

È come all’improvviso ritrovarsi in un mare in burrasca. Si sa, con mare poco mosso e una brezza leggera, la barca non ha necessità di essere condotta in maniera particolare, è in grado di navigare in piena potenza senza troppi sbandamenti. Può facilmente solcare le onde senza variare la propria rotta. Quando il mare, invece, si ingrossa, si raccomanda una cosa: assecondare l’onda. Che non vuol dire subirla. Tutt’altro. Vuol dire sentirla, prenderne coscienza e adattare, aggiustare la conduzione della barca di conseguenza. Mentre per lasciarsi sballottare a destra e sinistra dall’onda o, peggio ancora, per affrontarla di petto, non servono grandi lezioni (di solito sono rispettivamente la paura e l’istinto a guidare questi processi), per assecondare l’onda esiste una tecnica, un metodo ben preciso. Cambiare e aggiustare la rotta non è mai una decisione facile, e imparare un metodo porta a sviluppare una certa sensibilità e attenzione rispetto a tutti gli elementi coinvolti e al loro peso.
Si, perché cambiare, nella maggior parte dei casi, spaventa. Il cambiamento impone piccoli o grandi sconvolgimenti nelle routine e la paura sorge spontanea e agisce sia a livello conscio sia a livello inconscio. Capita, infatti, che di fronte a scelte che potrebbero comportare sconvolgimenti nelle nostre abitudini quotidiane scatti la nostra valvola di sicurezza, ovvero quel meccanismo di «refrattarietà» che impedisce di essere sottoposti all’eccessiva pressione delle conseguenze ignote portate dal cambiamento. Suona un campanellino d’allarme e subito arriva la tentazione di pensare «se faccio come ho sempre fatto, certamente tutto andrà bene». Ci si mette al riparo, aspettando che il temporale passi. E invece a volte il cambiamento è essenziale, non si può proprio evitare. Né tantomeno aspettare che passi. Volenti o nolenti, accade. Non resta altro, allora, che decidere se resistere o assecondare il cambiamento. Nonostante si tratti di una decisione con cui gli uomini di ogni epoca hanno dovuto fare i conti, non è per a banale.
Il problema, come sempre, quando si vuole introdurre un cambiamento o una novità, è passare da zero a uno, ovvero fare il primo passo.
È la fatica più grande, lo sforzo che richiede più energie. Anche se poi di passi da compiere ce ne saranno altri novantanove. Ciò vale per qualunque cosa, dalle azioni più semplici e banali come alzarsi dal divano per andare a fare la spesa a quelle più complicate come avviare un’impresa. Perché il primo passo è caricato di tutto questo peso? Perché senza di quello, non succederebbe niente. D’altra parte ci sarà pure un buon motivo dietro al vecchio detto «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare».
Si possono avere anche ottime intenzioni, ma prima di iniziare a renderle concrete di solito ci si scontra con diverse barriere, reali o fittizie che siano. Si pensi a chi vuole dimagrire e deve cominciare una dieta. O a chi deve smettere di fumare o cambiare lavoro. Sono tutte situazioni in cui il soggetto si rende conto degli aspetti negativi del proprio status quo e per questo desidera cambiare. Sono, però, tutte situazioni note per l’elevato tasso di insuccesso nell’adozione del nuovo comportamento. La spiegazione è semplice: desiderare il cambiamento non basta perché spesso e volentieri ciò di per sé non consente di superare quella resistenza interiore che non ci fa, appunto, fare il primo passo.
Questa sorta di paralisi interiore è spesso dovuta a mancanza di fiducia nelle proprie capacità, paura di fallimento, o anche dal fatto che gli aspetti positivi legati al cambiamento, per quanto pienamente compresi e condivisi, vengono percepiti come di minor valore rispetto a quelli dello status quo (essere liberi di mangiare quello che si vuole, la sensazione di distensione data da una «pausa sigaretta», o il comfort legato a certe abitudini).
La paura di un inganno, di un dolore, di un imprevisto sono tutte cose che sperimentiamo ogni giorno e che verosimilmente continueremo a sperimentare. La paura dell’ignoto sempre minaccerà il successo di ogni cambiamento. Tutto sta nel non rimanerne paralizzati e nel focalizzarsi sugli elementi che abilitano il cambiamento. Una visione positiva ed entusiasmante di ciò che “potrebbe essere” certamente aiuta, incoraggia.
Ma sbagliamo se puntiamo tutto su questo.
Una leva altrettanto fondamentale è la profonda consapevolezza dell’insoddisfazione dello status quo. L’insoddisfazione, quindi, non più vista come occasione per continue lamentele, ma come opportunità per trovare la propria motivazione verso il cambiamento. Visione e insoddisfazione vanno a braccetto e producono il vero trampolino di lancio.
Senza una visione non c’è una meta, ma senza l’insoddisfazione non c’è la benzina che muove il motore verso la meta. La visione proietta la nostra mente in un futuro migliore, mentre l’insoddisfazione ci tiene ancorati al presente e ci dà la spinta necessaria a muoverci.


