

Qual è lo stato di salute delle PMI italiane? Vi riporto nel seguito le mie risposte ad un’intervista su questo tema che toccano le questioni centrali del nostro capitalismo familiare di piccole dimensioni.
«Premetto che ho la fortuna di confrontarmi con imprenditori che hanno la sensibilità di venire in Bocconi a imparare pur essendo adulti e che quindi, probabilmente, rappresentano la punta più avanzata delle PMI. Da questo mio “osservatorio” privilegiato vedo imprese mediamente forti, che hanno soprattutto problemi di crescita e non necessità di ristrutturarsi e di tagliare posti di lavoro. Al di là delle mie impressioni, è doveroso avere anche un riscontro oggettivo. Su questo tema, i dati forniti dall’economista Marco Fortis della Fondazione Edison dicono di un’Italia che ha performato in modo eccellente nel quadriennio 2020-23: 5a al mondo per il saldo commerciale e 6a per numero di robot operativi presenti nelle aziende. Al punto che c’è stato un incremento del Pil pro capite del 4,9% rispetto al 2019 e solo gli Stati Uniti hanno fatto meglio di noi tra i Paesi del G7. Risultati che sono frutto indubbiamente del modello delle piccole imprese familiari italiane così diffuso nella nostra economia ma altrettanto criticato. Il modello non ha mostrato negli ultimi anni segni di crisi, anzi!».
Questo non significa che le PMI non abbiano problematiche da affrontare. Una di queste è il passaggio generazionale.
«Si tratta di un tema cruciale, soprattutto culturale e sociologico più che economico».
In che senso?
«Innanzitutto stiamo diventando un paese di anziani, si fanno meno figli e in prospettiva ci saranno sempre meno giovani successori. Questi pochi giovani, di frequente, seguono percorsi scolastici sempre più internazionalizzati. Vanno all’estero a formarsi e poi, con quella preparazione tipica da multinazionale, spesso trovano impieghi in altre nazioni in settori molto distanti da quelli tipici della manifattura italiana. Riportare in Italia, nell’impresa di famiglia, questi ragazzi, è un’operazione non facile. Non la conoscono e la percepiscono come superata, vecchia e obsoleta quando magari, nella sua nicchia produttiva pur tradizionale, è un piccolo gioiello. Così l’azienda di famiglia rischia la continuità per mancanza di successori disponibili che sono all’estero a lavorare nelle grandi banche o nei colossi della consulenza».
Meglio tenerli in Italia?
«Dico solo che bisogna essere consapevoli e non seguire in modo acritico le mode del momento: occorre sapere che la formazione universitaria di stampo internazionale non prepara, se non in minima parte, alla gestione delle specificità di una piccola impresa. Allontana invece di avvicinare. Pensi che tra le prime venti università italiane di Economia solo tre hanno corsi rivolti alle PMI…e siamo nel Paese che deve la maggior parte del suo benessere al capitalismo pulviscolare».
Oltre ad esserci problemi sul versante della successione imprenditoriale, si fa difficoltà pure a trovare le professionalità necessarie da inserire in produzione.
«Anche qui c’è il tema demografico che pesa oltre ad una forte responsabilità delle famiglie. Abbiamo in Italia un benessere, per fortuna, ancora mediamente diffuso. I genitori appartenenti al ceto medio, negli ultimi venti anni, non hanno incentivato i loro figli al lavoro nelle piccole imprese artigianali. Le scuole tecniche o professionali sono viste come “l’ultima spiaggia” e i licei soprattutto quelli “leggeri”, depotenziati delle materie più ostiche come il latino e la matematica, vanno per la maggiore. Seguono poi, naturalmente, lauree triennali se non addirittura quinquennali su temi la cui profondità dovrebbe lasciare dubbiosi ma che portano invece i genitori poter dire di avere dei figli dottori e dunque geniali. Mandare questi giovani virgulti in fabbrica a fare un lavoro concreto per diventare nel tempo degli specialisti molto ricercati sembra essere l’ultima cosa che si vuole fare… Così ci troviamo con una percentuale molto alta di studenti che sono parcheggiati tra università e sedicenti corsi master, in cerca della perfezione lavorativa che credono coerente con i loro altisonanti titoli di studio».
Dalle aziende cosa le dicono?
«Gli imprenditori mi raccontano di colloqui di lavoro piuttosto imbarazzanti. Abbiamo sempre più giovani che non sanno quello che vogliono, al limite del pretenzioso. Sempre più spesso è il candidato che rifiuta le proposte di lavoro: gli orari e gli straordinari non vanno bene, non c’è lo smart working, la sede non è abbastanza comoda.… Insomma, non manca il lavoro, ma mancano i lavoratori specializzati per le industrie del made in Italy; professionalità ricercate che oggi possono avere stipendi importanti».
E quando trovi queste professionalità è pure difficile tenerle in azienda.
«Sì, ormai c’è una concorrenza non solo sui prodotti che si realizzano, ma sulle persone. Gli imprenditori devono entrare nell’ottica di investire molto sui loro dipendenti: vuol dire offrire molta formazione, sistemi di welfare che funzionino, ambienti di lavoro accoglienti, possibilità di crescita professionale, attività appaganti per dare un senso alla propria vita, altrimenti il rischio di perdere i migliori diventa alto. Vedo che gli imprenditori che non hanno grandi difficoltà col personale sono quelli che più di altri sanno curare questi aspetti, tanto quanto la qualità dei loro prodotti. Il che vuol dire fare molti colloqui di selezione, fare percorsi di inserimento e di accompagnamento, essere generosi nelle retribuzioni, riconoscendo il merito, essere capaci di affidare ai dipendenti progetti sfidanti, lavori importanti, delegando loro la responsabilità. Alcuni arrivano persino a trasferire delle quote societarie ai dipendenti più meritevoli pur di coinvolgerli al massimo».
In questo senso ci sono problemi di parità di genere?
«E’ un problema che non vedo più da tempo. I miei corsi sono seguiti da donne e uomini allo stesso modo e ho incontrato molte giovani imprenditrici che hanno successo in settori considerati maschili, dai bulloni ai camion. E i papà ne sono felici. E’ una questione di intelligenza non di genere. Là dove il padre imprenditore vede che la figlia è più brava del figlio a gestire la sua azienda, se non è stupido, non ha problemi ad affidargliela».
Visti i dati che mi ha elencato, non credo che le nostre PMI abbiano problemi di internazionalizzazione.
«Il dato dimensionale di piccola impresa visto come limite all’internazionalizzazione è uno stereotipo completamente superato. Non è vero che se sei piccolo non puoi internazionalizzarti. Dipende dalla testa e dalla determinazione dell’imprenditore a varcare i confini nazionali. E sono proprio quei dati sul saldo commerciale a cui abbiamo accennato all’inizio che lo dicono: le nostre PMI hanno una vocazione all’export fortissima. Siamo gli eredi di Marco Polo e di Cristoforo Colombo».
Quanto sono cresciute le PMI in termini di innovazione?
«Industria 4.0 ha permesso di svecchiare completamente le piccole aziende manifatturiere italiane che hanno rinnovato il parco macchine. Non per a, come detto, siamo il 6° paese al mondo per numero di robot installati in azienda».
L’innovazione costa. Come si finanziano le PMI? Spesso, in passato, gli imprenditori mettevano mano ai loro portafogli.
«Il modello dell’imprenditore che tende a non indebitarsi, per fortuna c’è ancora. E non è male. Il nuovo che avanza è il tema della quotazione in borsa per le PMI. Di fatto però il mercato borsistico dedicato alle minori dimensioni, cresciuto molto negli ultimi anni, ha ancora un peso percentuale assai limitato rispetto al numero totale delle piccole imprese. Si tratta di una opzione che non è per tutti, molta onerosa, che può avere senso solo in presenza di progetti imprenditoriali in cui la crescita dimensionale e di scala abbia una centralità assoluta”.
Oggi ci sono molti fondi, anche internazionali, interessati alle nostre PMI.
«Ho dei dubbi anche sulla partecipazione dei fondi, perché, nonostante ci siano dei casi di successo, ho riscontrato troppe esperienze di snaturamento, con il fondo che introduce, inevitabilmente, una mentalità finanziaria, che si fonda su un orientamento e su ritorni economici di breve periodo. L’imprenditore italiano ha un’altra visione: non è interessato solo a far denaro in poco tempo, ma fa impresa perché vuole realizzare il suo sogno e, con esso, lasciare una traccia. I soldi e la ricchezza sono una conseguenza, non il fine primario. Con ciò non voglio negare che in determinate circostanze, magari per un periodo, l’avvento di un fondo che porta ricambio manageriale, può essere positivo. Vedo utile e ancora attuale la prospettiva di costruire dei rapporti forti con gli istituti di credito, soprattutto locali, per ottenere risorse con un orientamento di medio-lungo termine a supporto di progetti industriali credibili».
Concludiamo con un tema oggi parecchio dibattuto: le nostre PMI sono attente al tema della sostenibilità?
«Detto che è un tema totalmente mainstream e, quindi, a mio avviso, un po’ trito, mi viene provocatoriamente da dire che le Piccole e Medie Imprese sono intrinsecamente sostenibili. Innanzitutto dal punto di vista economico: è più facile che regga la piccola impresa in cui è coinvolta una intera famiglia che farà di tutto per sostenerla, rispetto al colosso multinazionale che, non ritenendo più redditizio in un momento di crisi uno specifico mercato, chiude dalla sera alla mattina senza remore per nessuno. Lo abbiamo visto purtroppo in molti casi. La PMI è oggi sostenibile anche da un punto di vista ambientale. Basti dire che l’imprenditore spesso abita sopra o a fianco dell’azienda, nello stesso comune in cui opera. Razionalmente si guarda bene dal deturpare o dall’inquinare il contesto in cui vive anche lui e la sua famiglia. Le garantisco che tra i piccoli imprenditori trovo un’attenzione naturale alla salvaguardia ambientale: pochi sprechi, meno consumi inutili, molta parsimonia. Infine, c’è un tema di sostenibilità sociale: i nostri imprenditori sono attenti al tessuto sociale in cui vivono e spesso diventano veri e propri mecenati nel territorio di appartenenza a favore di scuole, associazioni, società sportive… Le nostre PMI l’hanno sempre fatto e lo fanno ancora, ma in modo silenzioso, senza doverlo per forza far sapere, anche su questo versante ci sono pochi trucchi e molta sostanza».


