
Capire il factoring per regolarlo senza penalizzare la crescita delle imprese

Nel 2024 il factoring in Italia ha generato quasi 300 miliardi di euro di turnover (il flusso annuo di crediti ceduti), pari al 13% del PIL. E senza factoring, il sistema produttivo perderebbe tra il 3% e il 4% del PIL, fino a 78 miliardi di valore aggiunto. Il factoring è, perciò, una vera infrastruttura della liquidità, capace di sostenere oltre 200 miliardi di euro di capitale circolante ogni anno.
La ricerca Valore, competitività e rischio del factoring. Il ruolo della regolamentazione, condotta per Assifact, dimostra che il factoring, oltre ad essere un’alternativa al credito bancario, è anche un meccanismo strutturale di stabilizzazione delle filiere, particolarmente cruciale per le PMI e per le imprese fornitrici della Pubblica Amministrazione. E mette in luce un punto critico: l’attuale quadro regolamentare europeo rischia di sovrastimarne il rischio, comprimendone la capacità di sostenere l’economia reale.
Le funzioni del factoring
Il factoring è spesso percepito come una tecnica di smobilizzo crediti. In realtà, combina finanziamento del capitale circolante, gestione professionale del credito e, nel caso del pro soluto (in cui il rischio di insolvenza rimane in capo al factor), copertura del rischio. In un Paese come l’Italia, dove il credito commerciale rappresenta una quota rilevantissima delle passività correnti delle imprese e i tempi di pagamento sono ancora lunghi (oltre 80 giorni nel B2B e oltre 120 giorni verso la PA), il tema diventa sistemico.
La letteratura riconosce al factoring un ruolo importante per facilitare l’accesso al credito delle PMI in presenza di razionamento bancario; sostenere l’internazionalizzazione; ridurre le asimmetrie informative lungo la filiera e fungere da ammortizzatore nelle fasi di crisi. La ricerca per Assifact arriva a una misurazione integrata del suo impatto macroeconomico e, soprattutto, una valutazione critica della coerenza tra rischio effettivo del settore e trattamento regolamentare europeo.
Le domande alla base dello studio sono quindi tre:
- Quanto valore economico e quanta liquidità genera realmente il factoring per il sistema produttivo italiano?
- Il profilo di rischio del settore è coerente con la sua rappresentazione regolamentare?
- L’attuale quadro prudenziale europeo favorisce o ostacola lo sviluppo di uno strumento che si dimostra anticiclico e resiliente?
Ossigeno per 32.000 imprese
La ricerca, condotta da un gruppo di docenti e ricercatori di SDA Bocconi, integra analisi teorica, dati di mercato, confronto internazionale e simulazioni quantitative.
Nel 2024, il mercato mondiale del factoring ha raggiunto 3.900 miliardi di euro di turnover, il 67% in Europa. L’Italia si colloca al quarto posto in Europa con 298,5 miliardi di euro, pari a circa il 13% del PIL italiano. Le imprese cedenti sono state 32.431, il 42% delle quali con fatturato sotto i 10 milioni di euro.
Il settore genera oltre 200 miliardi di euro di liquidità all’anno. Attraverso una simulazione controfattuale, i ricercatori stimano che, in assenza di factoring:
- Resterebbero scoperti tra 20 e 30 miliardi di euro di fabbisogno finanziario immediato.
- Il capitale circolante netto delle imprese aumenterebbe di 35–42 miliardi.
- La perdita di valore aggiunto sarebbe compresa tra 64 e 78 miliardi, pari al 3–4% del PIL.
Profilo di rischio e regolamentazione
L’analisi comparativa 2015–2024 mostra che il factoring presenta un ROE medio più elevato e più stabile rispetto al sistema bancario; un cost-income ratio strutturalmente inferiore e una quota di crediti deteriorati significativamente più bassa e meno volatile.
Nel 2024 quasi il 98% dei crediti risultava in bonis. Inoltre, l’81% del turnover è pro soluto, quindi con assorbimento del rischio da parte del factor.
Il settore dimostra quindi un profilo di rischio strutturalmente contenuto e una resilienza anticiclica, confermata durante la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia.
Il nodo critico emerge sul fronte della definizione di default applicata alle esposizioni verso la Pubblica Amministrazione. La soglia automatica dei 180 giorni comporta che ritardi tecnico-amministrativi vengano classificati come deterioramento del credito. Ne derivano un aumento artificiale degli attivi ponderati per il rischio; un maggiore assorbimento di capitale e una perdita stimata di capacità di credito pari a circa 2 miliardi di euro.
Si tratta di un disallineamento tra rischio economico effettivo e rischio regolamentare, che penalizza in particolare i portafogli verso la PA, dove il rischio di insolvenza è strutturalmente bassissimo, ma i ritardi sono frequenti per ragioni procedurali.
Regole e specificità
I risultati della ricerca pongono un tema di proporzionalità regolamentare. Assimilare il factoring al credito bancario tradizionale, senza riconoscerne le specificità operative e il diverso profilo di rischio, potrebbe comprimere un’infrastruttura cruciale per la liquidità delle filiere, ridurre la capacità di finanziamento di imprese già esposte a ritardi strutturali e generare costi macroeconomici non giustificati in termini di stabilità.
In un’Europa in cerca di semplificazione e competitività, la regolazione del factoring può essere un fattore abilitante o un freno. I numeri mostrano che, quando funziona, il factoring finanzia crediti, crescita, stabilità e PIL.
Paola Schwizer, Filippo Annunziata, Gennaro De Novellis, con la collaborazione di Thomaz Braga de Arruda, Marcello Degni, Francesco Bianchi. Valore, competitività e rischio del factoring. Il ruolo della regolamentazione.
Le conclusioni dello studio sono alla base di un Response to Consultation on “Draft guidelines amending Guidelines on the application of the definition of default under Article 178 of Regulation (EU) No 575/2013”, redatto dai tre autori e Giampaolo Gabbi a seguito di una richiesta della European Banking Authority.



