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“Sono nato quaranta anni fa in un piccolissimo villaggio in Albania: poche case in mezzo alle colline. Il nostro abitato si poteva raggiungere solo attraverso una strada sterrata piuttosto impervia, percorribile unicamente da trattori e fuoristrada. Tre quarti degli abitanti portavano lo stesso mio cognome: in pratica eravamo tutti “cugini”. Lì, al mio paesino, ho potuto fare solo l’asilo e le elementari. Le scuole medie erano altrove. Si partiva in gruppo, circa una ventina di ragazzini, e insieme si camminava per quaranta minuti ogni mattina per raggiungere l’istituto. Ci toccava persino guadare un fiume e, quando era in piena, eravamo obbligati a tornare a casa. Ogni imprevisto diventava occasione di divertimento: avevamo un’avventura al giorno. Al villaggio vivevamo dei prodotti della terra: la nostra era veramente un’economia di sussistenza, compravamo solo zucchero e olio, non c’erano negozi per fare la spesa. Nel 1996, i miei genitori decisero di trasferirsi in città, a Durazzo. Le risorse del piccolo villaggio - questo era il pensiero di mio padre - non sarebbero nel tempo state sufficienti per tutti, men che meno alla nostra famiglia che contava ben quattro figli maschi. A 16 anni iniziai a lavorare da solo come ambulante vendendo semi di girasole tostati nei mercati della città. Giravo tutto il giorno in bicicletta e me la cavavo bene ma già sapevo che quello non sarebbe stato l’impiego della vita. I miei tre fratelli, tutti più grandi di me, nel frattempo, erano emigrati in Grecia per trovare lavoro. Il clima di instabilità politica e di crisi che caratterizzava l’Albania nel periodo del crollo del regime comunista non ci dava nessuna certezza. Decisi di raggiungerli e tentare, da clandestino, di varcare il confine. Il viaggio durava cinque giorni, cinque giorni di cammino dormendo all’addiaccio nei boschi. Non avevamo cellulari e navigatori, solo uno zaino con qualche indumento per la notte e un poco di cibo. Usavamo come riferimento per arrivare a destinazione i tralicci della corrente stando molto attenti a non seguirli troppo da vicino. Quelle zone erano ben presidiate dai militari a “caccia” di clandestini che se catturati, prima ancora di essere rispediti in Albania, venivano malmenati senza alcuno sconto. Per ben tre volte, in un paio d’anni, ho fatto questo tragitto. Sono tornato indietro solo una volta, costretto a desistere per via di una copiosa nevicata. In quell’occasione me la sono vista brutta. Ho rischiato di morire assiderato, non avendo calcolato la fatica di camminare nella bufera di neve senza la minima attrezzatura per farlo. Arrivati in Grecia dopo tutte quelle fatiche, noi clandestini prendevamo qualsiasi lavoro ci venisse proposto. Per mia fortuna avevo un profilo talmente basso - ero privo di documenti, non conoscevo la lingua, non avevo la patente di guida - da non suscitare l’interesse di chi poteva proporre guadagni facili con attività illegali. Lavoravo nei campi durante la stagione estiva per raccogliere frutta e verdura. In uno dei trasferimenti mi è capitata una disavventura che mi ha fatto decidere di cambiare vita. Avevamo preso accordi con degli “autisti” che ci avrebbero alleviato l’ultima parte del viaggio venendoci a prendere in auto. Ci avevano promesso un passaggio per risparmiarci due giorni di cammino ma purtroppo non tennero fede all’impegno preso. Senza esserci organizzati con i viveri fummo costretti a proseguire il cammino per tre giorni e tre notti senza mangiare. Alla fine riuscii ad arrivare a casa di mio fratello. Ero stremato. Fu allora che pensai che quella non era vita e non poteva rappresentare il mio futuro. Al rientro in Albania, non avendo trovato, nei tre anni di clandestinità in Grecia, una sistemazione, pensai di andarmene da un lontano parente che stava a Foggia.

Decisi di partire, come molti miei coetanei di allora, alla volta dell’Italia. Iniziai a cercare il modo per lasciare la mia terra. Mi organizzai per fare la traversata via mare da Valona a Lecce. Si pagava ovviamente in anticipo e molti dei migranti come me facevano debiti per procurarsi la somma richiesta. Partii su un gommone timonato da scafisti senza scrupoli armati fino ai denti. Era il 15 di marzo del 2001. Eravamo più di quaranta stipati e spaventati su quel natante di soli nove metri che, per l’eccessivo carico, sfiorava la superficie dell’acqua. Ci lasciarono di sera a qualche metro dalla riva. Dormimmo infradiciati in spiaggia e solo la mattina dopo fummo prelevati da “taxisti” che avrebbero dovuto portarci alla stazione dei treni più vicina. Purtroppo fummo intercettati da una volante della polizia, ci fu un inseguimento e venimmo obbligati ad abbandonare d’improvviso la macchina e a nasconderci nella macchia.

Nel trambusto della fuga persi pure le scarpe. Il mio arrivo in Italia fu così: a piedi scalzi verso il primo abitato per chiamare casa con gli unici pochi euro disponibili per avvisare i miei genitori che ero ancora vivo. Dalla stazione di Lecce presi il primo treno diretto a Foggia. Il viaggio da Lecce fu un vero incubo: i controllori ci facevano scendere di continuo trovandoci senza biglietti e senza documenti.  Ci mettemmo un’infinità di ore fino a quando un compaesano albanese ci offrì la tratta. Arrivai a Foggia e iniziai a lavorare nei campi. Stetti lì per nove mesi ma la mia vita non era per a migliorata rispetto al passato: le condizioni di lavoro non erano granché diverse da quelle che avevo lasciato in Albania o in Grecia. Se possibile anche peggiori. Non c’era rispetto per noi migranti, nessuna tutela, sottopagati, ammassati a dormire dentro i magazzini in aperta campagna. Non c’erano servizi igienici e le cassette di plastica usate per il raccolto, impilate una sull’altra, facevano da muri delle nostre camerate.

L’Italia vissuta così era talmente lontana dal sogno raccontato al mio paese da farmi pensare di spostarmi ancora e giocare il mio futuro in Inghilterra. Proprio mentre iniziavo a studiare il modo di oltrepassare la Manica, mio padre, che conosceva il mio disagio, mi fece sapere che un nostro cugino residente a Como, era disposto ad ospitarmi ed offrirmi un posto di lavoro come manovale in un cantiere. Decisi di provare. Arrivai in città e la prima impressione fu estremamente positiva. Il lago, le colline, gli edifici d’epoca: l’incanto italiano si tramutava in realtà. Iniziai come bracciante senza conoscere la lingua. Mi segnavo mano a mano su un taccuino le parole utili per il lavoro quotidiano: badile, cemento, malta, betoniera…. Mi piaceva moltissimo costruire qualcosa con le mie mani. Nel giro di tre anni da manovale diventai muratore. Nel 2003, finalmente, riuscii a ottenere la residenza a fronte di un contratto di lavoro regolare. Più che mai rispetto al passato, in quel momento la legalità era tutto per me: avevo un bisogno enorme di sicurezza ed ero disposto a qualsiasi sacrificio per soddisfarlo. Fui pronto, per esempio, a lasciare un ottimo impiego perché il titolare temporeggiava nella formalizzazione del mio contratto. Ottenuto un buon lavoro per mantenermi e conquistata la regolarità, mi iniziava a mancare la famiglia. Quello era il nuovo vuoto da colmare. Mi ricordavo che, negli anni in cui i miei fratelli maggiori erano emigrati in Grecia, i miei genitori sognavano di poter essere degli uccelli, di avere delle ali per volare e vedere, anche solo per pochi istanti, i loro figli. Riuscii a dimostrare che li mantenevo e, nel rispetto delle leggi italiane, ottenni il ricongiungimento familiare. Successivamente decisi di portare in Italia anche i miei fratelli. Ero diventato capo-cantiere, il lavoro mi piace moltissimo e non mi stancava, mi ero sistemato abbastanza bene e desideravo che anche loro potessero avere le mie stesse soddisfazioni. Tutte le mie energie erano indirizzate a creare le condizioni per dare ai miei fratelli l’opportunità di una vita migliore. Sentii il commercialista, che allora seguiva l’azienda di cui ero dipendente, per capire come fare. Era il 2005 e ormai avevo scelto l’Italia come mia seconda patria".

Ora un quesito. Secondo voi, con un passato così, quale strada ha intrapreso questo signore? Chi è diventato da allora? Che mestiere fa oggi?