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Il Meglio del Piccolo

La Great Resignation buona e quella cattiva

24 ottobre 2022/DiMarina Puricelli
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“Great Resignation” è un tema ripreso dalla stampa italiana per descrivere un fenomeno, partito dall’America, legato ad un significativo aumento del numero di dimissioni nelle imprese statunitensi a valle del periodo della pandemia. Anche nel nostro Paese il livello di uscite volontarie, in prevalenza tra i giovani, stando alle statistiche sta crescendo in modo significativo negli ultimi due anni. Ma cosa c’è dietro al di là normali e fisiologici spostamenti da un’azienda all’altra? E, soprattutto, vanno sempre considerati in modo negativo?

Ci sono a mio avviso dimissioni buone e cattive. Sbagliato e pericoloso fare di tutta un’erba un fascio e cercare superficialmente il colpevole.

Le uscite volontarie sane sono quelle che da sempre hanno caratterizzato il nostro modello di sviluppo economico fatto, per nostra grandissima fortuna, da imprenditorialità diffusa. E’ stato così dagli anni ’60 in avanti: quante storie di successo sono nate da giovani operai, tecnici o venditori che spinti dalla loro voglia di autonomia, stanchi e insofferenti a restare “sotto padrone”, avendo imparato a sufficienza il mestiere, si mettevano in proprio e partivano magari proprio come terzisti dell’azienda che avevano lasciato. Nelle epopee della nascita di molte realtà dei distretti italiani si ritrovano di frequente casi di questo tipo.

E oggi? In chiave contemporanea accade una cosa analoga. Può succedere che un giovane laureato, dopo qualche anno di lavoro, stufo di fare presentazioni in power point commissionate senza motivo all’ultimo minuto da un capo che non c’è, per giunta dopo l’esperienza alienante del lavoro da remoto, chiuso in piccoli spazi metropolitani, decide di fare qualcosa in proprio. Sceglie di avviare una impresa per potersela giocare secondo i propri tempi, interessi e passioni rinunciando ad uno stipendio che non è quasi mai invidiabile. Cosi nascono nuove aziende ed evviva allora, in questi casi, la Great Resignation. Vuol dire che la nostra tradizione imprenditoriale italiana, ovviamente rivisitata e corretta in termini moderni, va avanti con giovani coraggiosi che hanno ancora idee e lo slancio per realizzarle.

Le dimissioni brutte e nocive sono invece quelle di chi, tendenzialmente under 40, spesso senza vincoli di prole e di mutui da pagare, lascia volontariamente l’azienda perché, stanco e stressato da un lavoro non super remunerato, trova più comodo vivere in famiglia sussidiato dai propri genitori se non dai nonni e/o dallo Stato. Scatta in questi casi il conteggio dei costi e dei ricavi e si arriva a scoprire conveniente nel breve periodo - chi non lo farebbe - la combinazione casa e indennità per la disoccupazione o reddito di cittadinanza, con la possibilità di qualche integrazione monetaria non ufficiale. Chiaro che, se le aziende fossero tutte in grado di offrire ambienti di lavoro eccellenti, contenuti delle mansioni sempre piacevoli e stimolanti nonché retribuzioni elevate, questa alternativa risulterebbe molto meno seducente. Giusto quindi sensibilizzare e chiedere alle imprese di essere sempre più attente nella gestione del personale e nel riconoscimento economico dei dipendenti soprattutto dopo un periodo pesante come quello che abbiamo vissuto ma bisogna anche, dall’altra parte, per reciprocità, invocare un cambiamento di mentalità ai dimissionari di questo secondo tipo e a chi di fatto li sostiene. Non è solo un problema di fanoneria come semplificando si potrebbe pensare. Occorre contrastare la resa facile e togliere un po’ dalla testa l’ideale (inesistente) di un posto di lavoro perfetto. Meglio coltivare la tenacia nella ricerca di altre alternative di occupazione e promuovere una più chiara consapevolezza di sé, del proprio valore e dei propri limiti per trovare un luogo accettabile ma reale dove, nel tempo, mettere a frutto i propri talenti.

Chiedere miglioramenti alle aziende per essere più attrattive è doveroso così come non sottostare a trattamenti iniqui ma lo è altrettanto rieducare le persone, dopo gli anni del blocco e della paura. Bisogna diffondere la cultura della realismo, della progettualità e dell’iniziativa per tornare a camminare da soli senza quelle stampelle che appaiono convenienti nel breve ma indeboliscono nel lungo. Magari, sono di parte, nobilitare l'universo delle piccole imprese come modello di intrapredenza e come luoghi di lavoro in cui, mediamente, si sta bene perchè le persone, le relazioni tra loro e le loro storie contano di più dei processi e delle procedure.