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AAA cercasi noia

Era settembre dell’anno 1937 quando veniva pubblicato uno dei classici senza tempo – Lo Hobbit – scritto da J. R. R. Tolkien. Ad un’intervista alla BBC, dove gli venne chiesto come avesse trovato ispirazione per una storia così, l’autore rispose: “era estate e avevo di fronte a me una pila infinita di esami da correggere, un’attività molto laboriosa e altrettanto noiosa. All’improvviso mi sono trovato per le mani l’esame di uno studente che aveva lasciato la pagina completamente in bianco. – Stupendo! – ho esclamato – niente da correggere! -. E non so per quale motivo, da dove mi sia venuto, ho preso in mano la penna e su quella pagina bianca ho iniziato a scrivere “In una tana, sottoterra, viveva un hobbit.”

Così è nato uno dei romanzi di fantasia più amati della storia. Da una pagina bianca e un momento di noia.

Entrambe cose che vorremmo evitare a prescindere. La pagina bianca perché racchiude la fatica di cominciare, di “fare il primo passo”, di iniziare a costruire qualcosa, di avviare i lavori. La noia semplicemente perché descrive l’esatto opposto: l’inattività. E, pertanto, un’apparente inutilità.

 

Ma è davvero così? Il tempo che trascorriamo annoiandoci è davvero tempo inutilmente speso?

 

Evidenze scientifiche ci dicono che così non è. Infatti, studi recenti mostrano l’esatto opposto. Quando ci annoiamo, entriamo in quello che si definisce default-mode: il nostro cervello smette di essere focalizzato su input che riceve dall’esterno e sul raggiungimento di obiettivi specifici che normalmente guidano le nostre azioni. Default-mode, anche detto rest-mode. Ma il nostro cervello fa tutt’altro che riposare! Continua ad usare la stessa energia (il 95% per l’esattezza) che utilizza quando è focalizzato e impegnato su specifiche attività per continuare a generare pensieri e idee. Quando ci disconnettiamo dalla realtà, iniziamo a vagare nell’universo delle nostre memorie, immaginiamo futuri scenari, analizziamo le nostre relazioni con gli altri, e riflettiamo su chi siamo.

 

Jonathan Smallwood, che ha studiato questo fenomeno fin dagli inizi della sua carriera nell’ambito delle neuroscienze, da vent’anni a questa parte, ci dice che dare spazio a questo default-mode ci aiuta, tra le altre cose, in quanto esseri umani, a valorizzare le relazioni sociali. Quando succede qualcosa di inaspettato, immaginiamoci ad esempio una tipica discussione accesa con un collega, è difficile reagire in modo appropriato. La rabbia e l’adrenalina potrebbero ostacolare una chiara comprensione di ciò che sta accadendo. Ma la sera sotto la doccia, o il mattino seguente camminando per strada, i nostri pensieri assumono sfumature diverse. Ed è così che maturiamo una prospettiva diversa, vediamo quanto è accaduto con occhi diversi. L’episodio stesso assume un significato diverso. Ecco, questo saper pensare a un modo differente (e forse più funzionale e positivo) di interagire con gli altri è, senza dubbio, una forma di grande creatività prodotta dal default-mode.

 

 La noia è, come dice Sherry Turkle, psicologa e docente al Massachusetts Institute of Technology, la chiamata a fermarsi e mettersi in ascolto di ciò che già c’è. A trovare il senso di ciò che viviamo e abbiamo vissuto. È una risorsa preziosissima per dare vita a momenti di estrema creatività.

La doccia (per ora) è rimasta uno dei rari spazi dove forzatamente dobbiamo disconnetterci. Ora, causa siccità, anche questo tempo si è ridotto. Occasione persa o spazio per esplorare alternative, che prevedano magari qualche minuto in più?

 

Spazio alla creatività!

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