

“Arrivate al vertice, a un certo punto le donne decidono che non vale più la pena e fanno un passo indietro. Salvo casi eccezionali, agli uomini riesce meno.
La premier neozelandese Jacinda Ardern non ha più benzina e ha bisogno di dormire. La premier scozzese Nicola Sturgeon dice “la politica è brutale e io sono un essere umano” e si ritira. Dopo sedici anni alla guida della Germania, la cancelliera Angela Merkel è piuttosto stanca e nel 2021 non si ricandida”.
Inizia così un articolo recentemente pubblicato sul quotidiano Corriere della Sera, in cui ci viene ricordato come ancora oggi viviamo in un mondo in cui “il sistema di regole e potere resta a misura degli uomini, modellato su tempi, priorità e dogmi tutti loro”.
Anche i numeri fanno riflettere. Su un totale di 52.436 dimissioni convalidate nel 2021, 72% dei casi sono donne e di queste l’87,5% sono madri lavoratrici.
Ma il dato che più mi interroga riguarda la percentuale di dimissioni su base volontaria: il 95%. Sono volontarie nel senso che la decisione è stata presa dal singolo e non dal datore di lavoro. Questo certamente. Non credo però che, almeno per la maggior parte, riflettano decisioni prese liberamente e spontaneamente, come indicherebbe il vero significato del termine.
Spesso sono decisioni prese perché, ad un certo punto, non ce la si fa più. Si rincorrono affannosamente scadenze, si cerca di rispondere con la massima efficacia a tutte le urgenze che ogni giorno (a volte ogni ora) si palesano, il tempo non è mai abbastanza e i sensi di colpa, invece, non smettono mai di accumularsi. Sì, perché per essere perfettamente efficiente in un ambito, non si intravede altra via d’uscita che il mettere tutto il resto in secondo piano, se non addirittura dimenticarlo. Fino a che, un bel giorno (di solito si fa per dire perché di positivo lì per lì si intravede ben poco), qualcos’altro inizia ad “urlare” più forte. Qualcos’altro (impreviste e nuove necessità nell’ambito familiare, una malattia, etc.) ci mette con le spalle al muro e davanti a questo occorre decidere.
Abituati sempre più a rispondere alle diverse richieste sulla base di questo principio che detta l’ordine delle priorità, ci perdiamo. Ci perdiamo perché la scelta rispetto all’uso del nostro tempo, delle nostre energie, è totalmente e continuamente affidata a qualcun altro. E, invece, si vorrebbe più libertà. Libertà non significa, però, assenza di vincoli.
Massimo Recalcati, psicoanalista, dice “La vera libertà non consiste mai nel rifiuto del vincolo, ma nella sua accettazione”.
La grande conquista per le donne, credo, non è (solo) quella di decidere di andarsene. La vera conquista sarà poter rimanere, avendo ottenuto che i propri vincoli siano guardati con la stessa stima e rispetto con cui sono guardati quelli maschili.
Ma questo succederà solo se, in primis, saranno le donne stesse a guardare ai propri limiti (siamo proprio sicuri poi che siano tutti limiti e che non nascondano opportunità?) con la stima e il rispetto dovuti e necessari.


