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L’Italia e il tempo della geopolitica

04 marzo 2026/DiCarlo Altomonte Walter Rauti
Complab innovazione

"CompLab" è il blog su competitività e crescita curato da Carlo Altomonte. 

L’escalation della recente crisi mediorientale dopo l’intervento americano e israeliano in Iran apre ad una nuova prospettiva nella lettura degli shock geopolitici per il nostro Paese, quella dell’orizzonte temporale. La situazione di tensione in Medio Oriente in larga parte non rappresenta per l’Italia un problema strategico diretto. Non abbiamo un’esposizione commerciale significativa verso Teheran, né interessi geopolitici immediati tali da modificare in modo autonomo la postura economica o il posizionamento della nostra struttura industriale.

Tuttavia, ciò che accade nel Golfo Persico può diventare molto impattante per l’economia italiana non per l’evento in sé, ma per la sua durata. L’Italia è una grande economia manifatturiera, fortemente integrata nelle catene globali del valore e strutturalmente dipendente dalle importazioni energetiche. Il petrolio è quasi interamente importato; il gas (in particolare quello importato in forma liquida, GNL) resta centrale nel mix elettrico; la bolletta energetica incide in modo decisivo sulla bilancia commerciale. In questo contesto, l’Italia è dunque esposta alla crisi iraniana non come attore geopolitico, ma come price taker globale sui mercati dell’energia.

La centralità del gas naturale liquefatto

Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è, come noto, un collo di bottiglia sistemico. Bloomberg ha documentato come, nei giorni successivi ai reciproci attacchi nell’area, il traffico di petroliere abbia subito forti rallentamenti e i future su petrolio e diesel abbiano registrato movimenti tali da attivare meccanismi di sospensione temporanea delle contrattazioni. Questo perché anche in assenza di un blocco fisico, l’aumento del rischio percepito si traduce immediatamente in un premio geopolitico sul Brent, in maggiori costi assicurativi e in un rialzo dei noli marittimi. Goldman Sachs stima inoltre che, in caso di un mese di disruption nello Stretto di Hormuz, il Brent potrebbe registrare un aumento fino a 15 dollari rispetto al prezzo di equilibrio internazionale. Peraltro, osserva la stessa banca, i prezzi del petrolio tendono a normalizzarsi relativamente in fretta se le interruzioni sono temporanee, in quanto esistono margini di compensazione attraverso riserve strategiche o incremento dell’offerta OPEC+, già immediatamente messa in campo. I problemi potrebbero invece nascere qualora l’incertezza si prolungasse, e questo dato è a sua volta dipendente dai potenziali danni subiti dalle strutture produttive nell’area.

Per l’Italia, peraltro, la variabile energetica decisiva non è il petrolio, ma il gas. Il petrolio incide sull’inflazione e sui carburanti, ma il gas è la variabile centrale del sistema energetico nazionale: anche se la quota di rinnovabili nel paese sta aumentando, il gas alimenta ancora circa il 40% della produzione elettrica, è chiave per l’industria energivora e determina in larga misura il prezzo all’ingrosso dell’energia, perché l’Italia ha solo da pochissimo approvato le nuove norme UE volte a stabilizzare i prezzi attraverso l’introduzione dei cosiddetti ‘Contract for Difference’.

Per questi motivi occorre dunque partire dal mercato del gas naturale liquefatto (LNG) per valutare l’impatto della crisi iraniana sull’economia nazionale. E in questo mercato, purtroppo, i margini di flessibilità sono più limitati perché, dall’invasione russa dell’Ucraina che ha bloccato i flussi di gas verso l’Europa, la capacità di liquefazione mondiale è quasi interamente utilizzata. Poiché dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20–25% del LNG mondiale, in particolare dal Qatar, un eventuale blocco o rallentamento prolungato delle spedizioni avrebbe effetti potenzialmente più significativi sul gas che sul petrolio. Ne consegue che la notizia della chiusura (si spera temporanea) dell’impianto qatariota di Ras Laffan – uno dei più grandi hub di liquefazione al mondo – crea non pochi problemi dal punto di vista economico all’Italia. Non tanto in termini di quantità, ma di prezzo.

Breve e lungo periodo

Nel breve periodo, l’Italia appare infatti relativamente protetta sulle forniture. Una quota significativa delle forniture di LNG per marzo 2026 – incluso il gas contrattualizzato da operatori come Edison – si trova già su navi partite dal Qatar prima dell’escalation, e questo riduce il rischio immediato di interruzioni fisiche. Peraltro, dopo lo shock energetico del 2022, oggi gli stoccaggi sono in media più elevati (anche se il 2026 appare un anno ‘critico’ al ribasso in Europa), e la diversificazione delle fonti è maggiore. Tuttavia, il prezzo del GNL che si forma sul mercato europeo (TTF) resta globale e interconnesso, registrando non a caso un aumento dell’80% dall’inizio della crisi.

Qualora questo prezzo non rientrasse nel giro di pochi giorni, si avrebbero dunque effetti che potrebbero diventare significativi sull’economia italiana, attraverso tre canali.

Innanzitutto, la crescita. L’aumento dei costi energetici comprime i margini delle imprese energivore – metallurgia, ceramica, chimica, trasporti – e riduce il potere d’acquisto delle famiglie. Lo shock energetico si trasforma in rallentamento del PIL attraverso la combinazione di minori investimenti e consumi più deboli.

Secondo, l’inflazione. L’energia entra direttamente nell’indice dei prezzi e indirettamente nei costi di produzione. Se l’aumento fosse duraturo, questo determinerebbe in pochi mesi rincari generalizzati sulle produzioni di beni intermedi, che metterebbero sotto stress industrie importanti come edilizia e trasporti, in un momento delicato in cui stanno attendendo i rimborsi del PNRR in chiusura. Tali rimborsi, a quel punto, rischierebbero di avvenire sotto costo in termini reali. Inoltre, in caso di persistenza dello shock energetico, le aspettative di inflazione si disancorerebbero più facilmente, per cui la BCE avrebbe meno spazio per un allentamento monetario rapido, con pressione su equity e credito, e problemi per un paese con alto debito pubblico come l’Italia.

Infine, il persistere dell’instabilità geopolitica avrebbe un impatto sulla bilancia commerciale e sulla vulnerabilità esterna. L’Italia ha recuperato un surplus commerciale anche grazie alla normalizzazione della bolletta energetica dopo il picco del 2022. Un aumento strutturale del prezzo del petrolio e del gas eroderebbe rapidamente questo margine, riportando il saldo verso l’equilibrio o il deficit. In un contesto di maggiore volatilità finanziaria, un deterioramento del saldo estero può esso stesso incidere sulle percezioni di rischio sovrano.

In sintesi, non è la crisi nel Golfo Persico “oggi” a determinare la vulnerabilità italiana, bensì la possibilità che essa si prolunghi nel tempo, determinando un premio al rischio sui prezzi dell’energia e influenzando aspettative e condizioni finanziarie. Certo, rispetto alla crisi russo-ucraina, l’Italia è più resiliente sul piano dell’approvvigionamento fisico: maggiore diversificazione delle forniture di gas, stoccaggi più elevati, coordinamento europeo più strutturato, e questo evita il problema della scarsità, ben presente invece nella primavera 2022. Ma questo non elimina la nostra vulnerabilità ai prezzi globali, che si formano su mercati integrati e reagiscono in tempo reale alle tensioni geopolitiche.

Impariamo dunque che in questo caso la crisi non si propaga attraverso un canale diretto proporzionale alla sua distanza geografica, ma piuttosto come effetto della sua possibile persistenza. In un mondo interconnesso e in un contesto produttivo avanzato, non è solo lo spazio dello shock geopolitico ad essere rilevante, ma la sua articolazione nel tempo.