

Quando parliamo di leadership non si può non parlare delle due dimensioni che la caratterizzano: quella personale e quella pubblica. Senza la dimensione personale non può esserci quella pubblica e senza quella pubblica non si può parlare di leadership.
Partiamo quindi dalla dimensione personale. Essere leader è una scelta del singolo, è una decisione prettamente individuale. Richiede una profonda consapevolezza del sé nel qui ed ora, unita alla visione di un futuro migliore. La leadership parte dalla persona nella sua interezza: mente, corpo e spirito. Trattasi di un approccio completo e olistico. Per quanto riguarda la mente, i leader dovrebbero sviluppare competenze cognitive, gestire ed usare le emozioni e praticare la consapevolezza nella propria quotidianità. Sul piano del corpo, è importante promuovere il benessere fisico attraverso abitudini sane, quali ad esempio esercizio regolare e gestione dello stress. Infine, sul piano dello spirito, i leader dovrebbero definire una visione e riflettere sui valori personali, prestando attenzione ad allineare il più possibile questi ultimi alle proprie azioni. Integrando queste dimensioni, i leader possono coltivare una leadership autentica, ispiratrice e sostenibile che porta benefici sia a sé stessi che agli altri.
La decisione di essere leader non è però isolata, ma è intrisa del desiderio di essere agenti di cambiamento positivo nel contesto in cui operiamo. Questa è la dimensione pubblica della leadership, la consapevolezza del nostro impatto sulla collettività e sulla società. Ogni azione compiuta come leader porta con sé un riflesso sul mondo che ci circonda.
La leadership, quindi, è una decisione individuale con un impatto collettivo. Significa non solo guidare, ma anche abilitare le persone intorno a noi ad assumere la leadership. È il compito di far fiorire le persone e gli ambienti in cui operiamo, di trasmettere conoscenze e ispirare azioni. Cosa nutre costantemente e incoraggia questo continuo sguardo verso l’altro? Il fatto stesso che intorno al leader il contesto inizi a cambiare. Le persone inizino a crescere, a innovare, ad affrontare ostacoli di vario tipo con resilienza, tenacia e soddisfazione. L’equivoco più grande per un leader è cercare questo nutrimento nel riconoscimento altrui del proprio operato. Quella spasmodica ricerca di un “grazie!” o di un “complimenti!” per vedere affermata la propria bravura. Non cadiamo in questo tranello. Imparare a esprimere la propria gratitudine è fondamentale non tanto perché dobbiamo assegnare una medaglia a qualcuno ma perché è un processo che ci costringe umilmente a riconoscere ciò che ci ha abilitato all’ottenimento di un risultato. Quindi non dire “grazie!” è un’occasione persa più per me che per l’altro a cui dovrei dirlo. Perché significa che non mi sono mai fermato/a per cercare di comprendere cosa realmente mi ha permesso di raggiungere l’obiettivo. La prossima volta sarò quindi punto e a capo. Pratichiamo e insegniamo quindi la gratitudine non perché gli altri possano celebrarci ma perché possano crescere sempre più, come noi, nella consapevolezza. La pratica della gratitudine non solo ci rende umili, ma ci permette anche di coltivare una cultura di apprezzamento reciproco che porta a una crescita condivisa e significativa.
La leadership è un viaggio che ha origine all'interno di ciascuno di noi e si propaga verso il mondo esterno. È un percorso che richiede impegno e fatica? Assolutamente.
È un cammino che, se intrapreso, ha un inizio ma raramente ha una fine definita. È un'esperienza che si alimenta dalla continua crescita e dalla ricerca di miglioramento, aprendo costantemente nuove strade e affrontando sfide sia per noi stessi che per coloro che ci circondano.
Per questo la soddisfazione, l'entusiasmo e l’eredità (ricevuta e lasciata) durante questo viaggio sono capaci di superare di gran lunga la fatica.


