare questa transizione.
Dall'altro, i Comuni devono investire in strategia prima ancora che in procedura: la fase di programmazione partecipata (chiedersi quali valori pubblici si vogliono perseguire, coinvolgere residenti, turisti e operatori) non è un orpello, ma la precondizione perché i punteggi di gara riflettano davvero una visione e non un automatismo. Serve un bilanciamento: attrazione di capitali soprattutto laddove è necessario riqualificare e spingere la transizione; stimolare la microimpresa locale a diventare più robusta e competitiva con il ricambio generazionale e le competenze. I prossimi mesi saranno decisivi per ricostruire un contesto di fiducia e collaborazione, necessari per avviare questo processo di transizione. Altrimenti, il rischio che tutto si trasformi in cause, i cui esiti sono già scritti, è molto alto.
Definire più bandi, per ambiti, con criteri diversificati potrebbe essere la risposta per contemperare libera concorrenza e identità locale; grandi capitali e microimprese; innovazione e tradizione. E poi il tempo, il mercato e la corretta regolazione scriveranno il prossimo capitolo di storia del litorale italiano.
L’articolo è frutto delle riflessioni emerse da un incontro organizzato da SDA Bocconi che ha messo allo stesso tavolo chi le concessioni le deve regolare ( Marco Penna del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti), chi le deve bandire (il Comune di Rimini con Catia Caprili e Fabio Cassanelli e il Comune di Santa Margherita Ligure con il sindaco Guglielmo Caversazio , tra i primi ad aver pubblicato i bandi) e chi le vive come impresa ( Roberto Santini del Bagno Piero di Forte dei Marmi, attività di famiglia dal 1933). Una composizione non casuale, perché il punto emerso con più forza è proprio questo: il tema dei balneari non si risolve da un solo punto di vista.
I temi di questo articolo sono affrontati nei programmi di formazione Partnership pubblico-privato per investimenti e servizi e PPP per investimenti e servizi pubblici .



